Vinile: Queen Jazz

da piccolo sono stato fortemente influenzato dalla musica che si ascoltava per casa. e – in qualche maniera – la musica che girava era proibita per me. in casa mia c’era un discreto divieto di professare le proprie attitudini. e/o di accedere a quelle degli altri. un po’ paradossale tutto questo? visto quello che ne è venuto fuori viene il dubbio che da qualche parte una crepa si fosse creata. l’album in vinile che presento questa settimana rappresenta tutto questo per me. si tratta di Jazz dei Queen. quando di nascosto ascoltavo la musica degli altri, cosa che per me era vietatissima uno dei miei album preferiti era questo dei Queen. il tutto insaporito dalla foto delle ragazze nude sulle bici.

con Jazz la band inglese si spostava a registrare tra Montreux e Nizza per motivi fiscali. il lavoro che ne esce è un album di un gruppo coeso. supportato da un rock-n-roll a volte sinfonico e sublime e dalla voce di Freddy Mercury, l’album scorre sicuro sul vinile in mio possesso. viene da dire che canzoni di questo spessore se ne sentono raramente oggi. l’album parte con Mustapha, un brano che sarebbe (credo) difficile da pubblicare oggi. Fat Bottomed Girls segue con i suoi riff di chitarra. Jealousy è la prima canzone che riconosco; un pop che a me sembra ispirata dal (migliore) Billy Joel, così come gli altri spunti pop di in only seven days, leaving home ain’t easy o don’t stop me now. mentre Bicycle Race contiene tutta la forza di cambio di direzione dei Queen nel durante (ispirando persino la foto interna alla busta con un centinaio di ragazze nude sui sellini di altrettante bici). un attimo di respiro torna con In Only Seven Days seguita dallo swing di dreamer’s ball. quando è il momento di ricordare che siamo (ancora) negli 70 arriva il funk di Fun It.

prossimo vinile: colonna sonora del film Breakdance

Approfittane per ottenere altre ispirazioni nella tua mail:

il tutorial di Lorde (?)

una delle voci più interessanti della musica degli ultimi anni è sicuramente Lorde (pron. Lord)

la cantante neozelandese è esplosa qualche anno fato con un brano perfetto: Royals

grazie a questo successo Lorde ha raggiunto picchi alti: “La celebre rivista Time l’ha inclusa tra i teenager più influenti del 2013 e, nell’anno successivo, è stata inserita anche nella medesima classifica stilata da Forbes” così dice wikipedia. a parte questi successi effimeri, Ella Marija Lani Yelich-O’Connor si è guadagnata anche una medaglia di bronzo delle olimpiadi.

tornando alla musica, il suo brano Royals ha delle caratteristiche per essere ritenuto perfetto:

  • il minimalismo della ritmica
  • le differenti melodie (ad arco) che si succedono (forse il punto più importante di questa lista)
  • la voce rotta dall’incoscienza di Lorde
  • la linea di basso a supporto dell’inciso
  • il synth sincopato

il testo, secondo quanto scritto da wikipedia, criticherebbe la vita degli artisti hip-hop. questa la (mia) traduzione in italiano

Non ho mai visto un diamante nella carne
Nei film ho tagliato i denti su anelli di nozze
E non sono fiero del mio indirizzo, nella città strappata
Nessun
invidia del
codice postale
Ma ogni canzone è come denti d’oro, Gray Goose, scatenato nel bagno
Macchie di sangue, abiti da sfera, spogliando la camera d’albergo
Non ci importa, stiamo guidando la Cadillac nei nostri sogni
Ma tutti sono come Cristal, Maybach, diamanti sul tuo orologio
Aerei jet, isole, tigri su un guinzaglio d’oro
Non ci importa, non siamo intrappolati nella tua relazione d’amore
e noi non saremo mai dei reali
Non funziona nel nostro sangue
Quel tipo di lusso è proprio per noi
Noi desideriamo un diverso tipo di sballo
Non sono il tuo governatore, puoi chiamarmi la Regina B
E il bambino che regnerò (che regnerò che regnerò che regnerò)
Lasciami vivere quella fantasia
Miei cari

figlia di una poetessa, che l’ha introdotta alla lettura da piccolissima, Lorde usa metafore e immagini nel suo testo. se noi italiani rimaniamo in un primo momento incantati dalla voce, leggendo il testo ci accorgiamo della profondità delle liriche.

