#betty playlist

http://bit.ly/2LcIViN

  1. Prince – When Doves Cry (Extended Version) (Official Music Video)
  2. Providence – Ani DiFranco
  3. Depeche Mode – Home
  4. Bluvertigo – L’Assenzio
  5. David Bowie – Loving The Alien
  6. Lenny Kravitz – Let Love Rule
  7. Radiohead – Creep
  8. Franco Battiato – Up Patriots To Arms
  9. Peter Gabriel – Shock The Monkey
  10. Kate Bush – Running Up That Hill

Jay-Z e Beyoncé a San Siro

La mia playlist di Beyoncé: Don’t worry Be Yoncé

6 luglio 2018: San Siro ha ospitato i Carter.

Venerdì sera a San Siro per vedere la coppia d’oro del musicbiz mondiale: Beyoncé e Jay-Z.

Sgombriamo subito tutti i dubbi: il concerto è stato grandioso. Il palco alto più di metà dello stadio (compresa l’amplificazione) è in gran parte occupato da un immenso schermo, sotto la curva rossonera. Due passerelle parallele lunghe fino a centrocampo completano la scenografia. L’impianto d’amplificazione presidia ogni punto occupato dal pubblico. Nella seconda sessione del concerto un’ampia parte del palco si stacca per alzarsi di una decina di metri e scorrere sopra il pubblico lungo le due passerelle. Come un drago sputa vapore sul pubblico. I diversi atti del concerto sono collegati sul grande schermo da un film.

Fermo, immagina…

Loro vestiti da Hollywood, Bronx e Montenapoleone scendono mano nella mano. Lei seria, lui si guarda in giro. Poi Beyoncé inizia a cantare. Un inizio poderoso, vigoroso e intenso. Breve introduzione sullo schermo e si entra subito nel pieno della musica e della vita dei Carter. Nelle cose belle e meno belle. Sì, perché il filo rosso che unisce la musica è la storia tra i due; i tradimenti di lui e il perdono di lei. Una casa brucia; mentre lui la guarda in fiamme lei è disperata si tiene la testa.

Non lo nascondo: mi sono scese due lacrime a vedere uno spettacolo così ben fatto e efficace.

Musicalmente lei occupa lo spazio più melodico e lui quello più misterioso. Dark. Ma capita anche che Beyoncé finisca per entrare nello stile di Jay-Z, con cura e attenzione. I colori della storia sono solo nel film; dal maxischermo la coppia fa bella mostra della ricchezza che indubbiamente possiede. Le canzoni variano tra il grigio e il nero. La conclusione con Forever Young – pessima scelta – ha l’unico merito di portare un po’ di arcobaleno. Provano così a non lasciare il pubblico con un sapore amaro in bocca, mentre tutti ci si muove verso casa con mamma Beyonce che urla: Drive Safe Home.

Per lungo tempo di musicisti non se ne vedono; saranno nascosti dietro al lungo e immenso video che accompagna le performance, penso. Nella tradizione dei concerti “moderni” i musicisti occupano uno spazio impalpabile, perché non ci devono essere altri protagonisti oltre ai Carter. In questi termini il concerto è minimalista. Quando lei si siede per cantare un brano accompagnata da una chitarra acustica, il musicista non si vede. Neppure in lontananza. Quando il palco è tutto per Jay Z, forse l’unico dei due che cerca di colloquiare con il pubblico, la musica si fa più cupa. Lui fa il Gangster nella coppia – mentre lei è la Regina – e occupa il suo spazio in ampiezza. Lei invece si eleva. Qui l’acustica dello Stadio fa il danno peggiore. Le parole di Jay Z e di Beyoncé si trasformano in un lungo parlato incomprensibile e a tratti fastidioso. Non riesco a immagine la bellezza di potere ascoltarli in un luogo adatto ai concerti.

Beyoncé canta accompagnata dalla chitarra. Ma il chitarrista dov’é?

La scaletta (rockol) del concerto non presta il fianco ad alcun momento rock, perché i ritmi hiphop sono l’unica cosa trasmessa. Purtroppo è difficile ascoltare un assolo di chitarra in questi concerti. E’ principalmente lo spettacolo di Jay-Z che ospita Beyoncé. Lei possiede una voce graffiante e grintosa che sta molto bene in coppia con le chitarre distorte. Oppure funziona come soprano. Ma è meglio non prendere il posto del maritino; lui alla fine risulta piuttosto noioso. Esteticamente, sono una coppia imitata; sono decine le ragazze che si vestono e si muovono con libertà e orgoglio grazie a quello sdoganamento dei fianchi che Beyonce (via JLo) ha fatto. L’attesa sotto la breve pioggia (io di grandine non ne ho vista, malgrado quanto raccontato da Rolling Stone) è stata riempita da questa sorta di sfilata. Non ho termini di paragone con altri concerti visti a San Siro, ma ho avuta la netta sensazione che lo spazio occupato dalla produzione andasse oltre la – ampia – disponibilità dello stadio di Milano.

Finisce lo show. Titoli di coda.

Musica: la vera storia (non solo quella di Avicii)

Avicii: True Stories http://bit.ly/2MV9vht su Netflix

C’è stato un momento – tipo 25 / 30 anni fa – quando l’elettronica e la tecnologia hanno cominciato a comandare nel mondo della musica.

Nel fare musica.

Per (quasi) tutti gli anni 80 la musica si era avvalsa dell’elettronica. La batteria elettronica Linn Drum LM-1 (foto sotto) era tanto amata da Prince, perché gli permetteva di fare in fretta: lui aveva un’idea, la registrava e diventava realtà. Realtà = Canzone = Successo = Tanti Soldi (nel caso di Prince).

Linn LM-1 Drum Computer.jpg
Di Ekwatts di Wikipedia in inglese – Trasferito da en.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, Collegamento

Stesso discorso il sinth Dx7 della Yamaha (foto successiva) o il concorrente il D-50 della Roland. Tastiere con una loro personalità. Strumenti che avevano un timbro e un suono nuovo e che hanno caratterizzato quel periodo.

Yamaha DX7 (on stand).jpg
Di Leo-setä – originally posted to Flickr as DX7 synth, CC BY 2.0, Collegamento

Ma questi erano strumenti singoli. Dovevi comunque avvalerti di uno studio di registrazione per integrarli nel resto della canzone. Così come mettevi la chitarra sul nastro, così mettevi il suono della tastiera. Per dirne uno.

Poi sono arrivate le Workstation. Come la Korg M1 (foto sotto). Una tastiera che faceva tutto. O tanto. In primo luogo aveva un buon sintetizzatore, nel caso del Korg M1 era un campionatore, cioè uno strumento che riproduceva suoni e timbri registrati dal vivo. Completato da un sequencer, che era un registratore digitale. Con un solo strumento – relativamente economico – come il Korg M1 avevi la possibilità di fare un brano dall’inizio alla fine. Io l’acquistai nel 1989 (dopo averlo visto in tour con i Pooh). Da allora e per moltissimo tempo fu il mio strumento.

