Giappone

Continua la mia galleria di foto scattate in Giappone.

La prima l’ho scattata all’interno della Tower Records, un palazzo di 4 piani dedicato alla musica, libri e qualsiasi altra occasione di divertimento per il tempo libero. Mi commuove vedere la grana della pellicola che abbraccia i colori dei libri nel lato destro della foto.

Poco distanti un palazzo mi ha permesso di esprire la mia emozione nel vedere i colori del cielo sui vetri.

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

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Giappone

In questi giorni scoprire una foto in bianco e nero, veramente in bianco e nero, è un’impresa. Io, per fortuna, ho salvato dalle grinfie dei traslochi una macchina fotografica regalata da mio nonno a mio papà. E’ una Voigtländer, 250 anni di macchine fotografiche austriache che su ebay sparano fino a 900 euro. La mia ne vale molti di meno, ma arrivando da metà degli anni 50 del 900 ha fatto la sua bella storia. Mi era stata, per così dire, regalata, perché potessi giocarci. Nessuno più la voleva. E così io me ne sono affezionato. La portavo sempre con me. Nei miei giri con la zia. Nelle mie gite di scuola. Ho imparato a fare foto con lei. Ed è lei che mi ha insegnato come gestire velocità e otturatore; dentro al contenitore dell’obiettivo c’è un piccolo schema che dice così: sole forte… 125 -16, sole normale 125 – 11 ecc. Una tabella inserita in italiano dall’ottico Gino Manafra di Via Porpora a Milano, dove (credo) i miei hanno preso la macchina. Ho portato la macchina fino in Giappone e lì ho fatto un paio di rullini di foto. Con un vecchio rullino in bianco e nero, che ha reagito bene.

 

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

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la copertina del nuovo album

sto lavorando a un nuovo album. la copertina l’ha disegnata Ariadne.

Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.

 

La Giornata Mondiale del Jazz

Dal 2012 l’Unesco (unesco.org/commemorations/jazzday) ha deciso di istituire per ogni 30 aprile la giornata mondiale del Jazz, genere musicale che ho imparato ad apprezzare e amare con la maturità della mia vita. Il sito ufficiale è jazzday.com

Il Jazz nasce dalla “combinazione della musica afroamericana folk (delle classi povere) con il divertimento delle classi agiate europee e la musica classica”. Il Jazz “ha degli elementi in comune con gli altri generi: la melodia che è la parte che ci ricordiamo di più; ha l’armonia, cioè quelle note che completano la melodia; ha il ritmo, il battere della canzone. Ma ciò che fa la differenza con il resto della musica è quella parte magnifica che viene chiamata improvvisazione. Suonare quello che viene in quel momento. Senza avere lo spartito di fronte. Senza lunghe discussioni con gli altri musicisti. Si suona e basta”.

Ascoltare un concerto di Jazz dal vivo è sempre una grande esperienza. In questo mondo di basi e playback, auto-tune (che peraltro serve anche a me) per non essere calanti o crescenti, ma intonati, ascoltare musica veramente suonata dal vivo è diventata un’impresa ardua. Nel Jazz, invece, la base preregistrata e quindi il playback non possono esistere perché l’improvvisazione è un ingrediente fondamentale della musica.

Ed è da questa improvvisazione, o meglio dalla ricerca basata sull’improvvisazione del Jazz che nasce la musica popolare, in senso lato, che ascoltiamo oggi. Che sia Rock, Rap o Funk , il Jazz ne è il grande Padre; ha saputo, con la propria libertà espressiva, contenerli tutti e farli crescere nel mondo. Il Jazz, in tutte le sue evoluzioni e nei suoi interpreti, ha saputo reinventarsi nelle diverse sonorità e ritmiche che sono arrivate fino al Reggae e al Punk.

Per noi Italioti, invece, il Jazz ha sempre un sapore strano. La nostra tradizione operistica ci ha lasciato una formazione basata sul “bel canto”, sulla intonazione, sul melodramma. E sullo spartito. Tutte componenti raramente presenti nella musica Jazz. Ma in questa diffusione, però, esistono degli elementi e musicisti che hanno fatto la storia del Jazz, come la tromba di Paolo Fresu (wikipedia). L’eclettismo di Stefano Bollani. Ma ci sono anche curiosi aneddoti, come il figlio di Mussolini, Romano (wikipedia) che divenne un pianista Jazz, anche se più famoso per il cognome che per le qualità di strumentista.

