Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.

 

Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

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Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up

Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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Mai andare a vedere un film italiano al cinema

Ho un paio di regole quando scelgo un film da vedere al cinema.

Mai scegliere un film italiano. i film italiani scontano un depressione romanocentrica e una lentezza che non è mai facile da digerire. Raccontano storie tristi di sinistroidi senza ironia che hanno paura di vivere, ma che poi girano in Ferrari. Sarà anche colpa degli yankee che ci hanno invaso con i loro ritmi ed effetti speciali. Tranne rari casi, tipo Nanni Moretti, i film italiani sono da scartare.

Corollario nr.1

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione. Tempi, facce e ambientazioni non sono quelle più che sufficienti nel piccolo schermo. Così come la semplicistica sceneggiatura televisiva non può (e non deve) essere riportata al cinema. Tranne rari casi, tipo Aldo Giovanni e Giacomo degli esordi al cinema, i film con attori italiani della televisione sono da scartare.

Corollario nr.2

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig. L’effetto risata obbligatoria dopo il tormentone (ereditato da Drive In) e l’applauso ripetitivo anche senza battute a effetto (ereditato da Fazio) sono il male del 2018. Tranne rari casi, tipo nessuno perché fanno tutti cagare, i film italiani dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig sono da scartare.

Corollario nr.3

Al posto di Zelig nel corollario nr.2 si può inserire Colorado, qualsiasi trasmissione di Abatantuono, della Gialappa’s o una puntata con Francesco Facchinetti.

Chiarito questo l’altra sera abbiamo visto “un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig“. Si tratta del nuovo (o il primo?) film con Nuzzo e Di Biasi dal titolo originale, mai sentito prima: “Vengo anch’io” (titolo provvisoro “Diversamente Family”). La trama del film racconta di un assistente sociale fallito e una ex carcerata appena uscita di galera. I due condividono un’auto per scendere verso il sud. Lui si porterà dietro un ragazzo problematico, cioè con la sindrome di Asperger. Lei vuole arrivare in Puglia prima che la figlia partecipi a una gara di canottaggio.

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Una domanda per Lisa

Ho fatto un’intervista con [il bassista dei Revolution] Brown Mark e [il tastierista] Doc [Matt “Dr.” Fink] prima dell’ultimo concerto di Philadelphia. Se ricordo bene mi dicevano che prima della morte di Prince c’era nell’aria il progetto di una riunion dei Revolution. E ‘questo il tuo ricordo? Eri coinvolta in quello progetto?

Certo. Ne abbiamo sempre parlato. Veniva fuori tipo ogni 2 anni. Ci pensavamo, poi qualcuno ne parlava con Prince. Lui ci pensava un po’ e poi se ne faceva niente. La cosa delle Tribute Band non gli piaceva. Voleva sempre fare qualcosa di nuovo. Potevamo organizzare la reunion, ma poi Prince diceva: “ma perché tutto vogliono parlare delle superiori? come se fosse il momento più bello della vita…” Se vuoi fare l’artista devi pensarla in questo modo. Non puoi avere la parte migliore della tua vita dietro di te. Devi sempre … avere un obiettivo di fronte a te. Però ci siamo sempre voluti bene e ci chiamava in diverse situazioni per aiutarlo nei progetti. Diceva: “Mark, vieni a suonare il basso da me domani”. Oppure: “Wendy, vieni a suonare la chitarra con questa cosa che sto facendo”. Eravamo sempre legati. L’unica cosa difficile era come fare una reunion senza scontrarsi con le esigenze di Prince. E sembra che la cosa si ripeta.

http://bit.ly/2DdDgnH

Quando narrare fa rima con camminare

perché creare?

perché non rimaniamo nel nostro simpatico (insomma), routinario (mah!), sicuro (per ora) lavoro dalle 9 alle 5?

perché lanciarci in un progetto creativo che non ci aiuterà a pagare le bollette?

perché scriviamo?

Philip Roth (il grande autore di Pastorale Americana) rispose così a una domanda del Le Nouvel Observateur nel 1981 (http://bit.ly/2Hs3y92).

scrivo “per essere liberato dalla mia prospettiva soffocante, noiosa e ristretta sulla vita e per essere attratto in simpatia immaginativa con un punto di vista narrativo pienamente sviluppato differente dal mio”.

se anche voi state cercando un punto di vista narrativo differente, probabilmente state raccontando una storia.

su questo sito (http://bit.ly/2HquzKb) della Commissione Europea ho trovato un articolo relativo ai film sponsorizzati dall’Europe Film Commission alla Berlinale di Berlino.

l’introduzione dell’articolo parla di storie e mi è parsa particolarmente interessante:

Le storie sono potenti maniere per connettersi. Costruiscono dei ponti tra la cultura e la società.

