#betty playlist

http://bit.ly/2LcIViN

  1. Prince – When Doves Cry (Extended Version) (Official Music Video)
  2. Providence – Ani DiFranco
  3. Depeche Mode – Home
  4. Bluvertigo – L’Assenzio
  5. David Bowie – Loving The Alien
  6. Lenny Kravitz – Let Love Rule
  7. Radiohead – Creep
  8. Franco Battiato – Up Patriots To Arms
  9. Peter Gabriel – Shock The Monkey
  10. Kate Bush – Running Up That Hill

Jay-Z e Beyoncé a San Siro

La mia playlist di Beyoncé: Don’t worry Be Yoncé

6 luglio 2018: San Siro ha ospitato i Carter.

Venerdì sera a San Siro per vedere la coppia d’oro del musicbiz mondiale: Beyoncé e Jay-Z.

Sgombriamo subito tutti i dubbi: il concerto è stato grandioso. Il palco alto più di metà dello stadio (compresa l’amplificazione) è in gran parte occupato da un immenso schermo, sotto la curva rossonera. Due passerelle parallele lunghe fino a centrocampo completano la scenografia. L’impianto d’amplificazione presidia ogni punto occupato dal pubblico. Nella seconda sessione del concerto un’ampia parte del palco si stacca per alzarsi di una decina di metri e scorrere sopra il pubblico lungo le due passerelle. Come un drago sputa vapore sul pubblico. I diversi atti del concerto sono collegati sul grande schermo da un film.

Fermo, immagina…

Loro vestiti da Hollywood, Bronx e Montenapoleone scendono mano nella mano. Lei seria, lui si guarda in giro. Poi Beyoncé inizia a cantare. Un inizio poderoso, vigoroso e intenso. Breve introduzione sullo schermo e si entra subito nel pieno della musica e della vita dei Carter. Nelle cose belle e meno belle. Sì, perché il filo rosso che unisce la musica è la storia tra i due; i tradimenti di lui e il perdono di lei. Una casa brucia; mentre lui la guarda in fiamme lei è disperata si tiene la testa.

Non lo nascondo: mi sono scese due lacrime a vedere uno spettacolo così ben fatto e efficace.

Musicalmente lei occupa lo spazio più melodico e lui quello più misterioso. Dark. Ma capita anche che Beyoncé finisca per entrare nello stile di Jay-Z, con cura e attenzione. I colori della storia sono solo nel film; dal maxischermo la coppia fa bella mostra della ricchezza che indubbiamente possiede. Le canzoni variano tra il grigio e il nero. La conclusione con Forever Young – pessima scelta – ha l’unico merito di portare un po’ di arcobaleno. Provano così a non lasciare il pubblico con un sapore amaro in bocca, mentre tutti ci si muove verso casa con mamma Beyonce che urla: Drive Safe Home.

Per lungo tempo di musicisti non se ne vedono; saranno nascosti dietro al lungo e immenso video che accompagna le performance, penso. Nella tradizione dei concerti “moderni” i musicisti occupano uno spazio impalpabile, perché non ci devono essere altri protagonisti oltre ai Carter. In questi termini il concerto è minimalista. Quando lei si siede per cantare un brano accompagnata da una chitarra acustica, il musicista non si vede. Neppure in lontananza. Quando il palco è tutto per Jay Z, forse l’unico dei due che cerca di colloquiare con il pubblico, la musica si fa più cupa. Lui fa il Gangster nella coppia – mentre lei è la Regina – e occupa il suo spazio in ampiezza. Lei invece si eleva. Qui l’acustica dello Stadio fa il danno peggiore. Le parole di Jay Z e di Beyoncé si trasformano in un lungo parlato incomprensibile e a tratti fastidioso. Non riesco a immagine la bellezza di potere ascoltarli in un luogo adatto ai concerti.

Beyoncé canta accompagnata dalla chitarra. Ma il chitarrista dov’é?