Fonti: musicmap.info – All about jazz, uniquely American music (Washington Post)

Lunedì 9 aprile

Martedì scorso, per festeggiare l’entrata in borsa di Spotify Wall Street ha appeso la bandiera… Svizzera. Proprio così; gli americano sono così… americani che confondono Svizzera con Svezia, patria di Spotify. http://bit.ly/2JyrB7F

Ha compiuto 72 anni Caterina Caselli, forse la più importante e controversa discografica italiana. Tra le sue scoperte alcuni dei cantanti maggiore successo degli ultimi anni. Frase detta: “Ricordarsi sempre che il talento è solo l’inizio. Se manca non si va da nessuna parte, ma senza la determinazione, la capacità di soffrire e di emozionarsi, la fiducia in sè stessi, e in fondo anche la sobrietà, non si resta in sella a lungo.” http://bit.ly/2JwWDwx

Il mio amico Bruno ci avverte che sta arrivando una serie televisiva firmata Amazon dedicata al Signore degli Anelli di Tolkien e aggiunge che “per accedere ai diritti è stato necessario pagare profumatamente la New Line (ovvero la compagnia che ha creato i film), gli eredi di Tolkien che detengono i diritti, e la casa editrice HarperCollins.” Altre info qui: http://bit.ly/2Jx9m24

 

 

Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

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Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up

Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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Mai andare a vedere un film italiano al cinema

Ho un paio di regole quando scelgo un film da vedere al cinema.

Mai scegliere un film italiano. i film italiani scontano un depressione romanocentrica e una lentezza che non è mai facile da digerire. Raccontano storie tristi di sinistroidi senza ironia che hanno paura di vivere, ma che poi girano in Ferrari. Sarà anche colpa degli yankee che ci hanno invaso con i loro ritmi ed effetti speciali. Tranne rari casi, tipo Nanni Moretti, i film italiani sono da scartare.

Corollario nr.1

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione. Tempi, facce e ambientazioni non sono quelle più che sufficienti nel piccolo schermo. Così come la semplicistica sceneggiatura televisiva non può (e non deve) essere riportata al cinema. Tranne rari casi, tipo Aldo Giovanni e Giacomo degli esordi al cinema, i film con attori italiani della televisione sono da scartare.

Corollario nr.2

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig. L’effetto risata obbligatoria dopo il tormentone (ereditato da Drive In) e l’applauso ripetitivo anche senza battute a effetto (ereditato da Fazio) sono il male del 2018. Tranne rari casi, tipo nessuno perché fanno tutti cagare, i film italiani dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig sono da scartare.

Corollario nr.3

Al posto di Zelig nel corollario nr.2 si può inserire Colorado, qualsiasi trasmissione di Abatantuono, della Gialappa’s o una puntata con Francesco Facchinetti.

Chiarito questo l’altra sera abbiamo visto “un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig“. Si tratta del nuovo (o il primo?) film con Nuzzo e Di Biasi dal titolo originale, mai sentito prima: “Vengo anch’io” (titolo provvisoro “Diversamente Family”). La trama del film racconta di un assistente sociale fallito e una ex carcerata appena uscita di galera. I due condividono un’auto per scendere verso il sud. Lui si porterà dietro un ragazzo problematico, cioè con la sindrome di Asperger. Lei vuole arrivare in Puglia prima che la figlia partecipi a una gara di canottaggio.

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Una domanda per Lisa

Ho fatto un’intervista con [il bassista dei Revolution] Brown Mark e [il tastierista] Doc [Matt “Dr.” Fink] prima dell’ultimo concerto di Philadelphia. Se ricordo bene mi dicevano che prima della morte di Prince c’era nell’aria il progetto di una riunion dei Revolution. E ‘questo il tuo ricordo? Eri coinvolta in quello progetto?

