Lunedì 9 aprile

Martedì scorso, per festeggiare l’entrata in borsa di Spotify Wall Street ha appeso la bandiera… Svizzera. Proprio così; gli americano sono così… americani che confondono Svizzera con Svezia, patria di Spotify. http://bit.ly/2JyrB7F

Ha compiuto 72 anni Caterina Caselli, forse la più importante e controversa discografica italiana. Tra le sue scoperte alcuni dei cantanti maggiore successo degli ultimi anni. Frase detta: “Ricordarsi sempre che il talento è solo l’inizio. Se manca non si va da nessuna parte, ma senza la determinazione, la capacità di soffrire e di emozionarsi, la fiducia in sè stessi, e in fondo anche la sobrietà, non si resta in sella a lungo.” http://bit.ly/2JwWDwx

Il mio amico Bruno ci avverte che sta arrivando una serie televisiva firmata Amazon dedicata al Signore degli Anelli di Tolkien e aggiunge che “per accedere ai diritti è stato necessario pagare profumatamente la New Line (ovvero la compagnia che ha creato i film), gli eredi di Tolkien che detengono i diritti, e la casa editrice HarperCollins.” Altre info qui: http://bit.ly/2Jx9m24

 

 

Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

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Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up

Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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Mai andare a vedere un film italiano al cinema

Ho un paio di regole quando scelgo un film da vedere al cinema.

Mai scegliere un film italiano. i film italiani scontano un depressione romanocentrica e una lentezza che non è mai facile da digerire. Raccontano storie tristi di sinistroidi senza ironia che hanno paura di vivere, ma che poi girano in Ferrari. Sarà anche colpa degli yankee che ci hanno invaso con i loro ritmi ed effetti speciali. Tranne rari casi, tipo Nanni Moretti, i film italiani sono da scartare.

Corollario nr.1

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione. Tempi, facce e ambientazioni non sono quelle più che sufficienti nel piccolo schermo. Così come la semplicistica sceneggiatura televisiva non può (e non deve) essere riportata al cinema. Tranne rari casi, tipo Aldo Giovanni e Giacomo degli esordi al cinema, i film con attori italiani della televisione sono da scartare.

Corollario nr.2

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig. L’effetto risata obbligatoria dopo il tormentone (ereditato da Drive In) e l’applauso ripetitivo anche senza battute a effetto (ereditato da Fazio) sono il male del 2018. Tranne rari casi, tipo nessuno perché fanno tutti cagare, i film italiani dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig sono da scartare.

Corollario nr.3

Al posto di Zelig nel corollario nr.2 si può inserire Colorado, qualsiasi trasmissione di Abatantuono, della Gialappa’s o una puntata con Francesco Facchinetti.

Chiarito questo l’altra sera abbiamo visto “un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig“. Si tratta del nuovo (o il primo?) film con Nuzzo e Di Biasi dal titolo originale, mai sentito prima: “Vengo anch’io” (titolo provvisoro “Diversamente Family”). La trama del film racconta di un assistente sociale fallito e una ex carcerata appena uscita di galera. I due condividono un’auto per scendere verso il sud. Lui si porterà dietro un ragazzo problematico, cioè con la sindrome di Asperger. Lei vuole arrivare in Puglia prima che la figlia partecipi a una gara di canottaggio.

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Una domanda per Lisa

Ho fatto un’intervista con [il bassista dei Revolution] Brown Mark e [il tastierista] Doc [Matt “Dr.” Fink] prima dell’ultimo concerto di Philadelphia. Se ricordo bene mi dicevano che prima della morte di Prince c’era nell’aria il progetto di una riunion dei Revolution. E ‘questo il tuo ricordo? Eri coinvolta in quello progetto?

Certo. Ne abbiamo sempre parlato. Veniva fuori tipo ogni 2 anni. Ci pensavamo, poi qualcuno ne parlava con Prince. Lui ci pensava un po’ e poi se ne faceva niente. La cosa delle Tribute Band non gli piaceva. Voleva sempre fare qualcosa di nuovo. Potevamo organizzare la reunion, ma poi Prince diceva: “ma perché tutto vogliono parlare delle superiori? come se fosse il momento più bello della vita…” Se vuoi fare l’artista devi pensarla in questo modo. Non puoi avere la parte migliore della tua vita dietro di te. Devi sempre … avere un obiettivo di fronte a te. Però ci siamo sempre voluti bene e ci chiamava in diverse situazioni per aiutarlo nei progetti. Diceva: “Mark, vieni a suonare il basso da me domani”. Oppure: “Wendy, vieni a suonare la chitarra con questa cosa che sto facendo”. Eravamo sempre legati. L’unica cosa difficile era come fare una reunion senza scontrarsi con le esigenze di Prince. E sembra che la cosa si ripeta.

http://bit.ly/2DdDgnH

Quando narrare fa rima con camminare

perché creare?

perché non rimaniamo nel nostro simpatico (insomma), routinario (mah!), sicuro (per ora) lavoro dalle 9 alle 5?

perché lanciarci in un progetto creativo che non ci aiuterà a pagare le bollette?

perché scriviamo?