ora, se prendiamo questo piccolo tutorial e lo riapplichiamo possiamo ricostruire il successo di Lorde? non è detto. e se lo stesso tutorial lo riprende Lorde può ottenere lo stesso successo? ancora, non è detto. ma il nuovo album Melodrama parte con un singolo davvero promettente: Green Light.

Vinile: PFM Live in U.S.A.

Live in U.S.A. è un album del 1974 della PFM; l’ho scovato dalla cantina genitoriale. la copertina si trova in condizioni pietose (segno di un uso continuo e sfrenato). l’ho ascoltato per una settimana, nel tempo libero, nei momenti fuori dal lavoro e due/3 cose le ho da dire. l’album, come scritto sulla copertina, è stato registrato in due concerti estivi, a toronto e a new york. nel primo lato 4 brani e due nel secondo. un primo lato melodico/pop, ancorato allo stile mogol/battisti, allora la PFM pubblicava sotto l’etichetta Numero Uno del duo. il secondo lato è improvvisazione, strumentale e frank zappa. è questo il lato più interessante.

Vinile: PFM live in U.S.A. Recensione link in bio #pfm #vinile #vinyl #vinylmania #vinyladdict

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

dopo più 40 anni di distanza l’album suona ancora divinamente; l’integrazione della band è perfetta, e pure la voce indecisa di cioccio fa bene la sua parte. le influenze musicali, cinematografiche e strumentali dell’epoca si sentono tutte. sintetizzatori e rock progressivo. il lungo secondo tempo strumentale deve avere trasportato il pubblico a scoprire una suono mediterraneo, ma a me rimane soprattutto lo spirito operistico con il violino di mauro pagani e lo spirito zigano della chitarra di mussida (l’unico punto dove il vinile salta…). il disco pubblicato con il titolo Cook negli Usa finì nella classifica di billboard e fu (forse) l’unico vero successo di rock italiano in terra USA.

se siete finiti su questa pagina, magari siete fan della PFM e di mauro pagani? allora dove leggere il libro del musicista bresciano. s’intitola Foto di gruppo con chitarrista ed è un viaggio nella vita musicale di Pagani. L’ho letto alcuni anni fa, un po’ per noia perché al mare non mi piaceva quello che mi ero portato e in una bancarella l’ho trovato per due lire. nel libro Pagani accenna anche al tour americano della PFM e racconta trasversalmente tutta la vita di un musicista tra la fine degli anni 60 e l’inizio del 70. davvero bello.

ecco uno che vorrei incontrare nella mia vita è Mauro Pagani. ce la farò?

prossimo vinile: Jazz dei Queen

Il Film The Wall di Roger Waters

ho visto il film del concerto The Wall di Roger Waters. un lavoro impressionante. il Waters riprone la propria musica in un concerto che lascia senza parole per la sua grandiosità e l’impegno. una produzione che rimane impensabile per le nostre latitudini; l’inglese permette a un’opera di questo genere di diffondersi in tutto il mondo. è forse grazie a questo che un poeta visionario come l’ex Pink Floyd può costruire e spendere così tanto. il palco deve essere stato lungo 200 metri. il muro del titolo che lentamente si costruisce tra il pubblico e la band nella prima parte del concerto, offre lo spazio a immagini, animazioni e effetti speciali sincronizzati con la musica, con i musicisti che spesso lasciano spazio alla drammaticità e coinvolgendo i giovani delle prime file. Roger Waters con la sua faccia da Richard Gere è perfetto. lo spettacolo è una completa integrazione tra musica e immagini, teatro e cinema, animazione e fotografia. la registrazione è di una qualità eccelsa, con un dolby surround ben sfruttato, mentre il video del concerto misteriosamente non sembra disturbato da flash di cellulare.