Korg M1.jpg
Di Warren B. – originally posted to Flickr as IMG_1940.JPG, CC BY-SA 2.0, Collegamento

Con queste soluzioni si ridussero le dimensioni e i costi per chi voleva fare musica. Se avevi una buona idea bastava poco per realizzarla. Per tutti gli anni 90 ci fu un’evoluzione fortissima in questo senso. Un’evoluzione che alla fine ha prodotto i DAW (acronimo che significa Digital Audio Workstation) come Pro Tools e Logic.

Oggi, si fa tutto al computer. Loop, timbri, parti di orchestra e fill di batteria. C’è tutto quanto fa una canzone in un DAW. E grazie a queste applicazioni c’è stata una netta riduzione della presenza delle tastiere, da un punto di vista fisico, intendo. Al massimo ti prendi una tastiera con 3 ottave per suonare le parti di assolo.

Non hai bisogno d’altro.

E qui inizia la storia di Avicii, il “disc jockey e produttore discografico svedese” di grande successo che si è tolto la vita il 20 aprile scorso.

Netflix ora distribuisce il documentario Avicii: True Stories del 2017. Diretto da Levan Tsikurishvili, il film racconta gli esordi, i primi tentativi e il successo del DJ svedese. Il documentario è ben fatto, forse un po’ troppo lungo per i miei gusti, e ha il pregio di mostrare video reali del lavoro di Avicii e del dietro le quinte. In qualche momento sono piuttosto crudi. Le testimonianze sono di David Guetta, Wyclef Jean e Nile Rodgers.

Avicii è stato un autore di successo grazie all’utilizzo (o lo sfruttamento) della tecnologia. Dei DAW (lui iniziò con FL Studio).

Trattandosi di un documentario non ha senso parlare di spoiler, ma da qui in avanti metterò delle anticipazioni sul contenuto del film.

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del perché non mostro più i video

da qualche tempo ho deciso di non inserire video di altri presi da youtube/vimeo. troverete solo i link ai video per poterli vedere sul sito. ho preso questa decisione per una serie di motivi. primo perché lefsetz non lo fa. penso non l’abbia mai fatto. chi è lefsetz? si tratta del migliore critico musicale/pop in circolazione. ha una sincerità e una schiettezza nelle proprie opinioni che non si trova ovunque. leggi qui tutti i miei articoli su di lui. lui non mette mai un video nelle sue pagine, ma rimanda alla pagina di youtube dove si trova il video. secondo motivo, perché non ha senso mischiare le produzioni di altri con le mie. infatti i miei video continueranno a esserci in queste pagine, con l’apposito inserimento. terzo motivo, perché non vorrei fare casini con la siae.

Bloom: Morgan e The Van Houtens

Sabato scorso (nella notte tra il 19 e il 20 maggio), come testimoniato da un post su instagram, siamo stati al concerto di Morgan al Bloom di Mezzago (storico locale brianzolo). Nel concerto Morgan, coadiuvato da Megahertz, si è buttato in un live di stampo elettronico, tra la jam e la casualità. Brani di Castoldi e cover varie (tipo De Andrè, Pink Floyd). Una di quelle serate che lo rendono immortale, o mortale per il pubblico.

La serata è stata un’esplosione di dissonanze. Tutto molto impreciso, rumoroso, senza controllo e poco coordinato. Causa anche una lunga attesa condito dalla musica sparata nelle casse, (caro Bloom perché soffocare le persone con un doloroso rock?) dopo circa un’ora di concerto di Morgan siamo venuti via. Il costo del concerto è stato davvero basso e sapevamo che poteva essere una scommessa, ma ho trovato questo spettacolo troppo difficile.

Troppo improvvisato.

E (francamente) uscire sul palco fumando è una cosa che non si fa più: non è neppure una trasgressione. E’ solo tristezza.

Prima del duo MM, hanno ben suonato The Van Houtens; loro sono fratello e sorella (Alan e Karen). Hanno già dei passaggi televisivi (Strafactor) e collaborazioni illustri (la ginnasta Carlotta Ferlito) nel curriculum e quindi non li scopro di certo io. La band sul palco del Bloom era formata dai due già citati e da una chitarrista/bassista (dalle doti evidenti) e da un musicista alle tastiere/computer.

la copertina del nuovo album

sto lavorando a un nuovo album. la copertina l’ha disegnata Ariadne.

chi compra ancora i cd? io!

qualche giorno fa ho pubblicato sul mio account instagram una foto (peraltro un po’ sovraesposta) dell’ultimo arrivo: la copertina di For The Roses di Joni Mitchell.

Who’s still buying CDs? 😝 ME! #jonimitchell #cd #jonimitchellneverlies #jonimusic

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

si tratta di un cd. sì, perché io sono ancora uno di quelli che comprano i cd. ne adoro la qualità audio, la praticità e la lunghezza. per carità, adoro anche il vinile, che però finisce dopo circa 22 minuti per lato. mentre un cd può darti anche 70 minuti di musica.

a quanto pare, siamo rimasti davvero in pochi a comprare e a godere della bellezza di musica su cd.

Infographic: The Rise and Fall of the Compact Disc | Statista You will find more infographics at Statista

questa interessante statistica pubblicata da statista mostra l’ascesa e la discesa della vendita dei cd (negli usa).

cesura (ma manca una enne?)

mollo un attimo i discorsi musicali soliti, per affrontare una questione che mi sta molto a cuore. la libertà d’espressione e la censura.

prima di tutto una notizia personale. chi scrive questo blog (e anche questo articolo) è ateo.

secondo di tutto: in italia esiste questa associazione chiamata UAAR, acronimo di Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, “che rappresenta le ragioni dei cittadini atei e agnostici”. tra le cose che fanno gli UAAR ci sono iniziative come la mitica “sbattezzo“.

ma non solo

recentamente, quelli dell’UAAR hanno pensato ad una campagna chiamata “Posso scegliere da grande?”, che in pratica “Vuole che tutti si fermino un attimo a riflettere se non sia meglio che un bambino possa, autonomamente e nel tempo necessario, sviluppare proprie convinzioni, o se invece è giusto che i genitori gli impongano le loro, qualunque esse siano.”

la campagna avrebbe dovuto toccare anche i mezzi pubblici milanesi se non che…

atm ha detto no all’utilizzo dei mezzi pubblici per la campagna dell’UAAR sottolineando che esisterebbe un divieto alle campagne pubblicitarie … religiose (cliccare sull’immagine per andare al sito atm).

 

Peccato, però, che la stessa ATM abbia ospitato in passato il bergoglio.

è censura?

anche all’estero la triste risposta di atm si è fatta notare

è l’inquisizione?

mentre il movimento 5 stelle si è mosso con un’interrogazione

rimane da capire cosa c’è scritto nel regolamento

Parliamo della SIAE

Ho perso il conto degli articoli che annunciano l’addio di artisti italiani alla SIAE. L’ultimo che ricordo è Enrico Ruggeri. Il Falco e il Gabbiano ora farebbe gestire tutto il suo patrimonio a Soundreef. Non sono qui per giudicare; il mio piccolo patrimonio è ancora in pasto alla SIAE. Ciò che mi stupisce è che l’unico a parlarne, in una sorta di discussione sul tema, sono solo io, cioè uno sfigato. Avrei voluto vedere tutti questi artisti alzare il polverone prima di uscire dalla SIAE, discutere con la SIAE su come migliorarla; insomma porre interrogativi utili a tutti. La società italiana autori ed editori è pubblica.