Certo. Ne abbiamo sempre parlato. Veniva fuori tipo ogni 2 anni. Ci pensavamo, poi qualcuno ne parlava con Prince. Lui ci pensava un po’ e poi se ne faceva niente. La cosa delle Tribute Band non gli piaceva. Voleva sempre fare qualcosa di nuovo. Potevamo organizzare la reunion, ma poi Prince diceva: “ma perché tutto vogliono parlare delle superiori? come se fosse il momento più bello della vita…” Se vuoi fare l’artista devi pensarla in questo modo. Non puoi avere la parte migliore della tua vita dietro di te. Devi sempre … avere un obiettivo di fronte a te. Però ci siamo sempre voluti bene e ci chiamava in diverse situazioni per aiutarlo nei progetti. Diceva: “Mark, vieni a suonare il basso da me domani”. Oppure: “Wendy, vieni a suonare la chitarra con questa cosa che sto facendo”. Eravamo sempre legati. L’unica cosa difficile era come fare una reunion senza scontrarsi con le esigenze di Prince. E sembra che la cosa si ripeta.

http://bit.ly/2DdDgnH

Quando narrare fa rima con camminare

perché creare?

perché non rimaniamo nel nostro simpatico (insomma), routinario (mah!), sicuro (per ora) lavoro dalle 9 alle 5?

perché lanciarci in un progetto creativo che non ci aiuterà a pagare le bollette?

perché scriviamo?

Philip Roth (il grande autore di Pastorale Americana) rispose così a una domanda del Le Nouvel Observateur nel 1981 (http://bit.ly/2Hs3y92).

scrivo “per essere liberato dalla mia prospettiva soffocante, noiosa e ristretta sulla vita e per essere attratto in simpatia immaginativa con un punto di vista narrativo pienamente sviluppato differente dal mio”.

se anche voi state cercando un punto di vista narrativo differente, probabilmente state raccontando una storia.

su questo sito (http://bit.ly/2HquzKb) della Commissione Europea ho trovato un articolo relativo ai film sponsorizzati dall’Europe Film Commission alla Berlinale di Berlino.

l’introduzione dell’articolo parla di storie e mi è parsa particolarmente interessante:

Le storie sono potenti maniere per connettersi. Costruiscono dei ponti tra la cultura e la società.

I film, in particolare, riflettono le sfide affrontate dalle nostre società. Il loro ruolo è stato spesso quello di preparare la strada al progresso, alla tolleranza, all’accettazione e all’inclusione.

Attraverso la creatività e la libertà artistica, l’industria cinematografica ha contribuito a sensibilizzare su questioni importanti.

In definitiva, i film possono toccare ogni individuo con messaggi potenti e quindi incoraggiare l’impegno dei cittadini nella società.

dobbiamo avere di fronte questo obiettivo anche per le nostre storie che vogliamo raccontare.

sia canzoni o che libri.

ma come fare sfrutturare la creatività e la libertà artistica?

qui mi viene in aiuto Marily Oppezzo. in questo intervento a Ted spiega cosa bisogna fare per essere creativi.

cioè cosa?

camminare!

è breve e divertente, dategli un’occhiata.

ecco le 5 cinque regole in italiano

  1. scegliere un argomento o un problema sul quale trovare una soluzione (brainstorming)
  2. camminare a un ritmo adatto mentre si fa brainstorming
  3. tirare fuori tutte le idee che passano per la mente (non fermarsi alla prima)
  4. registratele sul vostro telefono (scriverle sarebbe già un atto di selezione che non deve essere fatto durante il brainstorming)
  5. datevi un limite (se non esce qualcosa di buono durante il brainstormig, ritornateci su dopo)

Unione Europea, quanto ci costi?

a una settimana dalle elezioni, l’Unione Europea cerca di mettersi al riparo da eventuali populismi con un video dove ci spiega “Quando ci costa l’Ue?”.

http://bit.ly/2EUoKDc (occhio che appena clicchi il video parte con la musica a palla…)

poveri illusi.

sono un europeista convinto e so che l’Italia senza Europa sarebbe ancora alle Brigate Rosse e alla DC, ma vorrei anche una presenza sostanziale dell’Europa nelle nostre strade.

sono un illuso pure io?

eh, sì, la musica del video fa cagare.

c’è qualcuno là fuori?