La scaletta (rockol) del concerto non presta il fianco ad alcun momento rock, perché i ritmi hiphop sono l’unica cosa trasmessa. Purtroppo è difficile ascoltare un assolo di chitarra in questi concerti. E’ principalmente lo spettacolo di Jay-Z che ospita Beyoncé. Lei possiede una voce graffiante e grintosa che sta molto bene in coppia con le chitarre distorte. Oppure funziona come soprano. Ma è meglio non prendere il posto del maritino; lui alla fine risulta piuttosto noioso. Esteticamente, sono una coppia imitata; sono decine le ragazze che si vestono e si muovono con libertà e orgoglio grazie a quello sdoganamento dei fianchi che Beyonce (via JLo) ha fatto. L’attesa sotto la breve pioggia (io di grandine non ne ho vista, malgrado quanto raccontato da Rolling Stone) è stata riempita da questa sorta di sfilata. Non ho termini di paragone con altri concerti visti a San Siro, ma ho avuta la netta sensazione che lo spazio occupato dalla produzione andasse oltre la – ampia – disponibilità dello stadio di Milano.

Finisce lo show. Titoli di coda.

St. Vincent al Magnolia

27 giugno: inizia l’estate dei concerti con il live di St. Vincent al Magnolia in zona Idroscalo a Milano.

St. Vincent in azione al Circolo Magnolia, poco fuori Milano.

Concerto elettrico, elettronico e binario. Un impatto scenico parco nel parco, ma impressionante che esplodeva nella miriade di smartphone che fotografavano e riprendevano la scena. Latex infiniti, musicisti maschi con maschera-parrucche e bellissime luci dietro alle spalle.  Un concerto del 2018. Con tutto il carico di glamrock che ha – ovviamente – ereditato. Lei si posiziona al fianco degli altri musicisti, sulla sinistra. Non è la prima donna. Entra dalla destra con un passo marziale.

St. Vincent (wikipedia) è il lato artistico di Annie Clark. Dal 2003 oggetto delle attenzioni del mondo musicale (in tour con David Byrne nel 2012). Ha uno stile originale – molto – riconoscibile. Sia esteticamente, che musicalmente.

Un’ora e mezza di suoni e ritmi-distopici. Distorti. Passaggi sinfonici e di sperimentazione d’insieme. Armonie improvvisate ben costruite. Arrangiamenti non banali. Tastiere a creare l’ampiezza del suono. Ben distribuite. St. Vincent suona la chitarra principale, onorevole, ma un po’ semplice. Effettata pesantemente. Con una raccolta di immagini inquiete, cupe, dark, di solitudine e di disciplina.

Melodie ossessive. Come ci si merita nel 2018. Melodie complesse. Del 2018. Il cantautore è morto. Non ci sono canzoni. Qui siamo in una forma di qualcos’altro, forse dovuta all’elettronica, forse dovuta a una certa confusione generale o che hanno finito tutte le note e non sanno più dove trovarle e metterle. Nascono questi insiemi di musica che non è soltanto una melodia con la “strofa – ritornello – strofa – ritornello – ponte”. Non è solo la struttura.

Eppure dopo tanto disco elettronica, il concerto termina con due ballate; alla fine bisogna piangere perché si conclude la festa? ma bisogna festeggiare per la bellezza della musica!

Annie costuisce un concerto ben definito e internazionale. Semplice e complesso. Grazie a quella capacità di raccontare le storie che solo gli americani hanno (chissà come mai).

La scenografia che impressiona e impressiona le miriade di smartphone. Che foto di merda.

Rockol con la scaletta del concerto.

Musica: la vera storia (non solo quella di Avicii)

Avicii: True Stories http://bit.ly/2MV9vht su Netflix

C’è stato un momento – tipo 25 / 30 anni fa – quando l’elettronica e la tecnologia hanno cominciato a comandare nel mondo della musica.

Nel fare musica.

Per (quasi) tutti gli anni 80 la musica si era avvalsa dell’elettronica. La batteria elettronica Linn Drum LM-1 (foto sotto) era tanto amata da Prince, perché gli permetteva di fare in fretta: lui aveva un’idea, la registrava e diventava realtà. Realtà = Canzone = Successo = Tanti Soldi (nel caso di Prince).

Linn LM-1 Drum Computer.jpg
Di Ekwatts di Wikipedia in inglese – Trasferito da en.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, Collegamento

Stesso discorso il sinth Dx7 della Yamaha (foto successiva) o il concorrente il D-50 della Roland. Tastiere con una loro personalità. Strumenti che avevano un timbro e un suono nuovo e che hanno caratterizzato quel periodo.