E invece, muti. Ornella?

Meeting with Italian actress Ornella Muti

La competizione è utile. Su questo sono sicuro. Poi abbiamo degli interventi alla Chiellini come la norma che recepisce la direttiva europea che apre alla concorrenza nella raccolta dei diritti; nel remix italiano si parla solo di società senza scopo di lucro. La SIAE che accusa SKY di non avere pagato i diritti d’autore di X-Factor. Sulla questione anche un mio scambio di twitter con il Direttore della Divisione Musica di SIAE Matteo Fedeli.

E a Sky, che io sappia, muti. Riccardo?

Mussorgsky-Ravel - Pictures from an Exhibition & Stravinsky - The Firebird (Suite 1919) - Philadelphia Orch., Riccardo Muti, EMI ASD3645

Soundreef che, in risposta al decreto, avrebbe deciso di affidarsi alla LEA. LEA non è la sorella di Peo Pericoli, ma l’acronimo di Liberi Editori e Autori.

Peraltro, sembrano giochini politici; Soundreef linka un articolo di Repubblica, mentre non ho trovato una loro comunicazione ufficiale, ma tant’è.

La SIAE è in una fase di trasformazione, perché tutto nella musica sta cambiando. Perché sta cambiando il business della musica e la fruizione della musica dal pubblico. Gli ultimi 20 anni hanno visto l’addio agli album, con un misto di gratitudine e dispiacere. Sono arrivate le nuove tecnologie e i nuovi utilizzi. Tipo, Soundreef non esisteva, oggi c’è. Poi c’è quel grande odio-amore di Spotify. Da autore sconosciuto sono felice della possibilità di entrare nel mondo della musica con semplicità. Contemporaneamente Spotify è un calderone dove c’è tutto. E tutto fa rima con niente. Abbiamo bisogno di una guida che ci aiuti a trovare la musica giusta. Come si muovono gli autori in questo mondo? La SIAE potrebbe aiutarci, no?

Ho già parlato (leggi qui) della questione legata al deposito dei brani telematico. Era il valore aggiunto di Soundreef. In altre parole, un buon motivo per passare alla società privata. Da un anno circa, anche SIAE permette il deposito via mp3, ma c’è sempre da lavorare (SEMPRE!). Faccio un esempio. Avevo depositato 5 brani che sono rimasti fermi per qualche mese. Fino a quando ho, come si dice in questi casi, aperto un ticket. Cioè ho chiesto l’assistenza della SIAE. Il problema è stato risolto. Faccio un altro deposito e, ancora, il brano rimane fermo un mese. Altro ticket per smuovere il deposito. Sarebbe opportuno, per esempio, avere un manuale delle istruzioni per capire tempi e responsabilità. Se c’è, io non l’ho trovato.

Di queste cose bisogna parlarne apertamente. Non mi aspetto il primo emendamento anche in Italia, ma un minimo di democrazia e libertà d’espressione può essere utile.

Prince mi ha preso per mano – intervista a Vampy

Prince.

cosa si può dire di Prince che non sia stato già detto? a questa domanda ci sono tante risposte. Prince è una fonte continua di idee, informazioni, ispirazioni e amore. soprattutto amore. un sentimento che Prince ha sempre dimostrato a chi lo ascoltava (pare non amasse la parola fan). per questo, ho pensato di intervistare una delle più grandi fan di Prince in Italia. forse la più grande. lei si chiama Vampy e gestisce da tantissimo tempo il forum I love U in me e il sito Vampy o(+>’s World. Le ho chiesto se le potevo fare qualche domanda su Prince e lei ha gentilmente accettato. Ecco il resoconto del nostro colloquio.

grazie per il favoloso lavoro che fai nel tuo sito. come ti ho già scritto, il tuo sito è quello che preferisco perché si sente che è fatto con il cuore. noi amiamo la sostanza e nel tuo sito c’è tanta sostanza. il nostro blog Italian Jam parla principalmente del mestiere dell’autore, vorrei affrontare questo lato di Prince con te. ma prima di cominciare, una breve introduzione di Daria Vampy. come ti posso chiamare? chi sei?

Mi puoi chiamare Vampy, molti amici che seguono Prince quando sentono il nickname Vampy lo associano subito alla mia persona. Sono una ragazza nata diversamente abile, con un carattere deciso. Niente e nessuno mi ferma. Sono tosta e caparbia e quando decido di fare una cosa la tiro avanti fino al compimento. Mi piace definirmi una persona immobile, ma che viaggia nel mondo viola di Prince.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con una delle guardie del corpo di Prince.

come inizia la tua passione per Prince?

Quando Prince si è presentato nella mia vita avevo appena 11 anni [ora ne ho 43]. Purple Rain è stato il suo primo 33 giri che ho comprato. Al dire il vero Prince era personaggio ambiguo al quel tempo, ed io ero ancora  una fanciulla e non capivo bene ‘chi fosse’ quel ragazzo, ma mi attirava così tanto. Era come un vaso di Pandora; con tante cose da scoprire. In primo luogo mi attirava la sua musica, con il suo ritmo incalzante e il personaggio che si era creato, ma poi andando avanti ho capito che dietro al personaggio di ‘The KID’, si celava un ragazzo totalmente diverso; timido e schivo. E’ stato questo che mi ha fatto scattare quella che tu chiami passione.

ci racconti di quando sei stata vicina a Prince?

con questa domanda hai aperto il mio di ‘vaso di Pandora’. E’ stata la più bell’esperienza della mia vita. Il viaggio a Minneapolis è nato dal proverbio:”Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”. Ti spiego meglio. Era da tanto tempo che Prince non veniva in tour in Italia. Con i miei problemi era difficile muovermi, quindi quando ho visto che organizzava una seconda CelebrationWeek (una settimana ai Paisley Park), ho mosso mari e monti e in poco tempo (relativo) abbiamo organizzato il viaggio. Sono stata accompagnata.
In quella settimana, il mio sogno è stato il più bello che ho realizzato. Ho fatto in modo che Prince mi notasse. Sempre in modo equilibrato, mai scene d’isterismo, anche perché Paisley Park e Prince stesso ti trasmettevano calma e tranquillità.
Non so se riesco a parole a descrivere l’emozioni che ho provato la prima volta che mi sono avvicinata a lui. Mi sono detta:”O la va o la spacca”. E’ andata! Da quella sera i nostri occhi si sono incrociati e così è continuato per tutto il periodo della Celebration. La settimana è stata pieni di sguardi e regali sia   da parte mia, sia da parte sua. I suoi due regali più belli sono stati il plettro e quel bacio che mi  ha lanciato alle 5 di mattina, l’ultima notte ai Paisley Park. Potrei continuare per ore a raccontare giorno per giorno quella settimana di giugno 2001, ma a questo punto vi rimando al racconto che ho redatto sul mio sito.