I film, in particolare, riflettono le sfide affrontate dalle nostre società. Il loro ruolo è stato spesso quello di preparare la strada al progresso, alla tolleranza, all’accettazione e all’inclusione.

Attraverso la creatività e la libertà artistica, l’industria cinematografica ha contribuito a sensibilizzare su questioni importanti.

In definitiva, i film possono toccare ogni individuo con messaggi potenti e quindi incoraggiare l’impegno dei cittadini nella società.

dobbiamo avere di fronte questo obiettivo anche per le nostre storie che vogliamo raccontare.

sia canzoni o che libri.

ma come fare sfrutturare la creatività e la libertà artistica?

qui mi viene in aiuto Marily Oppezzo. in questo intervento a Ted spiega cosa bisogna fare per essere creativi.

cioè cosa?

camminare!

è breve e divertente, dategli un’occhiata.

ecco le 5 cinque regole in italiano

  1. scegliere un argomento o un problema sul quale trovare una soluzione (brainstorming)
  2. camminare a un ritmo adatto mentre si fa brainstorming
  3. tirare fuori tutte le idee che passano per la mente (non fermarsi alla prima)
  4. registratele sul vostro telefono (scriverle sarebbe già un atto di selezione che non deve essere fatto durante il brainstorming)
  5. datevi un limite (se non esce qualcosa di buono durante il brainstormig, ritornateci su dopo)

c’è qualcuno là fuori?

ho quasi 50 anni e non ho mai, neppure per un momento, vissuto la vita che volevo vivere io. fin dall’inizio mi sono trovato a lottare per qualcosa che non era ciò che volevo io. ho ripensato a queste cose quando ho letto un articolo di billboard (http://bit.ly/2EStYPR) su un band sud coreana che sta affrontando il mercato cantando in coreano. sono i BTS (in inglese Bulletproof Boy Scouts e in coreano Bangtan Sonyeondan).

questi ragazzi che vanno dai 20 ai 24 anni denunciano quello che denunciano tutti i giovani del 2018. e che dicevo anch’io ai miei 20 anni.

sinceramente, dal nostro punto di vista, ogni giorno è stressante per la nostra generazione. è dura ottenere un lavoro, ed è ancora più difficile andare all’università, ora più di sempre. (…) gli adulti devono fare politiche che facilitino un generale cambiamento sociale. proprio ora, le classi privilegiate, le classi più alte hanno bisogno di cambiare il loro modo di pensare (…) e non vale solo per la Corea, ma per tutto il mondo. il motivo per cui la nostra musica ha senso per le persone di tutto il mondo per chi è 20enne o 30enne è per questi problemi (…) ma se non parliamo noi di questi problemi chi lo farà? i nostri genitori? gli adulti? non tocca a noi? queste sono le cose che ci diciamo tra di noi: chi meglio di noi sa quali difficoltà affronta la nostra generazione?

ecco sono qui che aspetto un artista italiano che produca qualcosa di simile. c’è qualcuno là fuori?

24 febbraio 2018: musica

un po’ di musica che *in pratica* per caso è passata da queste parti:

ieri sera concerto in diretta dalla Svizzera italiana di Michel Portal clarinetti, sax soprano, Vincent Peirani fisarmonica e Emile Parisien sassofoni(via Rete Due RSI) per la rassegna di  concerti pubblici alla radio intitolata “Tra jazz e nuove musiche”. tempo passato a godere di musicisti che divertono e si divertono. molto bella. seguirà il 12 maggio Chick Corea a Chiasso.

Samantha Harvey – Please (via Spotify): Miley Cirus stile, impasto vocale basso, con accenni Beyoncé. Bella voce. La canzone un po’ annoia

The Aces – Stuck (via billboard and spotify): interessante riff (chitarra?), belle armonie e il mix. l’ho inserita nella prossima playlist.

Ramz – Power (via spotify): ritmica traballante, e voce roca classica da rapper. non mi piace

Three Days Grace – I’m an outsider (via youtube): chitarre distorte e voce incazzata. molto già sentita. potrebbe ispirare qualcosa?