Yamaha DX7 (on stand).jpg
Di Leo-setä – originally posted to Flickr as DX7 synth, CC BY 2.0, Collegamento

Ma questi erano strumenti singoli. Dovevi comunque avvalerti di uno studio di registrazione per integrarli nel resto della canzone. Così come mettevi la chitarra sul nastro, così mettevi il suono della tastiera. Per dirne uno.

Poi sono arrivate le Workstation. Come la Korg M1 (foto sotto). Una tastiera che faceva tutto. O tanto. In primo luogo aveva un buon sintetizzatore, nel caso del Korg M1 era un campionatore, cioè uno strumento che riproduceva suoni e timbri registrati dal vivo. Completato da un sequencer, che era un registratore digitale. Con un solo strumento – relativamente economico – come il Korg M1 avevi la possibilità di fare un brano dall’inizio alla fine. Io l’acquistai nel 1989 (dopo averlo visto in tour con i Pooh). Da allora e per moltissimo tempo fu il mio strumento.

Korg M1.jpg
Di Warren B. – originally posted to Flickr as IMG_1940.JPG, CC BY-SA 2.0, Collegamento

Con queste soluzioni si ridussero le dimensioni e i costi per chi voleva fare musica. Se avevi una buona idea bastava poco per realizzarla. Per tutti gli anni 90 ci fu un’evoluzione fortissima in questo senso. Un’evoluzione che alla fine ha prodotto i DAW (acronimo che significa Digital Audio Workstation) come Pro Tools e Logic.

Oggi, si fa tutto al computer. Loop, timbri, parti di orchestra e fill di batteria. C’è tutto quanto fa una canzone in un DAW. E grazie a queste applicazioni c’è stata una netta riduzione della presenza delle tastiere, da un punto di vista fisico, intendo. Al massimo ti prendi una tastiera con 3 ottave per suonare le parti di assolo.

Non hai bisogno d’altro.

E qui inizia la storia di Avicii, il “disc jockey e produttore discografico svedese” di grande successo che si è tolto la vita il 20 aprile scorso.

Netflix ora distribuisce il documentario Avicii: True Stories del 2017. Diretto da Levan Tsikurishvili, il film racconta gli esordi, i primi tentativi e il successo del DJ svedese. Il documentario è ben fatto, forse un po’ troppo lungo per i miei gusti, e ha il pregio di mostrare video reali del lavoro di Avicii e del dietro le quinte. In qualche momento sono piuttosto crudi. Le testimonianze sono di David Guetta, Wyclef Jean e Nile Rodgers.

Avicii è stato un autore di successo grazie all’utilizzo (o lo sfruttamento) della tecnologia. Dei DAW (lui iniziò con FL Studio).

Trattandosi di un documentario non ha senso parlare di spoiler, ma da qui in avanti metterò delle anticipazioni sul contenuto del film.

Continue Reading

Film: Mary e i fiori della strega

Mary e i fiori della strega è il film di animazione giapponese nelle sale in questi giorni. Domenica pomeriggio siamo andati a vederlo nel nostro cinema preferito. Viene presentato come un’opera dello Studio Ghibli, ma in realtà è la prima opera dello Studio Ponoc; lo studio di animazione giapponese nato nel 2015 che sta raccogliendo l’eredità di Miyazaki e Takahata dello Studio Ghibli. Gli elementi Miyazakani si vedono tutti. Le protagoniste femminili e la passione per il volo. Il regista Hiromasa Yonebayashi arriva proprio dallo studio di Mitaka dove ha lavorato come animatore sia con Miyazaki che con Takahata.

Qui il Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ujmBdR3uuFI

Il film narra di una vivace bambina, Mary, che trascorre un periodo di vacanza dalla pro-zia Charlotte in attesa dell’arrivo dei genitori e dell’inizio della scuola. In casa con la pro-zia la piccola Mary si annoia. Viene così spinta dalla pro-zia e dalla governante a uscire per la bella giornata. Durante uno di questi giri, Mary incontra Peter, un suo coetaneo che trascorre l’estate facendo commissioni, e i gatti Git e Tib. Seguendo i mici Mary scoverà nel bosco i fiori dal colore blu acceso. Il fiore della strega. Qui inizierà la sua avventura tra voli a cavallo di una scopa e la visita alla magiuniversita.