Giugno 2001. Vampy all’entrata di Paisley Park (7801 Audubon Road).

tu parli di vaso di pandora, cosa hai trovato nel vaso che pensavi non ci fosse?

Beh, essendo al tempo, una fanciulla ancora acerba, musicalmente parlando, ho trovato in lui un musicista, un cantante, una persona che mi ha preso per mano e mi ha portato in un mondo molto più ampio di quello che conoscevo all’epoca, fatto di buona musica, sì, ma che si è volatizzata in una decade (gli anni ’80). Lui, la sua musica, con tutte le sue sfumature, ha continuato ad essere sempre un punto fermo nella mia vita. Ha superato ogni moda e ne ha creato lui stesso di nuove.
All’epoca, ripeto ancora, credevo, come tutti i gruppi che ascoltavo, fosse una meteora nel firmamento musicale, invece è quello che è diventato: una leggenda.

c’è un periodo della vita musicale di Prince che non ami?

Posso cambiare la domanda? E’ impossibile dire ‘questo periodo non mi piace’. Potrei azzardare… Around The World in A Day… ma certo subito dopo Purple Rain, tutti si aspettavano un secondo Purple Rain, invece Prince si è gettato nella psicodelia. Ma anche questo album ha delle gemme, come Paisley Park, The Ladder, la stessa Around The World in A Day, ma ripeto anche io ho storto il naso. Ma al tempo ero ancora un’adolescente. Crescendo ho apprezzato quest’album molto di più.
Venendo a giorni più attuali, posso dire che il periodo di “Come”, non mi ha entusiasmato più di tanto, ma lo ammetto, non lo ascolto da tanto tempo. Potrei cambiare idea. In parole povere, non c’è un periodo di Prince che non amo. Prince è, e puntualizzo il presente, è un genio che riesce ad abbracciare tutti i generi musicali.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con le guardie del corpo e l’assistente di Prince.

che idea ti sei fatta sulla sua morte? perché non ha lasciato un testamento?

La sua morte. Quel 21 Aprile, l’ho vissuto in diretta. E’ stato il giorno più brutto della mia vita. Prince era morto! Ti ammetto che ancora non ci posso credere. Per una settimana intera non ho voluto sentire nessuno. E ancora oggi, dopo 9 mesi, posso ritrovarmi con le lacrime agli occhi. E’ ancora uno shock!
Cosa penso della sua morte? Penso che fosse una persona sola, bisognosa di amici, ma amici ‘veri’. Certamente soffriva. Il fatto lampante lo ha dimostrato organizzando il suo ultimo tour “Microphone & Piano”: lui, un’animale da palcoscenico, si limita a stare davanti ad un piano? Innovativa come idea, geniale, [tanto da vincere un premio], ma scavando più a fondo, io ho trovato tanta sofferenza in una persona tanto orgogliosa da non chiedere ‘aiuto’, e lui ne aveva tanto bisogno.
Il testamento? Penso che la sua stessa dipartita lo abbia preso in contropiede. Aveva appena finito di stare nello studio di registrazione a comporre la sua musica, quando si è sentito male in quell’ascensore.  Penso l’idea di lasciare un testamento, gli abbia sfiorato la mente, subito dopo Moline (ndr l’atterraggio d’emergenza del 15 aprile), ma non ha fatto in tempo. Ha pensato di organizzare un party per rassicurare tutti noi fa. Lui pensava sempre al prossimo. Love 41Another, giusto?

chi è l’erede musicale di Prince?

Domanda interessante. Guardando il mondo musicale attuale, non credo che ci possa essere un’artista in grado di soppiantarlo. Posso parlare anche di Micheal Jackson, David Bowie, Freddy Mercury, Elvis Presley, sono personaggi intramontabili, a cui gli artisti di oggi possono vedere solo come modelli da seguire, imitare. Ma non vedo alcun artista che possa prendere il posto di Prince.
Non vedo nessun artista che sia un polistrumentista come Prince, che abbracci tutti i generi musicali con tanta facilità come faceva Prince.
Non vedo nessuno che possa essere nominato l’erede di Prince. No.

qual è stato il pregio e il difetto di Prince nel rapporto con I suoi fan?

E’/era diretto, spontaneo, diceva cosa pensava. E questo potrei dire è un suo pregio. In tutta la sua carriera ci ha messo il cuore e dal cuore, credo, penso vengono le cose più spontanee e sincere e soprattutto più belle.
Ma essendo dei Gemelli aveva sempre due lati e molte volte ci metteva in totale confusione [e questo era il difetto]. Ma dal mio punto di vista, poteva e fare il contrario di tutto e lo capivo. Era la sua personalità e nessuno lo poteva cambiare. Bisognava accettare i suoi capricci. D’altronde è diventato quello che è diventato anche grazie alla sua personalità eccentrica.

anch’io sono convinto che una delle sue migliori qualità fosse la sua ambivalenza, dei suoi due lati che convivevano. eppure, spesso le contraddizioni erano fonte di dolore. Non è così?

Credo che ogni sua esperienza di vita, triste o felice che fosse trascritta in musica. Lui si esprimeva in questo modo. Lui viveva per la musica. La musica era il suo ambiente ideale. Era circondato da persone che a volte non capivano cosa volesse e naturalmente, questo lo infastidiva parecchio, ma, secondo me, certe volte, anche lui non riusciva ad esprimersi in modo che gli interlocutori capissero, e si rinchiudeva in se stesso e, il solo modo di esprimere il suo ‘mood’ del momento era quello di scrivere, e lo faceva in musica.

Prince come autore di canzoni. secondo te qual è il brano che lo rappresenta meglio?

Molti possono citare un brano singolo, ma secondo me in 40 anni di carriera, quale è stata la sua, esistono molti brani che lo rappresentano. Non vado ad elencarli, perché in ogni sua epoca Prince ha scritto diversi brani che lo hanno rappresentato nel modo migliore.  Credo che ogni canzone che Prince ha scritto sia una piccola sfaccettatura della sua persona e per cogliere la grandezza di questo piccolo genio bisogna ascoltare tutto il suo repertorio, da ‘For You’ a ‘Hit’nrun Phase 2′ e fare la somma di tutte le emozioni che ti regala e il risultato è quello che lo rappresenta al meglio. E’ quello che penso.

qual è il pregio di Prince come autore di canzoni?