ho quasi 50 anni e non ho mai, neppure per un momento, vissuto la vita che volevo vivere io. fin dall’inizio mi sono trovato a lottare per qualcosa che non era ciò che volevo io. ho ripensato a queste cose quando ho letto un articolo di billboard (http://bit.ly/2EStYPR) su un band sud coreana che sta affrontando il mercato cantando in coreano. sono i BTS (in inglese Bulletproof Boy Scouts e in coreano Bangtan Sonyeondan).

questi ragazzi che vanno dai 20 ai 24 anni denunciano quello che denunciano tutti i giovani del 2018. e che dicevo anch’io ai miei 20 anni.

sinceramente, dal nostro punto di vista, ogni giorno è stressante per la nostra generazione. è dura ottenere un lavoro, ed è ancora più difficile andare all’università, ora più di sempre. (…) gli adulti devono fare politiche che facilitino un generale cambiamento sociale. proprio ora, le classi privilegiate, le classi più alte hanno bisogno di cambiare il loro modo di pensare (…) e non vale solo per la Corea, ma per tutto il mondo. il motivo per cui la nostra musica ha senso per le persone di tutto il mondo per chi è 20enne o 30enne è per questi problemi (…) ma se non parliamo noi di questi problemi chi lo farà? i nostri genitori? gli adulti? non tocca a noi? queste sono le cose che ci diciamo tra di noi: chi meglio di noi sa quali difficoltà affronta la nostra generazione?

ecco sono qui che aspetto un artista italiano che produca qualcosa di simile. c’è qualcuno là fuori?

24 febbraio 2018: musica

un po’ di musica che *in pratica* per caso è passata da queste parti:

ieri sera concerto in diretta dalla Svizzera italiana di Michel Portal clarinetti, sax soprano, Vincent Peirani fisarmonica e Emile Parisien sassofoni(via Rete Due RSI) per la rassegna di  concerti pubblici alla radio intitolata “Tra jazz e nuove musiche”. tempo passato a godere di musicisti che divertono e si divertono. molto bella. seguirà il 12 maggio Chick Corea a Chiasso.

Samantha Harvey – Please (via Spotify): Miley Cirus stile, impasto vocale basso, con accenni Beyoncé. Bella voce. La canzone un po’ annoia

The Aces – Stuck (via billboard and spotify): interessante riff (chitarra?), belle armonie e il mix. l’ho inserita nella prossima playlist.

Ramz – Power (via spotify): ritmica traballante, e voce roca classica da rapper. non mi piace

Three Days Grace – I’m an outsider (via youtube): chitarre distorte e voce incazzata. molto già sentita. potrebbe ispirare qualcosa?

Janella Monáe – Django Jane (via youtube): rap, parlato. wow. sembra breve ma non lo è. mi piace e finisco per ascoltare anche…

Janella Monáe –Make Me Feel (via youtube): ritmica scarna, sembrano suoni fatti con la bocca. armonie mi ricordano kiss. molto bella. video HOT. l’ho inserita nella prossima playlist.

Drake – God’s plan (via youtube): canzone che serve al filmato dove Drake gira a fare il ricco e famoso che regala e dona soldi in giro per gli USA. un po’ moralista, ma carino. mi aspetto che un jova copierà presto l’idea.

Khalid & Normani – Love Lies (via youtube): ennesima ballata quasi rap. ritmica schiocco di dita (snap) sentito già milioni di volte… bella voce lei e melodia non male.

Bon Iver – Flume (Live on 89.3 The Current) (via youtube): Bon Iver fa sempre la sua parte. bravo. mi piace.

La lezione di David Letterman

a proposito del raccontare storie ed essere in grado di farlo, uno dei miei preferiti è David Letterman.

la biografia di Letterman è facile da scrivere, per 35 anni (1980-2015) è stato il conduttore del David Letterman Show o Late Show with David Letterman, quasi tutte le sere sulla CBS. in italia la trasmissione era sul satellite e negli ultimi anni su un canale free della Rai.