Philip Roth (il grande autore di Pastorale Americana) rispose così a una domanda del Le Nouvel Observateur nel 1981 (http://bit.ly/2Hs3y92).

scrivo “per essere liberato dalla mia prospettiva soffocante, noiosa e ristretta sulla vita e per essere attratto in simpatia immaginativa con un punto di vista narrativo pienamente sviluppato differente dal mio”.

se anche voi state cercando un punto di vista narrativo differente, probabilmente state raccontando una storia.

su questo sito (http://bit.ly/2HquzKb) della Commissione Europea ho trovato un articolo relativo ai film sponsorizzati dall’Europe Film Commission alla Berlinale di Berlino.

l’introduzione dell’articolo parla di storie e mi è parsa particolarmente interessante:

Le storie sono potenti maniere per connettersi. Costruiscono dei ponti tra la cultura e la società.

I film, in particolare, riflettono le sfide affrontate dalle nostre società. Il loro ruolo è stato spesso quello di preparare la strada al progresso, alla tolleranza, all’accettazione e all’inclusione.

Attraverso la creatività e la libertà artistica, l’industria cinematografica ha contribuito a sensibilizzare su questioni importanti.

In definitiva, i film possono toccare ogni individuo con messaggi potenti e quindi incoraggiare l’impegno dei cittadini nella società.

dobbiamo avere di fronte questo obiettivo anche per le nostre storie che vogliamo raccontare.

sia canzoni o che libri.

ma come fare sfrutturare la creatività e la libertà artistica?

qui mi viene in aiuto Marily Oppezzo. in questo intervento a Ted spiega cosa bisogna fare per essere creativi.

cioè cosa?

camminare!

è breve e divertente, dategli un’occhiata.

ecco le 5 cinque regole in italiano

  1. scegliere un argomento o un problema sul quale trovare una soluzione (brainstorming)
  2. camminare a un ritmo adatto mentre si fa brainstorming
  3. tirare fuori tutte le idee che passano per la mente (non fermarsi alla prima)
  4. registratele sul vostro telefono (scriverle sarebbe già un atto di selezione che non deve essere fatto durante il brainstorming)
  5. datevi un limite (se non esce qualcosa di buono durante il brainstormig, ritornateci su dopo)

Unione Europea, quanto ci costi?

a una settimana dalle elezioni, l’Unione Europea cerca di mettersi al riparo da eventuali populismi con un video dove ci spiega “Quando ci costa l’Ue?”.

http://bit.ly/2EUoKDc (occhio che appena clicchi il video parte con la musica a palla…)

poveri illusi.

sono un europeista convinto e so che l’Italia senza Europa sarebbe ancora alle Brigate Rosse e alla DC, ma vorrei anche una presenza sostanziale dell’Europa nelle nostre strade.

sono un illuso pure io?

eh, sì, la musica del video fa cagare.

c’è qualcuno là fuori?

ho quasi 50 anni e non ho mai, neppure per un momento, vissuto la vita che volevo vivere io. fin dall’inizio mi sono trovato a lottare per qualcosa che non era ciò che volevo io. ho ripensato a queste cose quando ho letto un articolo di billboard (http://bit.ly/2EStYPR) su un band sud coreana che sta affrontando il mercato cantando in coreano. sono i BTS (in inglese Bulletproof Boy Scouts e in coreano Bangtan Sonyeondan).

questi ragazzi che vanno dai 20 ai 24 anni denunciano quello che denunciano tutti i giovani del 2018. e che dicevo anch’io ai miei 20 anni.

sinceramente, dal nostro punto di vista, ogni giorno è stressante per la nostra generazione. è dura ottenere un lavoro, ed è ancora più difficile andare all’università, ora più di sempre. (…) gli adulti devono fare politiche che facilitino un generale cambiamento sociale. proprio ora, le classi privilegiate, le classi più alte hanno bisogno di cambiare il loro modo di pensare (…) e non vale solo per la Corea, ma per tutto il mondo. il motivo per cui la nostra musica ha senso per le persone di tutto il mondo per chi è 20enne o 30enne è per questi problemi (…) ma se non parliamo noi di questi problemi chi lo farà? i nostri genitori? gli adulti? non tocca a noi? queste sono le cose che ci diciamo tra di noi: chi meglio di noi sa quali difficoltà affronta la nostra generazione?

ecco sono qui che aspetto un artista italiano che produca qualcosa di simile. c’è qualcuno là fuori?

24 febbraio 2018: musica

un po’ di musica che *in pratica* per caso è passata da queste parti:

ieri sera concerto in diretta dalla Svizzera italiana di Michel Portal clarinetti, sax soprano, Vincent Peirani fisarmonica e Emile Parisien sassofoni(via Rete Due RSI) per la rassegna di  concerti pubblici alla radio intitolata “Tra jazz e nuove musiche”. tempo passato a godere di musicisti che divertono e si divertono. molto bella. seguirà il 12 maggio Chick Corea a Chiasso.

Samantha Harvey – Please (via Spotify): Miley Cirus stile, impasto vocale basso, con accenni Beyoncé. Bella voce. La canzone un po’ annoia

The Aces – Stuck (via billboard and spotify): interessante riff (chitarra?), belle armonie e il mix. l’ho inserita nella prossima playlist.

Ramz – Power (via spotify): ritmica traballante, e voce roca classica da rapper. non mi piace

Three Days Grace – I’m an outsider (via youtube): chitarre distorte e voce incazzata. molto già sentita. potrebbe ispirare qualcosa?