Il film tra misteri, personaggi di spessore e scene divertenti è un omaggio a tutta l’animazione dello Studio Ghibli e per questo fa ben sperare per il futuro. Abbiamo bisogno di film di animazioni per sognare e riflettere.

Senza fare spoiler, il film finirà con Mary che a cavallo della scopa urla a Peter: “la magia non ci serve!” Una dichiarazione d’amore per la vita e per l’umanità che mi ha fatto emozionare.

Mary e i Fiori della Strega è nelle sale fino al 20 giugno. Distribuito in Italia dalla Lucky Red, che non smetteremo mai di ringraziare.

Mary e il Fiore della Strega

Le ginocchia nella schiena (al concerto di Giorgia)

Anni 2000, frequento un nuovo gruppo di amici. Senza che io lo sappia, a qualcuno piace la musica nera. Scopro che c’è il concerto di Giorgia e propongo a tutti di andarci. Apprezzano in 3. Prendo i biglietti. Con Giorgia suonano gli ex Npg Sonny T e Michael B. Se non ricordo male, Sonny, era direttore musicale del tour. I due ex musicisti di Prince suonano in maniera scolastica; fanno il loro lavoro, ma senza sforzi. Nulla rispetto a quanto producevano con Prince. Lui era speciale nel mettere in evidenza i suoi musicisti. Forse il suo vero e unico talento.

Siamo al Forum. Un sacco di gente. Non mi aspettavo Giorgia avesse così tanto seguito. Cinicamente penso: “sarà merito del suo ex.” Le canzoni più emozionanti sono proprio dedicate a lui. La commozione sua e del pubblico è tangibile. In realtà quello che ascolto non è male, ma non è nulla di eccezionale.

Abbiamo solo qualche problema con i ragazzi nella fila dietro di noi. Una di loro si è allungata fino a puntare le ginocchia nella nostra schiena. A nulla valgono gli sguardi che periodicamente le lanciamo girandoci verso di lei. La scena è questa: lei si allunga e punta le ginocchia. Noi si sbuffa, ci si gira e si fissa incazzati la persona che disturba. Di solito la si usa al cinema. Ma non serve a nulla al cinema : così come non serve a nulla quella sera.

Continua il concerto e verso la fine Giorgia fa i grandi successi. Il brano di Sanremo. A quel punto la vicina con le ginocchia nella nostra schiena chiama al cellulare un’amica per farle ascoltare il concerto urlando: “senti, senti, è bravissima!”. Una rincoglionita.

del perché non mostro più i video

da qualche tempo ho deciso di non inserire video di altri presi da youtube/vimeo. troverete solo i link ai video per poterli vedere sul sito. ho preso questa decisione per una serie di motivi. primo perché lefsetz non lo fa. penso non l’abbia mai fatto. chi è lefsetz? si tratta del migliore critico musicale/pop in circolazione. ha una sincerità e una schiettezza nelle proprie opinioni che non si trova ovunque. leggi qui tutti i miei articoli su di lui. lui non mette mai un video nelle sue pagine, ma rimanda alla pagina di youtube dove si trova il video. secondo motivo, perché non ha senso mischiare le produzioni di altri con le mie. infatti i miei video continueranno a esserci in queste pagine, con l’apposito inserimento. terzo motivo, perché non vorrei fare casini con la siae.