anche lo show è facile da raccontare: tutte le sere per 35 anni Dave iniziava la trasmissione con un monologo in piedi davanti al pubblico, poi un altro pezzo seduto alla scrivania. intervista o interviste a personaggi famosi, che spesso avevano un film o un libro in uscita. ospite musicale o cabarettista. fine. a volte la trasmissione subiva delle piccole variazioni come l’arrivo della top ten (late show top ten list): un argomento a caso e un elenco spassoso. da questo link ne prendo una: “10 cose che gli U2 hanno imparato nel corso degli anni”. pare che l’idea della top ten venne agli autori di Letterman leggendo di un lista nozze astrusa. la caratteristica era che quando partivano questi segmenti dello show sapevi già cosa aspettarti. così come le poltrone dove tutti gli ospiti (dai presidenti degli Stati Uniti a Maurizio Costanzo) si sarebbero seduti. (per avere altre informazioni sulla struttura della puntata tipo link di wikipedia). su internet il sito dello show dava in anticipo l’elenco degli ospiti: la trasmissione veniva ritrasmessa il giorno dopo e potevo programmare la mia settimana. ripetitivo? forse. di successo? sicuro. perché la variabile era lui. David Letterman. lui aveva uno stile ironico, umoristico e profondo di vedere le cose. uno stile che andava bene per tutti gli argomenti; il pubblico si metteva con fiducia nelle sue mani.

di seguito la mitica ultima puntata

https://youtu.be/7fakUXT0dvE?t=20m21s

ora Letterman, che è in pensione dal 2015, fa uno show su Netflix intitolato “il mio prossimo ospite non ha bisogno di presentazioni“. 2 poltrone davanti a un pubblico in un piccolo teatro. Letterman concentra tutto sull’intervista all’ospite e sul raccontare la storia dell’intervistato. nelle prima puntata l’ex Presidente Barack Obama e nella seconda George Clooney. l’intervista è dedicata a scoprire un lato non noto dell’intervistato, pochissime battute. nella prima puntata con Obama si è parlato di chi l’ha preceduto nella battaglia per i diritti dei neri, mentre Clooney ha parlato del suo impegno politico. non racconto altro per non spoilerare, ma nella seconda puntata si scopre meglio un lato dell’attore comasco che non conoscevo. le battute ci sono, ma sono funzionali ad alleggerire l’ambiente. non solo a far divertire il pubblico. e, soprattutto, Letterman ha introdotto l’uso di approfondimenti fuori dallo studio, con lui che intervista altri ospiti legati alla persona in studio.

https://www.netflix.com/it/title/80209096

anche qui la struttura rimane fissa; all’interno di questa ambientazione è sempre Letterman la variabile di successo. le sue idee e i suoi accenti agli argomenti che vengono trattati. e gli ospiti. oggi Letterman incontra un ex Presidente e un attore impegnato politicamente, ma nella sua vita ha avuto il coraggio di portare qualsiasi persona che potesse essere interessante. giovani musicisti. ragazzi delle scuole. il pubblico si fidava.

cosa ci insegna Letterman? al netto delle differenze tra l’italia e gli Stati Uniti, Letterman ha costruito un colonna vertebrale e su quella si è sentito libero di fare ciò che più amava. lavorava sui contenuti. contenuti spessi, di qualità altissima. un’enorme autoironia e tanta schiettezza. nel corso di 35anni il pubblico (e tra questi pure io) si è fidato e lo si ascolta per vedere cosa tirerà fuori dal suo prossimo ospite. come fare a fidelizzare il proprio pubblico?

chi compra ancora i cd? io!

qualche giorno fa ho pubblicato sul mio account instagram una foto (peraltro un po’ sovraesposta) dell’ultimo arrivo: la copertina di For The Roses di Joni Mitchell.

Who’s still buying CDs? 😝 ME! #jonimitchell #cd #jonimitchellneverlies #jonimusic

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

si tratta di un cd. sì, perché io sono ancora uno di quelli che comprano i cd. ne adoro la qualità audio, la praticità e la lunghezza. per carità, adoro anche il vinile, che però finisce dopo circa 22 minuti per lato. mentre un cd può darti anche 70 minuti di musica.

a quanto pare, siamo rimasti davvero in pochi a comprare e a godere della bellezza di musica su cd.

Infographic: The Rise and Fall of the Compact Disc | Statista You will find more infographics at Statista

questa interessante statistica pubblicata da statista mostra l’ascesa e la discesa della vendita dei cd (negli usa).