Janella Monáe – Django Jane (via youtube): rap, parlato. wow. sembra breve ma non lo è. mi piace e finisco per ascoltare anche…

Janella Monáe –Make Me Feel (via youtube): ritmica scarna, sembrano suoni fatti con la bocca. armonie mi ricordano kiss. molto bella. video HOT. l’ho inserita nella prossima playlist.

Drake – God’s plan (via youtube): canzone che serve al filmato dove Drake gira a fare il ricco e famoso che regala e dona soldi in giro per gli USA. un po’ moralista, ma carino. mi aspetto che un jova copierà presto l’idea.

Khalid & Normani – Love Lies (via youtube): ennesima ballata quasi rap. ritmica schiocco di dita (snap) sentito già milioni di volte… bella voce lei e melodia non male.

Bon Iver – Flume (Live on 89.3 The Current) (via youtube): Bon Iver fa sempre la sua parte. bravo. mi piace.

La lezione di David Letterman

a proposito del raccontare storie ed essere in grado di farlo, uno dei miei preferiti è David Letterman.

la biografia di Letterman è facile da scrivere, per 35 anni (1980-2015) è stato il conduttore del David Letterman Show o Late Show with David Letterman, quasi tutte le sere sulla CBS. in italia la trasmissione era sul satellite e negli ultimi anni su un canale free della Rai.

anche lo show è facile da raccontare: tutte le sere per 35 anni Dave iniziava la trasmissione con un monologo in piedi davanti al pubblico, poi un altro pezzo seduto alla scrivania. intervista o interviste a personaggi famosi, che spesso avevano un film o un libro in uscita. ospite musicale o cabarettista. fine. a volte la trasmissione subiva delle piccole variazioni come l’arrivo della top ten (late show top ten list): un argomento a caso e un elenco spassoso. da questo link ne prendo una: “10 cose che gli U2 hanno imparato nel corso degli anni”. pare che l’idea della top ten venne agli autori di Letterman leggendo di un lista nozze astrusa. la caratteristica era che quando partivano questi segmenti dello show sapevi già cosa aspettarti. così come le poltrone dove tutti gli ospiti (dai presidenti degli Stati Uniti a Maurizio Costanzo) si sarebbero seduti. (per avere altre informazioni sulla struttura della puntata tipo link di wikipedia). su internet il sito dello show dava in anticipo l’elenco degli ospiti: la trasmissione veniva ritrasmessa il giorno dopo e potevo programmare la mia settimana. ripetitivo? forse. di successo? sicuro. perché la variabile era lui. David Letterman. lui aveva uno stile ironico, umoristico e profondo di vedere le cose. uno stile che andava bene per tutti gli argomenti; il pubblico si metteva con fiducia nelle sue mani.

di seguito la mitica ultima puntata

https://youtu.be/7fakUXT0dvE?t=20m21s

ora Letterman, che è in pensione dal 2015, fa uno show su Netflix intitolato “il mio prossimo ospite non ha bisogno di presentazioni“. 2 poltrone davanti a un pubblico in un piccolo teatro. Letterman concentra tutto sull’intervista all’ospite e sul raccontare la storia dell’intervistato. nelle prima puntata l’ex Presidente Barack Obama e nella seconda George Clooney. l’intervista è dedicata a scoprire un lato non noto dell’intervistato, pochissime battute. nella prima puntata con Obama si è parlato di chi l’ha preceduto nella battaglia per i diritti dei neri, mentre Clooney ha parlato del suo impegno politico. non racconto altro per non spoilerare, ma nella seconda puntata si scopre meglio un lato dell’attore comasco che non conoscevo. le battute ci sono, ma sono funzionali ad alleggerire l’ambiente. non solo a far divertire il pubblico. e, soprattutto, Letterman ha introdotto l’uso di approfondimenti fuori dallo studio, con lui che intervista altri ospiti legati alla persona in studio.

https://www.netflix.com/it/title/80209096

anche qui la struttura rimane fissa; all’interno di questa ambientazione è sempre Letterman la variabile di successo. le sue idee e i suoi accenti agli argomenti che vengono trattati. e gli ospiti. oggi Letterman incontra un ex Presidente e un attore impegnato politicamente, ma nella sua vita ha avuto il coraggio di portare qualsiasi persona che potesse essere interessante. giovani musicisti. ragazzi delle scuole. il pubblico si fidava.

cosa ci insegna Letterman? al netto delle differenze tra l’italia e gli Stati Uniti, Letterman ha costruito un colonna vertebrale e su quella si è sentito libero di fare ciò che più amava. lavorava sui contenuti. contenuti spessi, di qualità altissima. un’enorme autoironia e tanta schiettezza. nel corso di 35anni il pubblico (e tra questi pure io) si è fidato e lo si ascolta per vedere cosa tirerà fuori dal suo prossimo ospite. come fare a fidelizzare il proprio pubblico?

chi compra ancora i cd? io!

qualche giorno fa ho pubblicato sul mio account instagram una foto (peraltro un po’ sovraesposta) dell’ultimo arrivo: la copertina di For The Roses di Joni Mitchell.

Who’s still buying CDs? 😝 ME! #jonimitchell #cd #jonimitchellneverlies #jonimusic

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

si tratta di un cd. sì, perché io sono ancora uno di quelli che comprano i cd. ne adoro la qualità audio, la praticità e la lunghezza. per carità, adoro anche il vinile, che però finisce dopo circa 22 minuti per lato. mentre un cd può darti anche 70 minuti di musica.

a quanto pare, siamo rimasti davvero in pochi a comprare e a godere della bellezza di musica su cd.