Quello di essere un’artista a tutto tondo. Un genio in parole povere.
Nella sua vasta discografia puoi trovare tutti i generi musicali. Dal funk puro al rock, dal jazz e dal reggae alla disco.
Prince aveva questa abilità di abbracciare tutti questi generi. Gli piaceva sperimentare. Cosa che gli veniva molto bene.
E il suo pregio come autore, secondo me, è che riusciva a trasmettere sempre emozioni nuovi anche all’ennesimo ascolto

segue

a quanto pare, è arrivato il momento di investire in vinile. secondo digital music news )che riporta uno studio deloitte( in 7 anni si avranno ricavi da 1 miliardo di dollari nel vinile. cose grandi per chi fa musica d’autore, per chi suona veramente nei suoi dischi. ed è per questo che io sto producendo musica strumentale. elettronica. fatta con il computer. ma chissenefrega, tanto nessuno l’ascolta. ho mandato un mio brano a un’organizzazione che vuole aiutare gli autori, ma non sono stato accettato nell’enclave. ci riproverò più avanti. anche perché ho letto )sempre su digital music news( 10 consigli per diventare un grande autore. qualcosa prima o poi succederà. intanto, provo a mollare il controllo che esercito per diventare meno ansioso e lasciare che le cose vadano per la loro strada. dicevo, sto producendo nuova musica strumentale e questa è una buona occasione per ascoltarla ad alto volume. perché aggiungo al titolo dal mio diario la parola privato? perché ne esiste un altro non privato? di cosa mi sono privato? mi sono privato del privato?

 

apple a napoli?

apple aprirà (il futuro è d’obbligo) un centro europeo per le app. sono molto curioso perché ‘sta roba degli annunci, che pensavamo chiusa con berlusconi, invece continua. pare proprio che gli italiani amino ascoltare annunci, ma poi se ne freghino fieramente della realtà delle cose che vengono effettivamente fatte. staremo a vedere. l’annucio arriva giusto giusto dopo l’accordo sulle tasse (318 milioni) che apple doveva all’italia. tim cook ha anche aggiunto un paragone tra italia e bruxelles. ma, insomma, tante parole e un incontro con il papa, che anche se è a capo di uno stato straniero, è argentino, sembra sempre un po’ italiano. per ora, l’unica cosa che abbiamo visto è il ceo di apple mangiare in piedi.

Renzi riceve Tim Cook

c’era una volta una vita spericolata

avvicinandoci all’appuntamento popolare, nazionale e annuale che è il festival di sanremo, mi vengono in mente un po’ di considerazioni. la prima riguarda il ritorno dei bluvertigo. e con loro, il ritorno di Morgan. il monzese cercherà di non bruciare anche questa volta le sue e deii bluvertigo chance di portarsi a casa la vittoria con qualche cazzo di intervista. per andare sul sicuro, in un intervista dice che è tornato a confessarsi. parlando di Castoldi e delle sue sane pazzie, ho fatto una riflessione legata agli eccessi artistici, che hanno sempre fatto parte di una carriera ben fatta. il largamente (esageratamente) osannato david bowie, ha ampiamente utilizzato l’omosessualità (wikipedia parla di presunta), e poi si è spinto fino a osannare hitler. e, nell’ultimo caso, si è scusato dando la colpa alla dipendenza dalla cocaina, così dice wikipedia. oggi, dove sono finiti questi pazzi usurpatori della pubblica opinione? l’ultimo rimasto era Castoldi, ma oramai va da vespa. dovremmo forse puntare sui rapper? sui cugini di maria o quelli con l’Y-Factor? non credo. tutti bravi ragazzi, che vanno a sanremo a parlare di amore, e cuore, e amore, e cuore. l’ultimo che ci è venuto in mente è vasco con vita spericolata.

2016

benvenuti in questo nuovissimo anno, perché sarà un anno speciale. sto scrivendo, preparando, arrangiando un nuovo EP. EP perché non sarà ancora un vero album, completo, con le sue 10/12 canzoni, ma piuttosto un lavoro di 5/6 brani. le principali canzoni sono pronte e racconteranno la mia vita dal 2010 a oggi. o a domani. il nome provvisorio di questo lavoro è MM, ma non penso sarà il suo nome definitivo. sarà disponibile su tutti gli store digitali, così come è già successo per il singolo poesia pura attraverso il servizio di cdbaby. i brani, come da sempre per me, sono tutti scritti in italiano.

A Note From Prince

ho appena ricevuto quasta mail da Prince (via Livenation)

A Note From Prince

Sorry 2 bother U.

Just wanted 2 send U this
baby picture of Judith Hill with Her 1st piano.

Loox like her parents, who r also musicians- had a plan.
Well, that plan succeeded.

This is Judith Hill’s debut album BACK IN TIME.

Please spend some time with this music and then share it with someone U love

LINK

13 – playlist

  1. Mapei – “Don’t Wait”
  2. Will Young – Leave Right Now
  3. AronChupa – I’m an Albatraoz
  4. Mark Ronson – Uptown Funk ft. Bruno Mars
  5. Ed Sheeran – Thinking Out Loud
  6. Foals – My Number Foals
  7. Marian Hill – Got It
  8. The Avener, Phoebe Killdeer – Fade Out Lines
  9. OOFJ – I FORGIVE YOU
  10. Francesca Michielin – L’amore esiste
  11. Belle And Sebastian – Perfect Couples

Art Official Age – Prince (3½)

Sono usciti a fine settembre due nuovissimi dischi di Prince. Uno di taglio rock intitolato Plectrumelectrum e firmato da Prince con le 3rdeyegirl (da pronunciare “for die girl”?), la nuova band tutta riff e rock formata dalla batterista Hannah Ford Welton, dalla chitarrista Donna Grantis e dalla bassista Ida Nielsen. L’altro è invece il più digitale e personale Art Official Age, dove con Prince hanno collaborato Joshua A.M. Welton e Chris James. I due lavori meritano recensioni separate, perché le direzioni che la musica di Prince prende sono estremamente diverse. Dopo aver recensito l’11 ottobre Plectrumelectrum, questa è la recensione di Art Official Age.

Ora che siamo a fine novembre, è arrivato il momento di recensire Art Official Age il più classico dei due album di Prince. Il più Minneapolis Sound. Il più funky. Il più Prince. Forse, però, quello più fragile dei due. Prince si riprende tastiere, voci a sinistra e a destra e adatta più di una voce femminile alle sue liriche. Che sia chiaro, Prince deve avere ritrovato ispirazione grazie ai nuovi e giovani collaboratori, ma le cadute che oramai ci si aspetta quando si ascolta un suo lavoro nuovo sono sempre presenti. E quando Prince cade fa rumore.

Art Official Age, l’album, si apre con un brano disco e moralista Art Official Cage: Prince da giudizi sui tempi dominati dal digitale. Lui che ha basato il suo successo e il suo suono sul mix tra il digitale (sintetizzatori e drum machine) e l’analogico (chitarre e fiati). Il groove batte gli ottavi, mentre la drum machina segna i quarti, Prince canta una melodia ad arco. Il brano dedicato ai club, si spegne in una parte sinfonica, con i cori che si prolungano. Lui si è risvegliato e ci ha trovati incazzati (deve essere passato dall’Italia dopo la riforma Fornero), Ghetti alla sua sinistra e Marte alla sua destra. La risposta alla Gabbia Ufficiale dell’Arte (Art Official Cage) sarà l’Età Ufficiale dell’Arte (Art Official Age) del futuro. Non mi è chiaro. Se non altro non ha coinvolto i testimoni di Geova.