Roger Waters parla grazie alla splendida musica di rock sinfonico che ha nel repertorio, ma anche per il suo passato; il padre e il nonno del Waters morirono rispettivamente nella seconda e nella prima guerra mondiale lasciando i loro figli piccolissimi. è solo così che un autore parla di qualcosa che conosce bene. mentre il concerto si divide tra musica dal vivo e musical, il film è contemporaneamente un documentario che accompagna il Waters nel visitare i luoghi dove sono morti i suoi parenti, tra Francia e Italia. e non si dimenticano i caduti di tutte le guerre; il primo  brano viene accompagnato dalle immagini di caduti in guerra in attacchi terroristici; si parte dal padre ma si arriva ai morti degli ultimi anni. Per dire c’è anche Olof Palme il pm svedese morto nel 1985.

un concerto imperdibile per chiunque voglia raccontare storie con le canzoni. Roger Waters rappresenta un’ideologia precisa che nel tempo diventa un suo marchio di fabbrica.

qui sotto riporto l’intervista che il formigli di piazzapulita su la7 gli fa per l’uscita del film su dvd, pochi giorni dopo gli attentati di parigi del 2015.

(spoiler alert: il giornalista dice che Roger Waters è americano, mentre è nato nel Regno Unito)

Link: wikipediaimbd

19 – inventarsi la vita

mi rendo conto che nel 2017 non avevo ancora pubblicato alcuna playlist, come se avessi finito le ispirazioni. e invece su spotify continuavo a raccogliere nuova musica. approfitto di questo weekend lungo per fare un po’ di ordine. sono arrivato alla playlist numero 19; le prime playlist avevano anche un titolo, come la 6 che, in onore di un certo presidente del consiglio avevo intitolato “interdizione dai pubblici uffici” (giugno 2013). per ascoltare e vedere le altre playlist clicca qui.

ecco la numero di 19

  1. Kungs vs Cookin’ on 3 Burners – This Girl
  2. PCH (Pacific Coast Highway) – Golden West
  3. The Undertones – Teenage Kicks
  4. Low – No Comprende
  5. Gabriel O Pensador, Lulu Santos – Astronauta
  6. Strand of Oaks – Radio Kids (Official Video)
  7. Lizzo: ‘Worship’ SXSW 2017
  8. The Shins – Dead Alive
  9. St. Vincent – Digital Witness
  10. New Order – Round & Round-94

solo una nota a margine, il brano Astronauta (#5) l’ho scoperto durante la trasmissione di ieri di “Pionieri – Inventarsi la vita” su Radio Popolare. durante la sua ora di trasmissione il conduttore Giampiero Kesten presenta un esempio di qualcuno che si è inventato un lavoro. spesso (quasi sempre) sono ragazzi che si stanno cimentando in imprese importanti; qualcuno lavora con il bambù oppure c’è chi gira per Milano con l’ape per vendere cibo romano in strada (apecesare.it). è una trasmissione interessante perché associano il racconto imprenditoriale appena presentato, la storia della filosofia.

tra una valanga di cose inutili che si vedono e si sentono in giro, direi che il Kesten e la sua ora di trasmissione sono un’oasi d’ispirazione. in qualche maniera, dedico questa playlist di giugno a lui e a tutti quelli che cercano di creare qualcosa di nuovo.