Infographic: The Rise and Fall of the Compact Disc | Statista You will find more infographics at Statista

questa interessante statistica pubblicata da statista mostra l’ascesa e la discesa della vendita dei cd (negli usa).

Parlare Apertamente

Più leggero sarà il tuo tocco, migliore diventerai nel perfezionare e arricchire la tua performance. Chi abbraccia il suo ruolo e lavora per perfezionare la sua performance, cresce, cambia e si espande. Interpretalo bene e i tuoi giorni saranno quasi sempre gioiosi.

Se la situazione lo richiede, siate feroci mamme-orso e umili cercatori di consigli. Abbiate eccellenti prove e forti alleati. Siate appassionati nel cambiare prospettiva. E se usate questi strumenti — e ognuno di voi può farlo — allargherete la vostra gamma di comportamenti accettabili, e i vostri giorni saranno quasi sempre gioiosi.

da: Adam Galinsky at TEDxNewYork -How to speak up for yourself

Sanremo 2018

come previsto 1 mese fa da Red Ronnie ha vinto fabrizio moro e il suo amico. la tradizione della gara finta è stata mantenuta. non c’è nulla di male, in un paese dove il governo non è deciso da chi vota alle elezioni. caratteristica del sanremo 2018 è stata l’invasione di baglioni. indubbiamente un uomo che ha nel portfolio una marea di brani conosciuti. e poi la qualità dei brani in gara che raramente è stata così bassa. gli elio che dopo essere diventati nazionalpopolari si sono appropriati di sanscemo. e, per tornare ad una metafora politica, il governo è tanto forte quanto è forte l’opposizione. e l’opposizione non c’è. il loro arrivederci è penoso. noemi è noiosa. e io ho pena nei confronti dei giornalisti che devono apprezzare questi piccoli personaggi. l’unica cosa giusta l’ha detta giulia blasi.

interessante l’articolo del Sole 24 Ore dove sono elencati i presunti “conflitti d’interesse” del direttore artistico, ex autore di canzoni, baglioni. tra questi le royalties per la sigla d’apertura, i duetti e la presenza massiccia di artisti sony e del manager di baglions.

per chiuduere, un mio piccolo appunto.

21 – Sanremo & more

Ho preparato una nuova playlist ispirato dalla musica italiana e da qualche bel brano di Sanremo 2018. La scoperta è stato Ultimo, un cantautore che ha partecipato nella categoria giovani.

  1. Ultimo – La Stella Più Fragile dell’Universo
  2. Låpsley – Burn
  3. I Cani – Non Finirà
  4. Lowlow – Il sentiero dei nidi di ragno
  5. Giulia Casieri – Come stai
  6. Red Canzian – Ognuno ha il suo racconto
  7. Willie Peyote – C’hai ragione tu (feat. Dutch Nazari)
  8. Annalisa – Il Mondo Prima Di Te

Con Prince prima veniva il battito – Intervista a Matteo Silver Surf

La mia storia con il blog Trentuno Ventuno (formerly known as Treunodueuno) è durata 10 anni. Dal 2003 al 2013. Tra alti e bassi, alla ricerca di un equilibrio insperato nel mondo di Prince, gli ultimi attimi del blog vennero segnati da miei errori, incomprensioni, troll e commenti acidi. Ero percorso da una certa disillusione; l’amore per la musica di Prince non faceva da filtro a tutte le cattiverie del mondo. Era un’utopia; la sua musica non ci faceva sentire fratelli di un unico padre. Scoprii a mie spese che ognuno voleva la torta intera dell’affetto di Prince e non una delle frittelle che Prince metteva a nostra disposizione. Tutti volevano sentirsi figli unici.

Ma non proprio tutti.

Quando si chiuse il cerchio successero un po’ di cose: il blog andò in pensione e la rabbia svanì per lasciare  spazio alla vita vera. In quel momento mi fermai a elencare nella mia testa cosa mi era rimasto di quella esperienza. Una delle cose più care (e che conservo ancora, un’eccezione nella mia vita a inbox zero) fu una mail che ricevetti da Matteo Silver Surf all’indomani del mio sfogo finale.

Oggi ho chiesto a Matteo di fare due chiacchiere su Prince. Perché, come mi disse Matt Thorne, la storia di un artista è fatta dalla sua musica ma anche dai fans e dalle loro esperienze e questa è la versione di Matteo.

Dimmi un po’ della tua storia con la musica di Prince.

L’ho visto dal vivo 2 volte, molto poco. Mi sento un fan minore, ma dall’altro lato retrospettivamente è come se mi piacesse questa vicinanza barra lontananza con lui. Mi sono fatto tatuare il suo simbolo dopo che è morto. Ho sempre odiato i tatuaggi, ma avevo bisogno di averlo nella mia vita. Poi non ho molte registrazioni dal vivo. Anche quando si potevano avere i bootleg io non li compravo. E poi non ho mai seguito il merchandising. Però posso dire che non l’ho mai ascoltato in maniera banale, Prince è la colonna sonora della mia vita, le sue canzoni sono una specie di loop della giornata, ma non conosco a memoria la sua discografia.

Non vuoi avere un approccio da collezionista. Proprio come Prince desiderava.