Prince in Piano & a Microphone 1983 – i miei dubbi

Kiowa Trail Home Studio

2016 – Mia foto dell’entrata al Kiowa Trail Home Studio

Il 21 settembre uscirà un album postumo di Prince. Si chiamerà “Piano & a Microphone 1983” e sarà pubblicato da quei cattivoni della Warner. In questo album ascolteremo Prince suonare al piano alcuni dei suoi brani più celebri. I brani sono stati registrati nella villa di Prince (forse il luogo di maggiore ispirazione per lui) all’indirizzo 9401 Kiowa Trail di Chanhassen. La cancellata c’è ancora e ancora mostra con orgoglio il simbolo dell’amore e della pace. L’avrebbero scovato all’interno del Vault (la cabina armadio dove Prince custodiva brani, master e registrazioni mai pubblicate). Il lavoro di marketing ‘sta volta ha giocato sulla data di nascita di Prince (ieri 7 giugno) quando avrebbe dovuto compiere 60 anni. Per far venire l’acquolina in bocca a noi fan è stato deciso di pubblicare in anteprima un brano. Si tratta di “Mary don’t you weep”, un brano spiritual; startribune dice che finirà nei titoli di coda del nuovo film di Spike Lee (sperando che il nuovo film del genio niuorchese non sia un rompimento di balle tipo “Miracolo a Sant’anna”). Per ascoltare il brano cliccare qui www.youtube.com/watch?v=srwfAeXaTM8 (si aprirà una nuova finestra)

Un paio di annotazioni.

Primo: la qualità audio del video ufficiale su youtube è davvero bassa. Si sente netto e deciso un odioso soffio di fondo che circonda tutta la registrazione. Non ho dubbio che i tecnici abbiano lavorato alacremente per migliorare la qualità del suono, ma davvero non si poteva fare qualcosa di più? Tipo usare il buon vecchio Dolby?

Secondo: Il nuovo manager degli affari di Prince e consulente della famiglia con la benedizione della Banca, Troy Carter, dice che:

questa onesta, intima registrazione, che è stata fatta all’inizio della carriera di Prince, prima che raggiungesse la notorietà mondiale, è simile ai concerti di Piano & A Microphone della fine della sua carriera nel 2016.

E qui sta la seconda questione: perché riprendere una registrazione così simile ai concerti finali di Prince? Perché confondere le idee ai pazienti e lungimiranti fan di Prince? Perché ripercorrere la storia che Prince ci ha già raccontato a modo suo? Dal vivo.

Noi fan di Prince siamo ghiotti di qualsiasi cosa esca dal Vault, ma deve uscire qualcosa che abbia un senso sia in termini tecnici, che artistici.

Dovete raccogliere l’eredità di Prince raccontandone la storia che non sappiamo. Fateci smontare i brani. Aiutateci a capire il suo genio. Il suo rapporto con i genitori. Il suo rapporto con le donne.

Ecco la tracklist completa:

  1. 17 Days
  2. Purple Rain
  3. A Case Of You
  4. Mary Don’t You Weep
  5. Strange Relationship
  6. International Lover
  7. Wednesday
  8. Cold Coffee & Cocaine
  9. Why The Butterflies

75 suggerimenti per musicisti casalinghi

eh, no. non troverai QUI questo elenco. è un elenco che avevo trovato diverso tempo fa sul sito cdbaby (maggio 2015). loro hanno fatto questo post sul sito diymusician. avevano elencato 75 suggerimenti utili per far uscire la propria musica dalla cameretta.

eh?

il suggerimento migliore è il numero 58:

58. fatti questa domanda: cosa farebbe PRINCE al mio posto?

(58 è l’anno di nascita di Prince e l’età che Prince avrebbe compiuto l’anno in cui è morto)

L’eredità di Prince, intervista a Charles Koppelman e L. Londell McMillan

Da qualche tempo sono tornato a tradurre in italiano articoli stranieri; l’intento è quello di lasciare una traccia italiana di interviste e opinioni interessanti. Spesso affronto argomenti legati a Prince, come in quest’ultimo caso. Si tratta di un’intervista rilasciata da Charles Koppelman e L. Londell McMillan. Sono i due manager che in un primo momento avevano la responsabilità di gestire l’eredità musicale/artistica di Prince. L’intervista era stata pubblicata da Billboard ed era stata fatta da Jem Aswad.

Qui sotto il link per leggerla.

Onorare e monetizzare l’eredità di Prince

Giappone

Ancora in giro per il Giappone. Ancora a Tokyo. Qui sotto appassionati di auto che guidano Go Kart in mezzo alle strade della città. Pare che oltre al Go Kart si possa noleggiare anche un costume di carnevale.