Approfittane per ottenere altre ispirazioni nella tua mail:

touring’s boring: il vlog di mike stud

ciò che mi ripeto è che devo dimenticarmi le regole del passato. e così m’imbatto nel vlog di mike stud, hiphop rapper’mericano. vlog sta per blog (diario?) fatto di video. è su youtube e si chiama touring’s boring – che suona tipo noia da tour – e che ironicamente è tutto tranne che una noia. sia per chi è in tour, che per chi lo guarda. brevi fiction, live sul palco, esseri umani in gran forma e un buon rap minimalista. il tutto è ben rappresentato. sono puntate da 10 minuti o un quarto d’ora, passano in fretta e fanno il classico effetto ciliegia.

alcune riflessioni

le donne mostrano bocce pixelate o si lanciano in baci saffici (pure quelli pixelati) e i ragazzi si sfidano a botte di liquore “a collo”. ritmo incalzante, molti montaggi veloci e tanta musica. in più si parte da LA per girare per gli usa, cosa che male non fa, ma quella che “ha votato per trump”, come si dice adesso. cioè la provincia che non si vede mai. l’ultimo video che ho visto era girato nel midwest, tipo in nord dakota. ovunque vanno, cmq, le belle ragazze del posto le trovano. quest’ultima trovata mi sa tanto di finzione.

ma finzione o non finzione, la cosa funziona. finzione che funziona?

il tutto lo trovate qui: www.youtube.com/user/MikeStudMusic

evito eventuali paragoni con operazioni simili italiote o europee, ma se qualcuno le conosce me le segnali nei commenti. gracias

Kandinskji al Mudec di Milano

fino al 9 luglio al Mudec di Milano c’è la mostra su Kandinskji (qui il link). non sapevo nulla del pittore russo e per questo ho detto di sì quando mi è stata proposta la visita.

ho scoperto così un personaggio davvero particolare. anche se borghese, la vita di Kandinskji non è proprio tra le più tranquille, per esempio a 32 anni lascia il lavoro di avvocato, e di conseguenza viene lasciato dalla moglie, e torna a scuola con ragazzi di 12anni per fare l’artista. l’esposizione di Milano parte dallo studio dell’etnografia e di come l’ha ispirato. poi si ripercorre il primo periodo  sfiorandone l’espressionismo che l’ha reso famoso.

i quadri mi hanno affascinato, ma soprattutto hanno parlato una lingua che conosco quando hanno affrontato il rapporto tra l’artista russo e la musica: per Kandinskji i colori avevano (o hanno) la forza di mandare messaggi e quando chiude gli occhi per ascoltare la musica del Lohengrin di Wagner vede colori che diventeranno i suo quadri. la sinestesia?

nel suo trattato “lo spirituale nell’arte” (presente anche su Amazon) confronta il pittore al pianista: la corda del pianoforte è l’anima legata al colore.

Kandinskji lascia allo spettatore la massima libertà: chi guarda un suo quadro può decidere come farlo, e non sempre partendo dal centro. e quando la fotografia arriva nel mondo dell’arte, Kandinskji capisce che non è più obbligato a raccontare scientificamente un luogo ma usare i colori per raccontare le emozioni. la mostra a quel punto vira verso l’espressionismo: cosa c’è dentro ad un uomo? dobbiamo ascoltarci dove le cose non sono mai definite. possiamo partire da un pensiero positivo (che può essere rappresentato da un cerchio bianco) e vederlo cambiare nel tempo. i colori sono l’oasi sicura di Kandinskji, persino quando, finita la prima guerra mondiale, usa quelli che giudica più tristi o incerti come il grigio.

nota sul personaggio, osservando i suo quadri era giudicato un drogato dai suoi contemporanei, anche considerando le esperienze con l’assenzio di modigliani e picasso, ma Kandinskji era al contrario un  metodico che ripeteva sempre gli stessi gesti tutti i giorni.

la mostra di Kandinskji è un’esplosione di colori, forse incomprensibile, ma affascinante. e, cosa da non dimenticare, un’esibizione dove le opere si possono fotografare (senza usare il flash).