È vero, da un lato è una modalità di fedeltà alla sua figura. A proposito dei bootleg; non erano cose che lui produceva, che pubblicava e quindi non mi interessavano. Non sono un fan bulimico che vuole avere tutto, come sei tu.

Intorno alla metà degli anni 90 spendevo molto in bootleg, poi ho cominciato a preferire la qualità alla quantità e ho smesso.

Dalle mie parti è rimasto solo un negozio di dischi degno di questo nome. Ho visto 94th east in questo negozio. Ho già in vinile questa musica. Dopo la sua morte, avevo trovato quel disco e altri lavori dello stesso periodo. Ecco: ho quelle cose.

L’altra sera ho sentito un’intervista a Jimmy Jam e Terry Lewis, dicono che bisogna avere rispetto delle scelte dell’artista. Se Prince certe cose non le ha pubblicate un motivo c’era.

Da quando lui è morto ho visto che tu ti sei interrogato molto su questa cosa. Anch’io continuo a chiedermelo. Prince ha composto tutti i giorni della sua vita, pare. La cosa curiosa per noi era il Vault.

Cosa mi dici del Vault?

Secondo me, era un archivio per mettere dentro le cose, riprenderle, cambiare gli arrangiamenti e farle diversamente. Ho scoperto molto tempo dopo, non so se vale la stessa cosa per te, che canzoni di diversi anni prima, come We Can Fuck, che erano di anni prima, avevano un arrangiamento diverso. Anche 1000 X’s & O’s.

Esatto, era del periodo di Diamonds and Pearls

Il Vault noi lo vediamo come una teca della sua musica. Per lui era un continuo lavorio. Come i dentisti che lavorano su diversi clienti, per piccoli interventi. Un continuo lavoro. Non credo ci siano cose strabilianti dentro il Vault. Magari brani abbozzati e accennati. Magari brani finiti, ma nulla di straordinario.

Era un aggancio nei nostri confronti. Una mossa di marketing.

Una sorta di mitologia personale. Lui era troppo autoconsapevole, per avere lì dentro un’altra Purple Rain e non tirarla fuori. Sapeva valutare il valore della sua musica. Era un artista che ragionava molto sulle sue cose. La sua consapevolezza dei suoi diversi lavori mi impedisce di pensare che gli sia sfuggito qualcosa di enorme che sia finito lì dentro e che oggi miracolosamente troveremo.

Che idea ti sei fatto del modo di lavorare di Prince?

Ho sempre pensato che lui partisse dalla base ritmica nella costruzione dei suoi brani; prima della melodia veniva un battito e poi su quello elaborava la melodia e il resto. A livello di percezione, anche per le origini culturali della sua musica: nasce nella musica nera e poi scopre in ritardo alcune cose legate alla musica bianca. Ho letto che avrebbe scoperto i Beatles grazie ai Revolution prima di Around the world in a day. Mi sembra stranissimo che lui sia stato in grado di aprirsi ai Beatles così tardi, ma capisco che il suo ambiente era più quello della Motown.

Io amavo come usava la grancassa.

L’uso della grancassa è profondamente cambiato in lui. Nel decennio anni 80 e poi dopo. All’inizio era convenzionale; il Minneapolis Sound inizia con la drum machine, per esempio con 1999 dove tutte le canzoni hanno una coda strumentale molto ampia che le prolunga. Le prime battute erano proprio delle battute, prima arrivava il ritmo, poi la voce e quello che serve. Prima la drum machine delle percussioni in generale. L’idea originaria era probabilmente una pulsazione alla quale poi si aggiungeva altro.

E del periodo successivo?

L’ho sentito da un punto di vista sonoro. Tutta la musica dal 1987 in poi l’ho filtrata attraverso i suoi occhi. E come se l’arrivo di Prince nella mia vita anche da un punto di vista musicale avesse introdotto un’unità di misura sulla quale tutto il resto veniva misurato. Non ho molti ricordi di quello che ascoltavo prima. Ricordo lo sconvolgimento che mi ha procurato Sign O’ The Times, proprio con il singolo, mentre l’album ho fatto più fatica a metabolizzarlo. Era una cosa troppo alta rispetto a quella che avevo ascoltato prima. Dal giugno del 1987 l’ascolto del resto della musica mi è sempre servito per fare comparazioni con la sua musica. È come se prima non avessi avuto questa competenza.

Cosa ti piaceva del Sign O’ The Times?

Parte con un battito, iperscarno. Un brano e un album ridotti all’essenziale per la struttura delle canzoni. Sono quasi rozze nella loro costruzione, negli arrangiamenti, nella loro struttura. È il Prince più autentico. Un artista che riesce con pochissimi mezzi strumentali a costruire qualcosa che ti tocca nel profondo. Alla ritmica aggiunge la melodia, il ritornello, aggiunge del colore alla pulsazione, e il mix tra pulsazione e colore diventa un marchio riconoscibilissimo. Profondamente emotivo ed emozionante. L’esempio è If I was Your Girlfriend, che è il suo punto più alto della produzione, la cosa più eccelsa. Basso, battito e voce in falsetto. Testo interessantissimo. Profondo nella descrizione della quotidianità: genialità ma non freddamente geniale.

Allora cos’è il genio?