A Tokyo, giri l’angolo e (com’è, come non è) trovi un tempio. Chiuso, come se fosse un ufficio. Sulla cartina i templi sono indicati con un simbolo nefasto dalle nostre parti.

Asakusa (pron. Asaksa), il quartiere dove abbiamo dormito, non è proprio un quartiere turistico. Vicino al nostro albergo si trovava il bellissimo e grande tempio Sensō-ji (wikipedia), tappa obbligata per tutti i turisti di Tokyo. Ma il quartiere è conosciuto, perché ci sono molti negozi di prodotti per ristoranti; quasi tutti i ristoranti giapponesi in vetrina propongono degli esempi “finti” di piatti che si possono ordinare. In questo quartiere ci sono i negozi che vendono questi piatti finti. Questo signorone con i baffoni che si trovava su un angolo faceva proprio pubblicità per un negozio di quel genere.

Mentre questi sono esempi di gelati, sushi e sashimi che i ristoratori possono acquistare da mettere in vetrina.

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

Bloom: Morgan e The Van Houtens

Sabato scorso (nella notte tra il 19 e il 20 maggio), come testimoniato da un post su instagram, siamo stati al concerto di Morgan al Bloom di Mezzago (storico locale brianzolo). Nel concerto Morgan, coadiuvato da Megahertz, si è buttato in un live di stampo elettronico, tra la jam e la casualità. Brani di Castoldi e cover varie (tipo De Andrè, Pink Floyd). Una di quelle serate che lo rendono immortale, o mortale per il pubblico.

La serata è stata un’esplosione di dissonanze. Tutto molto impreciso, rumoroso, senza controllo e poco coordinato. Causa anche una lunga attesa condito dalla musica sparata nelle casse, (caro Bloom perché soffocare le persone con un doloroso rock?) dopo circa un’ora di concerto di Morgan siamo venuti via. Il costo del concerto è stato davvero basso e sapevamo che poteva essere una scommessa, ma ho trovato questo spettacolo troppo difficile.

Troppo improvvisato.

E (francamente) uscire sul palco fumando è una cosa che non si fa più: non è neppure una trasgressione. E’ solo tristezza.

Prima del duo MM, hanno ben suonato The Van Houtens; loro sono fratello e sorella (Alan e Karen). Hanno già dei passaggi televisivi (Strafactor) e collaborazioni illustri (la ginnasta Carlotta Ferlito) nel curriculum e quindi non li scopro di certo io. La band sul palco del Bloom era formata dai due già citati e da una chitarrista/bassista (dalle doti evidenti) e da un musicista alle tastiere/computer.

Giappone

Continua la mia galleria di foto scattate in Giappone.

La prima l’ho scattata all’interno della Tower Records, un palazzo di 4 piani dedicato alla musica, libri e qualsiasi altra occasione di divertimento per il tempo libero. Mi commuove vedere la grana della pellicola che abbraccia i colori dei libri nel lato destro della foto.

Poco distanti un palazzo mi ha permesso di esprire la mia emozione nel vedere i colori del cielo sui vetri.

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

Giappone

In questi giorni scoprire una foto in bianco e nero, veramente in bianco e nero, è un’impresa. Io, per fortuna, ho salvato dalle grinfie dei traslochi una macchina fotografica regalata da mio nonno a mio papà. E’ una Voigtländer, 250 anni di macchine fotografiche austriache che su ebay sparano fino a 900 euro. La mia ne vale molti di meno, ma arrivando da metà degli anni 50 del 900 ha fatto la sua bella storia. Mi era stata, per così dire, regalata, perché potessi giocarci. Nessuno più la voleva. E così io me ne sono affezionato. La portavo sempre con me. Nei miei giri con la zia. Nelle mie gite di scuola. Ho imparato a fare foto con lei. Ed è lei che mi ha insegnato come gestire velocità e otturatore; dentro al contenitore dell’obiettivo c’è un piccolo schema che dice così: sole forte… 125 -16, sole normale 125 – 11 ecc. Una tabella inserita in italiano dall’ottico Gino Manafra di Via Porpora a Milano, dove (credo) i miei hanno preso la macchina. Ho portato la macchina fino in Giappone e lì ho fatto un paio di rullini di foto. Con un vecchio rullino in bianco e nero, che ha reagito bene.