Clouds parte da una parola quotidiana, parte con la ricerca analogica della stazione fm così come nel successoso Musicology e ne fa un brano molto interessante:

in questa nuova era, facciamo di tutto (…) le nostre vite sono su un palco, tutti si fermano, la realtà è sfumata, se urli forte la tua voce è più alta della folla (no), senza tatuaggi e orgoglio, sì, otterremmo qualcosa di più alto che non richiede nuvole, non abbiamo bisogno delle nuvole.

E ancora:

non dovresti mai sottostimare il potere di un bacio sul collo quando lei non se lo aspetta. Un bacio sul collo quando lei non se lo aspetta. E ogni volta che la senti cantare nella doccia, portale un fiore. (…) massaggiale la schiena, massaggiale le schiena.

Il tutto cantato in un ritornello che apre il brano. Prince canta l’ottima melodia, che nel secondo giro diventa quasi un rap, in compagnia di una voce femminile. Pare tutto chiaro, vero? Ma poi arriva Lianne La Havas che chiarisce:

Signor Nelson, signor Nelson, può sentire la mia voce? Signore, sappiamo che è un po’ intontito e  ha qualche difficoltà nel parlare.

Mix tra analogico e digitale con la drum machine e i tamburelli al centro e voci a sinistra e destra, mentre una chitarra acustica aiuta la ritmica e finale con ritornello e solo di chitarra elettrica. Bello.

Anche il successivo Breakdown (in origine suonato con 3rdeyegirl) esce dal cilindro degli ottimi brani. Un piano elettrico, con un leggero riverbero spacca la semiminima aprendo la strada alla voce in falsetto di Prince:

Questa potrebbe essere la storia più triste mai raccontata (…) ridammi il tempo, tieniti i ricordi (…) ogni libro che leggo mi dice che avrei incontrato una come te (…) vedere una porta dove si può passare dove prima c’era un muro (…) continua a buttarmi giù.

E la musica, mentre si avvicina la fine della storia, segue le parole scendendo di nota in nota (down, down, down). Solo un breve lampo che passa da sinistra a destra ci risveglia, dove la triste melodia si rincorre e racconta il buono e il cattivo della storia.

Ma dov’è finito il funk? Torna con The Gold Standard. Il solito brano per fare festa e ballare di Prince (e anche un po’ noioso)? Sì. La melodia della strofa e del ritornello è meglio scritta del solito e pure l’accompagnamento dei fiati è curato e meno ingombrante (bentornato a Micheal B. Nelson). Poche cose: ritmica, synthbass, voci, chitarre stoppate e fiati. Alla fine perfino un organo stirato per più misure, con un urlo che ricorda molto The Black Album. Finito di colpa lo standard d’oro, arriva U Know. Qui Prince canta colpendo decine di volte il mi bemolle, mentre una donna sospira in sottofondo e una tastiera ripete sempre le stesse 3 note.

Sai quanto ti voglio, sai quanto mi preoccupo, quando lui se n’è andato, sa che ho intenzione di ostentarlo.

Chi è questo lui? Chissenefrega, è ora di fare colazione. Anzi, no, la colazione può aspettare. Anticipato, remixato e con un video supercool, Breakfast Can Wait è il Prince può classico, ma con un ritmica che sposta l’attenzione e un piano elettrico che ne fa un sospiro R&B.

Alla fine di Art Official Age si trovano tre brani poco interessanti. Uno dedicato alla sua partner di Purple Rain (Apollonia) intitolato This Could Be Us e poi ci sono What It Feels Like e Time con Andy Allo. Ritmica, chitarrine, tastierine e ritorna il pop senza anima di qualche tempo fa. Tutto molto ben fatto, curato, tutto molto già sentito, tutto bruttino.

Per fortuna, Prince s’inventa un brano come Way Back Home, incastrata tra due Affirmation, strumentali dove Lianne La Havas ci/lo guida. Cantata nelle sue corde più naturali Way Back Home, sembra una canzone molto sincera e, forse, la migliore dell’album sia dal lato musicale per le voci, con una curiosa kickdrum che si ripete al posto dell’hi-hat. Ma sono le parole che penetrano subito al primo ascolto:

Non ho mai voluto una vita normale, un ruolo scritto, una moglie trofeo. Tutto quello che ho sempre voluto, è di essere lasciato solo. Vedere i miei letti fatti di notte, perché nei miei sogni mi agito. Sto solo cercando di trovare la strada verso casa. Ci sono ragioni per cui io non appartengo a questo posto. Ma ora che ci sono, senza paura cercherò di conquistarlo. Fino a quando trovo la strada per casa. La maggior parte delle persone nasce morta, io sono nato vivo. Sono nato con questo sogno. Con un sogno fuori dalla mia testa, che sarei riuscito a trovare la mia strada per casa. È questa la strada? Grazie a chi è stato in grado di crescere un bambino come me. Il cammino era deciso, ma se osservi la verità ci farà liberi. Ho sentito di questi happy ending, ma è tutto ancora un mistero. Fammi parlare ancora di me: sono più felice quando vedo la strada verso casa. Riesci a vedere la mia strada verso casa.

Art Official Age si conclude con la versione elettronica di Funknroll, su Plectrumelectrum quella rock, costruita su un ritorno di tamburelli. Lui canta in falsetto e leggermente ritoccato. Il brano suona ben costruito ma si scontra con la versione che strizza l’occhio su Plectrumelectrum.

In conclusione, Art Official Age è un buon lavoro di Prince. Anche se non ha l’originalità di Plectrumelectrum, che rimane la novità, Art Official Age contiene alcuni esempi di quello che Prince sa fare e se nei prossimi lavori prediligerà l’onestà sia nei testi che nella musica al legacy (tradizione) dei suoi suoni, ci farà ancora felici. Piuttosto, per lunghi tratti Art Official Age sembra un obbligo contrattuale della Warner per non lasciare solo il nuovo Plectrumelectrum firmato come 3rdeyegirl (senza Prince in copertina) e accompagnarlo da qualcosa firmato Prince. Cose da commercialisti. E anche il taglio dei due album non funziona, i brani avrebbero meritato di trovare spazio in unico lavoro, dove Prince avrebbe evitato di inserire qualche momento meno ispirato.

Songwriting: belle le melodie che giocano con la tonica, ma i brani pagano uno scotto pop e commerciale: le strofe sono corte, perché è necessario dare spazio ai ritornelli, questo potrà pesare sulla durata nel tempo dei due album.

+ di 700 milioni di persone non hanno accesso all’acqua pulita e voi vi fate una doccia gelata?

Come – sicuramente- avrete percepito girando sui social (tra parentesi ecco come venire in contatto con noi facebooktwitter) c’è ‘sta roba dell’ALS Ice Bucket Challenge (wikipedia). Un VIP viene sfidato da un altro VIP a farsi una doccia di acqua gelata, oppure – se non vuole fare la doccia fredda – deve donare alla ricerca contro la SLA (ASL in americano). A sua volta, il docciato potrà sfidare (o nominare, come è stato maldestramente tradotto in italiano) altri VIP per continuare la catena. L’obiettivo è quello di raccogliere soldi per la ricerca contro la SLA.

Dopo avere toccato VIP anglo/americani, la storia (non so come, a dire il vero) è arrivata in Italia (provincia dell’impero), ma da buoni provinciali non ci siamo fatti mancare la polemica.