Difficile da dire, quella canzone tocca delle corde emozionali in me e solo dopo riesco a razionalizzare e usare l’appellativo di genio. La scomposizione che faccio io è: una melodia semplice, ma che rimane in testa. If I Was Your Girlfriend ha questa caratteristica. La melodia ha una struttura indimenticabile. Chi la ascolta, ed è un peccato che non sia tanto conosciuta, trova qualcosa che si incastra nelle cellule del cervello. Scrive profondamente di se stesso e si mette a nudo per come mi sembra di conoscerlo per le cose che ha scritto e per l’idea che mi sono fatto io su di lui. Si mette a nudo in maniera quasi imbarazzante per quanto si spoglia. Racconta una relazione, dove lui si mette nella posizione di lei. Se io fossi la tua ragazza rivolto ad una donna; all’inizio non capivo il senso di queste parole, ma sentendo solo la melodia, il suono puro, capivo l’immensità, la sua grandezza. Un uomo fragile, alto 1,54 sui tacchi, quindi non un macho, decide di dare un quadro di se stesso, mettendosi nei panni dell’altro, ribaltando i ruoli, parlando della quotidianità con quelle frasi “se ti lavassi i capelli”, “se andassimo al cinema e piangessimo assieme”. È una cosa che tutti noi proviamo in una relazione con l’altro, un microcosmo con significati universali.

Cosa succede dopo Sign O’ The Times?

Quando lui abbandona l’uso delle drum machine anni 80, c’è stato un cambiamento sonoro, ma Prince è diventato qualcos’altro negli anni 90. Prince autentico finisce con Lovesexy, dopo ho continuato a seguirlo, ma smette di essere significativo musicalmente come lo era prima. Negli ultimi anni era soprattutto un legame con musicisti veri. Una contrapposizione con chi, senza essere musicista, imitava la sua musica per ricalcare il suo stile. Ricordo in maniera nitidissima il piacere del 1987, ma ricordo la leggera delusione dal 1990 in poi, quando lui produce Graffiti Bridge.

Veniamo a oggi, ti è piaciuto Purple Rain Deluxe?

Mi è piaciuto perché alcune cose non le conoscevo. Non sapevo che Father’s song fosse una canzone e non solo un passaggio della finzione cinematografica dove suo padre la suona al piano. Non mi ero mai reso conto che era un pezzo al pianoforte, concluso in sé. La ripubblicazione di Purple Rain mi ha consentito di avere quel pezzo molto toccante. Per me era solo un passaggio del film.

Il bello è stato scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono cose non conosciute. La confezione è molto ricca, anche come oggetto. È proprio una versione di lusso. Aggiunge cose che avevo in parte o che magari non avevo mai ascoltato. Ho ascoltato le cose inedite, ma non ho ancora ascoltato la versione rimasterizzata.

E se ne facessero degli altri?

Io sarei contento perché mi sembra un arricchimento. È come vedere la stessa cosa da un altro punto di vista, magari sconosciuto. Per noi avere dei punti di vista alternativi di alcune cose che lui ha fatto è come minimo molto stuzzicante e stimolante. Mi ha convinto in quella veste.

Ma chi potrebbe prendere in mano i lavori di Prince adesso?

Sheila E; per un motivo sentimentale perché era una delle persone che gli erano vicine. Anche se secondo me nessuno gli era così tanto vicino, ma è fra quelli che l’hanno frequentato e che si è mostrata più affranta dopo la sua scomparsa. Di sicuro c’era dell’affetto reciproco, oltre la stima. Sheila avrebbe il tatto per lavorare con la musica di Prince, con rispetto. Dal punto di vista razionale Sheila l’ha accompagnato per molti anni. In Italia c’era anche lei nel 2003. Lei ha una continuità di frequentazione che potrebbe aiutarla a svolgere quel lavoro.

Wendy e Lisa?

Sarebbe bello che ci lavorassero, ma sarebbero troppo legate al loro periodo. Oppure Questlove. Lui è un fan, un musicista, quasi un idolatra. Potrebbe avere le competenze per fare bene quel lavoro, con rispetto. Abbiamo bisogno di persone che rispettino la sua musica.

La parola rispetto torna spesso.

Sì, non riesco a pensare che la sorella possa rispettarlo.

Prince ce ne ha fatta passere di tutti i colori. Ma cos’è che c’ha tenuto sempre lì?

Forse proprio questo. Anche se lui, come tutti gli artisti, ha avuto la sua parabola, la sua produzione è stata discontinua. Anche se alcune cose che ha fatto le salto; ci sono canzoni che salto oppure album che ho riscoperto dopo la morte, ma che quando erano uscite mi avevano fatto storcere il naso. Io sono legato a lui perché è stato così abile a suscitare un mistero continuo attorno a sè, alla sua musica, a ciò che faceva. Forse l’ultimo divo, di quelli degli anni 50. L’ultimo che è riuscito a gettare benzina sul fuoco per alimentare il proprio mito. Un aurea di mistero del tipo che ci faceva pensare: quale sarà la prossima cosa straordinaria? Ho molto studiato le sue cose. Dopo Purple Rain ha fatto un disco molto diverso. Dopo il caleidoscopio di colori, ha fatto un disco in bianco e nero. Questa capacità di tenerci sempre sulla corda, affinché noi scoprissimo ogni volta la mossa successiva.

E per quanto ti riguarda?