 

il cavaliere errante è al Mudec il bel museo delle culture in zona tortona a Milano fino al 9 luglio.

lodovica comello se la cava con l’inno di mameli

l’altra sera c’è stata la finale di coppa italia e (come tradizione da qualche anno) l’inno di mameli è stato eseguito da una cantante pop. quest’anno è toccato l’ingrato compito a lodovica comello. a mio modesto parere, l’esibizione è stata decorosa e di una spanna migliore di tante altre cose sentite con l’inno di mameli.

lodovica ha reso un brano francamente noioso un po’ brioso. ho sentito poche incertezze e ha cantato mostrando un bel sorriso che ha sicuramente aiutato a stemperare la tensione pre partita. tra la prima melodia e la seconda, che ripetono – lo ricordo – le stesse parole, mi è parso di sentire lodovica attendere la seconda strofa con un ingenuo e divertente parapà parapà


Lodovica Comello – Inno di Mameli – 17-5-17… di stefa73it

ma non tutti l’hanno pensata così.

in particolare un articolo di un sito musicale italiano (che non linkerò perché non lo merita) ha sfoderato un titolo terribile, accusando l’esibizione di lodovica di essere sciatta.

trovo fuori luogo accusare una giovane donna di avere mostrato un “sorriso inopportuno stampato sulle labbra”; mi avrebbe spaventato vedere lodovica tutta seriosa cantare un inno di una nazione che non esiste. meglio sorriderci sopra e mostrarsi spensierati. oltretutto, cantava davanti a 65mila spettatori, senza base e con qualche emozione.

malgrado questo, ciò che colpisce è che in un’occasione del genere e con tutti i soldi che girano nel calcio, l’italia non riesce a mettere in piedi un’esibizione degna di questo nome. si poteva accompagnare lodovica (o qualsiasi altra cantante pop) con un’orchestra, banda o qualche altro diavolo di arrangiamento che donasse alla serata l’importanza che merita. abbassando il volume degli spettatori, mettendo dei monitor come si deve (lodovica si toglie gli auricolari mentre pare aspettare il via) e permettendo così al cantante di turno di fare il proprio lavoro, cioè di  esprimersi come meglio crede.

invece questo non avviene mai, perché la musica nel paese del “belcanto” è un accompagnamento quasi inutile.

finito aprile, finto aprile e dell’essere autentico

non è un caso che il mio ultimo post era del primo aprile. aprile è un pesce di mese, che non merita nulla di buono. ora che aprile se n’è ‘ndato possiamo tornare ai fatti soliti.

sto leggendo un interessante libro, i migliori libri sono quelli che trovi per caso e questo sullo storytelling è curioso.

scrivere canzoni ha sempre qualcosa che riguarda il raccontare una storia. spesso le canzoni che amiamo di più sono quelle che ci raccontano una storia. e pure nella vita le fiabe, le favole, i film e i romanzi ci fanno bene. ci danno una morale e un insegnamento. il libro è prezioso e denso di lezioni da imparare. mentre lo leggo riporto sulla mia pagina facebook i brani più significativi. per esempio, il 2 maggio ho scritto:

Non esiste una formula magica per trovare storie adatte a essere usate: sono ovunque. Bisogna sintonizzarsi sulla “lunghezza d’onda delle storie”: tenere la mente aperta alla possibilità di raccogliere materiale utile come parte della routine quotidiana.

e questo è un vero esercizio che aiuta. come tante altre cose della vita, ho imparato che esercitarsi aiuta ad acquisire una competenza. come la pazienza. ho imparato a esercitarla e ora è parte di me. tranne quando perdo la pazienza. a quel punto vorrei avere un esercito a mia disposizione.

ma non divaghiamo. e dilaghiamo.

se vi andasse di comprare il libro, cliccate sull’immagine e sarete spediti dritti dritti su amazon. non vorrete mica iniziare proprio oggi ad andare in libreria per acquistare “racconto per il coaching”?

ora.

ho ritrovato tra le mie scartoffie una sacco di musica che ho scritto e “performato” (che verbo di merda) nel passato quando internet non esisteva. ecco perché mi sono dato il compito di pubblicarla nuovamente. perché tutti devono sapere e conoscere e ascoltare quanto fa schifo. perché io non sono andato al conservatorio; mio padre dice di essersi informato e costava troppo. ma credo sia una balla.