Quando la doccia è toccata a Luciana Littizzetto, l’ospite fissa di Fazio ha pensato bene di chiarire qualsiasi dubbio sul suo impegno a favore dell’iniziativa mostrando 100 euro croccanti durante il video. Un gesto un po’ da naïve, a dire il vero. Sulla rete, più di qualcuno ha contestato che l’importo di Luciana Littizzetto fosse – come dire – adeguato visto i suoi “teorici” guadagni (Libero ha riportato quelli di Sanremo).

Ma la cosa non si è fermata lì.

Giorgio Gherarducci della Gialappa’s Band ha pubblicato un messaggio diretto (dice lui) “a chi critica Luciana Litizzetto per aver donato 100€” e dove sostiene che i VIP sono testimonial che si prestano “GRATUITAMENTE” (3), mentre chi farebbe la differenza sono “le persone comuni”.

Non fosse già stata sufficiente la polemica, le parole di Gherarducci si possono anche interpretare così: i VIP che guadagnano centinaia di migliaia di euro lo fanno gratis, si fanno un po’ di pubblicità, mentre tu che sei una persona comune mettici veramente i soldi.

Allora, rispondono le persone comuni: caro VIP, vuoi avere un po’ di pubblicità? Mostrami anche il bonifico che hai fatto.

E qui interviene Fiorello (sintesi delle sue parole): “Certo qualcuno che s’è voluto far pubblicità c’è (1), ma non tutti. La pagliacciata è servita a raccogliere i fondi. E nessuno di voi mi costringerà a mostrare il bonifico o l’assegno, perché mi dovevate proprio ciucciare… (…) Tu, pezzo di merda, che ne sai io che faccio nella vita, non rompetemi i coglioni. Devo rendere conto alla mia coscienza, non a quattro teste di cazzo che non avranno versato neanche un centesimo”.

Come stanno le cose? (2)

I VIP sono persone che lavorano grazie alla propria immagine, lasciate perdere i contenuti. In questo caso mettono a disposizione la faccia per una raccolta fondi. È inevitabile che quando beneficenza e VIP s’incrocino (Partite del Cuore, Telethon) ci sia sempre qualcuno che – come dice Fiorello – partecipa per farsi pubblicità. Per cui le persone comuni (Gherarducci ci chiama così) fanno un ragionamento unico – magari ingenuo – ma ovvio; i VIP non dovrebbero stupirsi e accettare queste critiche. Concentrarsi – quando sono in buona fede – sul successo dell’iniziativa e fregarsene. In fin dei conti, non ci sono le stesse reazioni quando uno di loro si trova in campo per Emergency o al concerto per l’Emilia.

Ma lì chi paga?

In tutto questo, io trovo triste vedere qualche mio eroe degli anni 80 partecipare a questa giostra delle secchiate gelate. Ho spesso avuto la sensazione che l’obiettivo fosse quello di uscire dal gruppone delle persone comuni, come dice Gherarducci, e sentirsi dire che sono ancora dei VIP.

Molto meglio fare il bonifico e poi fare un video tirandosi in testa il secchio senza sprecare acqua.

 

Ricordate: secondo water.org, nel mondo ci sono più di 700 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua pulita, 2 miliardi e mezzo di persone non hanno accesso a una toilette pulita e voi buttate via l’acqua per farvi una doccia gelata?


(1) Fiorello ammette che un ritorno pubblicitario ci può essere per qualcuno, ma questa cosa non l’hanno riportata i media.

(2) Ho sofferto, soffro e so già che soffrirò per colpa di un’altra malattia genetica per cui desidero dire la mia.

(3) In Maiuscolo nel suo post. Pare che la Netiquette non sia molto conosciuta da parte dei VIP.

50,000,000 Elvis Fans Can’t Be Wrong

Mondi Immaginari mi segnala un articolo de La Stampa. Si tratta di Luca Dondoni che interpella Tom Petty per il suo nuovo album prodotto con gli Heartbreakers intitolato Hypnotic Eye.

Se avete Spotify potete ascoltarlo qui sopra.

Tom Petty descrive il suo ultimo lavoro, che non è niente male, un “old school rock album” mentre “la pop music è diventata orribile. Non c’è nulla che venga scritto per un pubblico con più di dodici anni“.

L’articolo finisce parlando degli show dei dj “Andare a un concerto di un signore che mette i dischi che altra gente ha suonato? E’ la cosa più stupida del mondo. Bisogna essere drogati per andare a un concerto così. Di fatto poi quei ritrovi sono dei droga party”.

Tom Petty, nato nel 1950, giudica la musica con gli occhi (o le orecchie, forse) di una persona che ha superato i 60 anni. Sembra un’operazione piuttosto complicata, proprio perché ispirata in primo luogo dall’età di chi giudica.

Green Velvet Absinthe Bar at Talacker 41

Come si dice, meglio una immagine di 100 parole. Quella che viene proposta nella foto è la Zurich Street Parade; si è tenuta nei giorni scorsi ed è forse la più importante manifestazione del suo genere al mondo. Possiamo discutere sul suo impatto culturale e musicologo, ma se uno spettacolo di questo genere porta a Zurigo quasi 1 milione di persone (cifre del 2013) in pochi giorni qualcosa significa per questa milionata di persone. E quella che esce dalle casse è, lo si voglia o no, musica.

Green Velvet Absinthe Bar at Talacker 41

So anch’io che questi Dj suonano dischi registrati da altri, ma poco importa: è questo ciò che i ragazzi di tutte le età vogliono vivere a Zurigo all’inizio di agosto. Forse saranno tutti drogati, ma rimane il dubbio che le parole di Petty siano più una maniera (poco riuscita?) per escludere questo pubblico, invece che cercare di includerlo.

Credo, in tutta onestà, che mai come oggi ci sia bisogno di musica. Di musica nuova, o perlomeno, prodotta da nuovi musicisti. E invece siamo ancora qui che ascoltiamo sempre gli stessi alla radio: Vasco Rossi, Jovanotti, Ligabue (la musica scritta per 12enni).

Forse sarebbe meglio denunciare l’inutilità dei mezzi di comunicazione che trasmettono sempre la stessa roba piuttosto che prendersela con il pubblico. Pubblico di qualcunque genere.

Foto di Zurigo https://www.flickr.com/photos/absinthedistribution/

Quando sei un artista immortale

Una volta il successo era vero successo se un artista appariva sulla Settimana Enigmistica; in altre parole, la presenza di un cantante o di un gruppo come risposta ad una definizione di un cruciverba nella rivista “che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione!” significava avere raggiunto l’immortalità. Oggi esistono altri modi per capire se un artista ha raggiunto il successo vero.

Il primo sono l’esistenza di Tribute Band: sono quei gruppi musicali che rifanno per filo e per segno la musica dell’artista famoso. Le Tribute Band sono deleterie per la musica italiana, ma non posso farci nulla (ne ho già parlato qui). Insisto: il numero crescente di ottimi musicisti che si cimentano in queste operazioni culturalmente denigranti per chi le ascolta mi fa paura. Ma tant’è.