Quando il battito della sua musica mi è entrato nella testa non è più uscito. Come ti dicevo, ho avuto difficoltà ad ascoltare Sign O’ The Times interamente. Play in the Sunshine era difficile da ascoltare. Quando ho iniziato ad ascoltare il resto poi non è più uscito. Quando stava per uscire Lovesexy, in radio si sentivano Anna Stesia e Glam Slam e mi ricordo esattamente dov’ero quando sentivo quelle prime cose. E mi ricordo la fame per quelle cose che stavano per uscire.

E dov’eri?

Ah! Per il riff di chitarra all’inizio di Glam Slam ero a pochi centinaia di metri vicino a casa mia. Mi ricordo perfettamente il momento.

Come se fosse stato nel tuo DNA. L’ha scoperto o l’ha modificato il tuo DNA?

E chi lo sa? Le domande che mi fai sono le domande che ti fai, no?

Anche questo è vero.

Questa scelta di fare cose strambe. Cantare in falsetto. La scelta della ritmica. Tutte queste cose insieme.

Tanti livelli di produzione artistica da studiare.

Scardinare o scomporre il marchingegno lo trovo affascinante. Ogni volta che smontiamo le parti, queste diventano un’altra cosa. Tornando a If I Was Your Girlfriend, il testo, la melodia e il ritmo sono intelligenti. Ma la somma dei pezzi non è ancora l’unità della canzone. Potrebbe essere anche l’idea di tormento che realizza l’insieme. Le cose che mi piacciono di più di lui sono i brani tormentati. Meno Play In The Sunshine e più Ballad Of Dorothy Parker. Meno Alphabet st e più Anna Stesia. Computer Blue è tormentata. Pensa come sono due parti distinte. La prima parte era più una cosa chiusa, mentre la seconda è come un’uscita da una galleria.

Due lati che si contrapponevano.

Faceva cose che erano molto strane, come The Beautiful Ones. È sentimentale ma è troppo stramba. When Doves Cry è una canzone strambissima. Simone, dai! Posso concedere che Purple Rain l’abbia scritta qualcun altro. Che può ricordare nella progressione Stairway To Heaven. Una bellissima memorabile ballata rock. Ma When Doves Cry è una canzone fuori di testa con l’assolo finale di tastiere, l’assenza del basso.

Pendevamo dalle sue scelte

Per un periodo aveva il tocco di Re Mida; faceva funzionare tutto quanto aveva attorno. Tra l’87 e l’88 c’era Sign O’ The Times, usciva Lovesexy, Jill Jones, Sheena Easton.

E non hai detto il Black Album

Mi ricordo quando con il registratore fermavo il video per vedere la scrittaDon’t buy the black album, I’m sorry”. Quando Rai 1 ha fatto la diretta del concerto di Dortmund ho obbligato mia nonna a guardarlo che mi ha anche detto: è bravino.

Come Sheila che nella sua autobiografia dice che finito il tour con Prince si sentiva talmente superiore a tutti che mandava le persone a farle la spesa.

È necessario che queste vette di perfezione artistica finiscano perché altrimenti non riesci più a sopportarlo. E ci si ripete.

cesura (ma manca una enne?)

mollo un attimo i discorsi musicali soliti, per affrontare una questione che mi sta molto a cuore. la libertà d’espressione e la censura.

prima di tutto una notizia personale. chi scrive questo blog (e anche questo articolo) è ateo.

secondo di tutto: in italia esiste questa associazione chiamata UAAR, acronimo di Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, “che rappresenta le ragioni dei cittadini atei e agnostici”. tra le cose che fanno gli UAAR ci sono iniziative come la mitica “sbattezzo“.

ma non solo

recentamente, quelli dell’UAAR hanno pensato ad una campagna chiamata “Posso scegliere da grande?”, che in pratica “Vuole che tutti si fermino un attimo a riflettere se non sia meglio che un bambino possa, autonomamente e nel tempo necessario, sviluppare proprie convinzioni, o se invece è giusto che i genitori gli impongano le loro, qualunque esse siano.”

la campagna avrebbe dovuto toccare anche i mezzi pubblici milanesi se non che…

atm ha detto no all’utilizzo dei mezzi pubblici per la campagna dell’UAAR sottolineando che esisterebbe un divieto alle campagne pubblicitarie … religiose (cliccare sull’immagine per andare al sito atm).

 

Peccato, però, che la stessa ATM abbia ospitato in passato il bergoglio.

è censura?

anche all’estero la triste risposta di atm si è fatta notare

è l’inquisizione?

mentre il movimento 5 stelle si è mosso con un’interrogazione

rimane da capire cosa c’è scritto nel regolamento

Vinile: Amore e non amore di Lucio Battisti

Il vinile davvero speciale di questa settimana è “Amore E Non Amore” di Lucio Battisti.

Una prova rock sperimentale e/o sinfonico e/o progressive di Battisti, che viene accompagnato da buona parte della PFM (siamo nel 1971) e altri specialisti tipo Dario Baldan Bembo. 8 brani, con testi graffianti del rapporto tra uomo e donna post-69, e lunghe suite strumentali (dai titoli lunghissimi). Registrato (quasi) in presa diretta. Favolistico.

2640 di Francesca Michielin

C’è il nuovo album di Francesca Michielin, che in qualche modo ha attirato la mia attenzione. Sia perché mi sembra una ragazza umile, sia perché ha un viso acquaesapone (un valore aggiunto in questo mondo di plastica) e anche grazie a questa recensione di Tommaso Naccari. Non ho acquistato nulla, ma ho affidato al fido spotify il mio ascolto.