detto questo, il motivo vero per cui sto scrivendo questo post è perché ho letto un interessante articolo scritto dal solito Bob Lefsetz, uno con i controcoglioni. l’articolo è in-titolato authenticity (autenticità) e dice più o meno così:

tutti ‘sti influencer hanno legioni di followers. ma riguarda solo la moda, lo stile, qualcosa di evanescente, roba esteriore, che non ha alcun significato. invece bob dylan e eddie vedder hanno l’autenticità. (…) è qualcosa che tu provi veramente, è una risonanza, nel tuo profondo, quando incontri un umano, di maggior successo: una persona autentica sta prendendo le stesse decisione che tu prendi o prenderesti, o ha una maggiore esperienza e più informato e perciò puoi imparare dal suo lavoro.

ecco, io credo che in quei brani di (circa) 20 anni fa io ero/sono autentico. ecco perché ne racconterò la storia.

1996

ho riscoperto qualche cassetta analogica e qualche cassetta digitale. siamo nel 1996: io da qualche anno vivo la mia prima esperienza professionale e le soddisfazioni sono assenti. completamente. isolatamente. non sapevo fare altro. non sapevo come fare. e nessuno mi guidava. probabilmente, è stato il primo momento della mia vita dove avrei potuto morire.

#millenovecentonovantasei #1996 #dcc #digitalcompactcassette #musica #ispirazione #inspiration #music

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

c’era la musica, sì la musica c’era. la facevo io, la facevano gli altri e io li ascoltavo. sono finito per andare a tanti concerti. arrivano le spice girls. arriva il funky degli articolo 31 e i jamiroquai diventano di spessore. poi Prince che cambia nome, anzi no, poi Emancipation pubblicato dalla EMI. forse l’ultimo album di successo dei Pooh (amici x sempre). io non so bene. sono confuso. la competizione che è in atto mi travolge. cerco soddisfazioni in altre cose. cerco di capire la mia identità. ma non ce la faccio. crollo. mi riprendo e crollo di nuovo. questa la musica di quei giorni.

  1. Spice Girls – Wannabe
  2. Earth Wind & Fire – Superhero
  3. Articolo 31 – Tranqi Funky
  4. Tina Turner – James Bond
  5. The Stylistics – Betcha By Golly, Wow
  6. Sheryl Crow – If It Makes You Happy
  7. Céline Dion – Falling Into You
  8. George Michael – Fast Love
  9. Prince – Dinner with Delores
  10. Pooh – Innamorati sempre innamorati mai
  11. Jamiroquai – Virtual Insanity
  12. Suzanne Vega – Birthday
  13. Pooh – Amici per sempre
  14. Mavis Staples – The Undertaker
  15. Spice Girls – Say You’ll Be There
  16. Mayte – If I Love You Tonight

Due note su queste versioni. Superhero è una collaborazione tra Prince e gli EarthWind&Fire mai sentita prima. Qui altre notizie. Celine Dion non era ancora esplosa con la colonna sonora di Titanic, ma a me piaceva già. Bella la versione a cappella dei Pooh. Tranqi Funky è il video (forse) destinato al mercato USA con una versione diversa del successo degli Articolo 31. Un po’ meno grintoso l’inciso della versione nostrana: perché non hanno portato la versione italiana in USA? Bello ritrovare le Spice Girls. E interessante notare come lasignora Beckham fosse completamente avulsa dal gruppo. A quel tempo non l’avevo mai notato. La mia preferita era cmq Melanie Brown. Ho visto Tina Turner in concerto proprio in quegli anni al forum. Lei è una forza della natura (frase classica che si dice(va) di Tina), ma il concerto era un po’ freddino per i miei gusti; me ne sono andato a metà. In-vece dell’amata versione di Prince di Betcha By Golly, Wow (che non ho trovato su youtube) ho messo l’originale dei The Stylistcs che ha una forza nella voce solista e nei cori. Forse il miglior brano del 1996. LOL Infine, Shery Crow che con If It Makes You Happy ha trovato il brano “infinito”.