Sembrano simili alle Tribute Band, ma in realtà si discostano leggermente, sono le orchestre che dedicano dei medley ai musicisti. In questo caso, l’opera di riarrangiare brani pop con taglio orchestrale è un esercizio delicato che permette e promette di raggiungere quote spettacolari; chi suona nelle orchestre fa davvero fatica, si è in tanti e le personalità si incrociano solo grazie alla sensibilità del direttore di orchestra. Al contrario delle Tribute Band che copiano (volgarmente, direi) gli artisti famosi, le orchestre rifanno a modo loro, mettendoci la propria personalità ereditata dagli strumenti che suonano, ripercorrendo l’arte magica delle cover. Ascoltate la bellezza di questo medley di brani Pooh fatto dai Filarmonici.

Altro parametro per misurare la popolarità di un musicista è la sua presenza in altre arti. Un caso classico è quando i brani di un cantante vengono utilizzati come colonna sonora di un film. Il primo che mi viene in mente è Paolo Conte che con Via Con Me accompagna un film americano ambientato a Parigi. Si tratta di French Kiss con Meg Ryan: un musicista italiano che affresca con il suo stile inconfondibile un film di Hollywood in Francia, complimenti. Così come i brani di David Byrne che entrano prepotentemente, così come la presenza dell’ex Talking Heads, nel film di Sorrentino “This Must Be The Place”.

Andando oltre, e parlando di libri e di un mio vecchio pallino, vi riporto il romanzo di Hanif Kureishi (nella foto a sinistra) intitolato come il mitico The black album di Prince. Ecco cosa c’è scritto nella descrizione presente su Amazon:

Shahid, un giovane pakistano stabilitosi da molto tempo in Inghilterra, si trasferisce dal Kent a Londra per ragioni di studio. Dopo l’incontro con Deedee Osgood, l’eccentrica professoressa che nelle sue lezioni mescola disinvoltamente le canzoni di Prince coi saggi di Lacan.

Il libro consolida la popolarità di Prince, proprio come una volta faceva la Settimana Enigmistica.

Cettina Donato, quando Quincy incontra Gil (new music)

Oggi vi consiglio l’ascolto del lavoro di Cettina Donato.

Cettina Donato è una Musicista, con la maiuscola e già questa definizione basterebbe da sola. La sua musica sta tra Quincy Jones e Gil Evans. Nelle sue corde ci sono momenti jazz e momenti più swing, ma sempre curati e adagiati con maestria sul pentagramma. Ciò che adoro del suo lavoro è l’ambizione che trasmette.


Nata a Messina, inizia con la batteria da piccolissima, ma si diplomerà in pianoforte classico, jazz, didattica della musica e studierà composizione classica. Per non lasciare nulla al caso, all’Università degli Studi di Messina si laurea in Psicologia Sociale. Nel 2008 frequenterà le Clinics del Berklee College of Music di Boston al Festival di Umbria Jazz in quel di Perugia, incontrerà Herbie Hancock e otterrà una borsa di studio che le permette di andare a studiare al Berklee College di Boston dove si laurerà nel Dicembre 2011 in Jazz Composition.

Nel gennaio 2013 ha pubblicato il suo secondo album di composizioni originali intitolato Crescendo (Jazzy Record Label, distribuito da Egea), registrato con un’orchestra jazz e un quartetto di archi denso di sue composizioni, arrangiate da Cettina stessa.

www.cettinadonato.com

Livia Ferri – Pavlov

Dal suo bellissimo Taking Care, ospite fisso delle mie cuffie, Livia Ferri ha pubblicato il nuovo singolo intitolato “Pavlov”.

Il brano è accompagnato da un video di rara bellezza; il regista Marco Arturo Messina dirige onestamente gli attori, e ottiene un risultato  maggiore della somma delle parti. Tanti complimenti a tutti. Complimenti a Valentina Sarti Magi per il make up di Livia, tra i Kiss e Amanda Palmer. Agli attori protagonisti delle parole di Livia: Eleonora Siro e Francesco Bauco. Complimenti a Luigi Buccioli e Monica Burgio (arti marziali) e ai giocolieri Niccolò Frasso e Sylvia ‘Pisykopatika’ Martin.

Complimenti a Livia Ferri, Mario Struglia, Marco Arturo Messina per il soggetto semplice, ma di spessore. Complimenti a chi ha preso il tutto e dietro le quinte l’ha reso indimenticabile: Luca Coassin, Simone Mele, Elia Falaschi e Ludovico Bettarelli.


Non so perché, ma questo è un periodo dove la lacrima si materializza sul mio muso ogni volta che un artista produce qualcosa fatto con sincerità.

E questo è il caso di Livia Ferri.

Musica da regalare

5 consigli per regalare musica il prossimo 25 dicembre. Tutti secondo la mia personale opinione e divisi per età. Attenzione, appositamente non ho proposto gli ultimi lavori di Justin, di Robin Thicke, di Britney, di Miley, di LadyG o di altri cantanti superconosciuti. Per acquistare i loro lavori non avete bisogno di me.

Prima di tutto un video che presenta i 5 lavori.

under 20

Pure Heroine di Lorde


Ai teenager quest’anno deve essere regalato il nuovissimo Pure Heroine di Lorde. Il primo lavoro della cantante neozelandese, trascinato dal singolo Royals, è un piccolo gioiello di suoni, melodie e elettronica. Uno di quei dischi che fra 30 anni ricorderà loro questo periodo della loro vita.

20-30 anni

Tales Of Us di Goldfrapp


Crescendo l’electropop degli inglesi Goldfrapp rimane imbattibile. Il loro nuovo lavoro Tales Of Us (che ho ascoltato spesso nei miei viaggi metropolitani) è una raccolta di 10 canzoni dedicate a 10 personaggi.

30-40 anni

Sing to the Moon di Laura Mvula


Laura Mvula è la voce inglese che ha sorpreso tutti. Il suo Sing To The Moon l’ho ritrovato in molte classifiche dei migliori lavori del 2013. I brani sono ricercati e strizzano l’occhio all’Africa. Ottima anche per chi ha superato i 40 anni.

40-50 anni

Wise Up Ghost di Elvis Costello & The Roots


Miscela esplosiva questa prodotta da Elvis Costello con The Roots. Funkypop. RockR&B. E psicadelia. Qui c’è tutto. Tipo Prince e i Revolution + Beatles + Red Hot Chili Peppers. La presenza della The Brent Fischer Orchestra rende il tutto imperdibile. Agitare con cura, perché sotto i 40 anni potrebbe non piacere pesantemente. Non ne parliamo sotto i 30 anni: si rischiano insulti.

Over 50

Brooklyn Babylon di Darcy James Argue’s Secret Society


Il lavoro, giustamente definito monumentalmente ambizioso dal TheNewYorkTimes, ha ricevuto una nomination ai Grammy nella categoria Best Large Jazz Ensemble Album. La qualità dei musicisti, degli arrangiamenti e della registrazione non deluderà nessuno sopra i 50 anni (i più esigenti?) che risentiranno le armonie dei loro padri (la big band).