 

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

la copertina del nuovo album

sto lavorando a un nuovo album. la copertina l’ha disegnata Ariadne.

Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.

 

La Giornata Mondiale del Jazz

Dal 2012 l’Unesco (unesco.org/commemorations/jazzday) ha deciso di istituire per ogni 30 aprile la giornata mondiale del Jazz, genere musicale che ho imparato ad apprezzare e amare con la maturità della mia vita. Il sito ufficiale è jazzday.com

Il Jazz nasce dalla “combinazione della musica afroamericana folk (delle classi povere) con il divertimento delle classi agiate europee e la musica classica”. Il Jazz “ha degli elementi in comune con gli altri generi: la melodia che è la parte che ci ricordiamo di più; ha l’armonia, cioè quelle note che completano la melodia; ha il ritmo, il battere della canzone. Ma ciò che fa la differenza con il resto della musica è quella parte magnifica che viene chiamata improvvisazione. Suonare quello che viene in quel momento. Senza avere lo spartito di fronte. Senza lunghe discussioni con gli altri musicisti. Si suona e basta”.

Ascoltare un concerto di Jazz dal vivo è sempre una grande esperienza. In questo mondo di basi e playback, auto-tune (che peraltro serve anche a me) per non essere calanti o crescenti, ma intonati, ascoltare musica veramente suonata dal vivo è diventata un’impresa ardua. Nel Jazz, invece, la base preregistrata e quindi il playback non possono esistere perché l’improvvisazione è un ingrediente fondamentale della musica.

Ed è da questa improvvisazione, o meglio dalla ricerca basata sull’improvvisazione del Jazz che nasce la musica popolare, in senso lato, che ascoltiamo oggi. Che sia Rock, Rap o Funk , il Jazz ne è il grande Padre; ha saputo, con la propria libertà espressiva, contenerli tutti e farli crescere nel mondo. Il Jazz, in tutte le sue evoluzioni e nei suoi interpreti, ha saputo reinventarsi nelle diverse sonorità e ritmiche che sono arrivate fino al Reggae e al Punk.

Per noi Italioti, invece, il Jazz ha sempre un sapore strano. La nostra tradizione operistica ci ha lasciato una formazione basata sul “bel canto”, sulla intonazione, sul melodramma. E sullo spartito. Tutte componenti raramente presenti nella musica Jazz. Ma in questa diffusione, però, esistono degli elementi e musicisti che hanno fatto la storia del Jazz, come la tromba di Paolo Fresu (wikipedia). L’eclettismo di Stefano Bollani. Ma ci sono anche curiosi aneddoti, come il figlio di Mussolini, Romano (wikipedia) che divenne un pianista Jazz, anche se più famoso per il cognome che per le qualità di strumentista.

Fonti: musicmap.info – All about jazz, uniquely American music (Washington Post)

Lunedì 9 aprile

Martedì scorso, per festeggiare l’entrata in borsa di Spotify Wall Street ha appeso la bandiera… Svizzera. Proprio così; gli americano sono così… americani che confondono Svizzera con Svezia, patria di Spotify. http://bit.ly/2JyrB7F

Ha compiuto 72 anni Caterina Caselli, forse la più importante e controversa discografica italiana. Tra le sue scoperte alcuni dei cantanti maggiore successo degli ultimi anni. Frase detta: “Ricordarsi sempre che il talento è solo l’inizio. Se manca non si va da nessuna parte, ma senza la determinazione, la capacità di soffrire e di emozionarsi, la fiducia in sè stessi, e in fondo anche la sobrietà, non si resta in sella a lungo.” http://bit.ly/2JwWDwx

Il mio amico Bruno ci avverte che sta arrivando una serie televisiva firmata Amazon dedicata al Signore degli Anelli di Tolkien e aggiunge che “per accedere ai diritti è stato necessario pagare profumatamente la New Line (ovvero la compagnia che ha creato i film), gli eredi di Tolkien che detengono i diritti, e la casa editrice HarperCollins.” Altre info qui: http://bit.ly/2Jx9m24

 

 

Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

Continue Reading

Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up