Michielin paga con gli interessi l’età che ha. Ne ha 23 di anni (beata lei) peccato, però, che i suoi collaboratori questo sembrano ignorarlo e la vestono con abito di 15 anni più grande. Donna passionale nelle foto e in una produzione da cantante affermata. Perché X-Factor fa rima con affermata? L’Eurosong o il secondo post di sanremo sono affermazioni? Una volta si parlava delle canzoni. Qualcuno sta cercando di farla passare per la Lorde italiana, facendole più del bene che del male. Di Lorde manca la semplicità. Di Lorda manca l’imperfezione (vi potesse servire, qui trovate il mio “Tutorial di Lorde”). Francesca è troppo perfetta nei suoi acuti, nelle sue dinamiche e nelle sue precise escursioni liriche. Ma l’effetto è quello di Hillary contro Trump. Lei perfetta, fredda, lontana dalle persone contro uno zoticone che però difende i posti di lavoro.

Insomma, Francesca ha bisogno di un autore imperfetto come il sottoscritto. Parliamone, no?

Elton: 300 concerti e poi stop

La notizia di questi minuti è l’addio alle scene di Elton John.

L’autore di centinaia di bellissime canzoni di rock melodico (come si diceva negli anni 80) lascia con un tour di 300 date.

E già si sa che Elton sarà nel 2019 al Jazz Festival di Montreux.

Da Jack White è vietato il telefono

se ho capito bene, jack white (ex white stripes e molto altro) ha chiarito fin dall’acquisto dei biglietti che al suo spettacolo/concerto non è possibile portare cellulare. cioè non si possono fare video e foto della serata. più o meno, il testo dice così:

questo è uno spettacolo senza telefono. strumenti per fare foto, video o registrazioni audio non sono permessi. pensiamo che ti godrai molto di più la serata se stai lontano dai tuoi giocattoli per un po’ e ti immergi nell’esperienza musicale e condividi l’amore per essa DI PERSONA. all’arrivo al locale, tutti i telefono e altri aggeggi per catturare foto e video saranno messi al sicuro in un sacchetto e saranno bloccati fino alla fine dello show. ti terrà il sacchetto al sicuro con te durante il concerto. se ne avrai bisogno potrai portare il sacchetto in apposite zone identificabili nella sala o nei corridoi. per chi vuole fare un po’ di post sui social, permettici di aiutarti. il nostro fotografo ufficiale posterà foto e video dopo lo spettacolo sul sito jackwhiteiii.com e sul nuovo account instagram jack white live. potrai ripubblicare queste foto quanto vorrai e goderti un momento senza il tuo telefono. un’esperienza umana al 100 per cento.

detto che è diritto di jack white di chiedere o ottenere uno spettacolo come pare a lui, mi sembra tutto molto chiaro e limpido. per quanto io credo possa essere uno strumento di marketing per i giovani artisti avere qualcuno che fotografa e riprende, capisco anche che un artista affermato possa decidere l’esatto opposto. simile l’esperienza l’abbiamo avuta a paisley park (gli studi di prince ora diventati un museo). all’entrata il telefono viene inserito in un contenitore felpato, che può essere aperto solo all’uscita del museo. la situazione è nuova da vivere, siamo troppo abituati a controllare il cellulare ogni 10 secondi, che non averlo più tra le mani fa strano, ma aiuta anche il rapporto con gli altri; nei musei e nei concerti ci si disturba l’altro cercando di fotografare di tutto. ricordo che all’ultima visita di Brera, abbiamo partecipato a una breve presentazione di un quadro, e, malgrado ci fosse abbondantemente vietato fotografare, la nostra guida è stata interrotta da un maleducato turista straniero che voleva fotografare il quadro. fotografie che raramente vengono bene, ma che servono solo ad arricchire i produttore di memorie e di chiavette usb.

segue

non so cosa mi abbia preso, ma reduce dal classico periodo dei buoni propositi di inizio anno, continuo a scrivere post. forse lo faccio apposta per disturbare il mio sistema nervoso simpatico (cioè quello che fa funzionare il corpo senza che noi lo vogliamo). sta di fatto che sono in vena di scherzi, tipo aumentare il prezzo della benzina nei cartelli della provincia milanese. una volta ero lì con una orfei, il ministro dello sviluppo economico e il centrocampista del lanerossi vicenza quando ci giocava paolo rossi. siamo lì che parliamo quando al ministro viene in mente che ha lasciato accesa la ciabatta del computer e c’ha detto: devo andare prima che l’enel mi fattura con il contratto del mercato libero. va pure, ho detto io, che tanto siamo vicini alla stazione di servizio e l’elefante dove è seduta una orfei ha la proboscide pronta per noi. arriva quello del vicenza e dice: devo andare anch’io che paolo rossi stasera è in televisione a dire che ai mondiali del 1982 il rigore alla germania doveva tirarlo ciccio graziani. vai pure anche te, ho detto io, che quando arriva il presidente dell’assobenzinai gli chiedo se il gas è già stato regolato. rimaniamo io, l’elefante e l’orfei. l’elefante ha l’abbonamento a spotify, non quello che costa nove e novanta nove, però. ne ha uno specifico per gli animali che lavorano negli zoo. i primi trenta giorni sono sempre gratis, ma poi si vede se la tigre è ancora viva, oppure no. io rimango impassibile quando la orfei mi spiega che la musica sta cambiando. e non possiamo farci nulla.