Janella Monáe – Django Jane (via youtube): rap, parlato. wow. sembra breve ma non lo è. mi piace e finisco per ascoltare anche…

Janella Monáe –Make Me Feel (via youtube): ritmica scarna, sembrano suoni fatti con la bocca. armonie mi ricordano kiss. molto bella. video HOT. l’ho inserita nella prossima playlist.

Drake – God’s plan (via youtube): canzone che serve al filmato dove Drake gira a fare il ricco e famoso che regala e dona soldi in giro per gli USA. un po’ moralista, ma carino. mi aspetto che un jova copierà presto l’idea.

Khalid & Normani – Love Lies (via youtube): ennesima ballata quasi rap. ritmica schiocco di dita (snap) sentito già milioni di volte… bella voce lei e melodia non male.

Bon Iver – Flume (Live on 89.3 The Current) (via youtube): Bon Iver fa sempre la sua parte. bravo. mi piace.

La lezione di David Letterman

a proposito del raccontare storie ed essere in grado di farlo, uno dei miei preferiti è David Letterman.

la biografia di Letterman è facile da scrivere, per 35 anni (1980-2015) è stato il conduttore del David Letterman Show o Late Show with David Letterman, quasi tutte le sere sulla CBS. in italia la trasmissione era sul satellite e negli ultimi anni su un canale free della Rai.

anche lo show è facile da raccontare: tutte le sere per 35 anni Dave iniziava la trasmissione con un monologo in piedi davanti al pubblico, poi un altro pezzo seduto alla scrivania. intervista o interviste a personaggi famosi, che spesso avevano un film o un libro in uscita. ospite musicale o cabarettista. fine. a volte la trasmissione subiva delle piccole variazioni come l’arrivo della top ten (late show top ten list): un argomento a caso e un elenco spassoso. da questo link ne prendo una: “10 cose che gli U2 hanno imparato nel corso degli anni”. pare che l’idea della top ten venne agli autori di Letterman leggendo di un lista nozze astrusa. la caratteristica era che quando partivano questi segmenti dello show sapevi già cosa aspettarti. così come le poltrone dove tutti gli ospiti (dai presidenti degli Stati Uniti a Maurizio Costanzo) si sarebbero seduti. (per avere altre informazioni sulla struttura della puntata tipo link di wikipedia). su internet il sito dello show dava in anticipo l’elenco degli ospiti: la trasmissione veniva ritrasmessa il giorno dopo e potevo programmare la mia settimana. ripetitivo? forse. di successo? sicuro. perché la variabile era lui. David Letterman. lui aveva uno stile ironico, umoristico e profondo di vedere le cose. uno stile che andava bene per tutti gli argomenti; il pubblico si metteva con fiducia nelle sue mani.

di seguito la mitica ultima puntata

https://youtu.be/7fakUXT0dvE?t=20m21s

ora Letterman, che è in pensione dal 2015, fa uno show su Netflix intitolato “il mio prossimo ospite non ha bisogno di presentazioni“. 2 poltrone davanti a un pubblico in un piccolo teatro. Letterman concentra tutto sull’intervista all’ospite e sul raccontare la storia dell’intervistato. nelle prima puntata l’ex Presidente Barack Obama e nella seconda George Clooney. l’intervista è dedicata a scoprire un lato non noto dell’intervistato, pochissime battute. nella prima puntata con Obama si è parlato di chi l’ha preceduto nella battaglia per i diritti dei neri, mentre Clooney ha parlato del suo impegno politico. non racconto altro per non spoilerare, ma nella seconda puntata si scopre meglio un lato dell’attore comasco che non conoscevo. le battute ci sono, ma sono funzionali ad alleggerire l’ambiente. non solo a far divertire il pubblico. e, soprattutto, Letterman ha introdotto l’uso di approfondimenti fuori dallo studio, con lui che intervista altri ospiti legati alla persona in studio.

https://www.netflix.com/it/title/80209096

anche qui la struttura rimane fissa; all’interno di questa ambientazione è sempre Letterman la variabile di successo. le sue idee e i suoi accenti agli argomenti che vengono trattati. e gli ospiti. oggi Letterman incontra un ex Presidente e un attore impegnato politicamente, ma nella sua vita ha avuto il coraggio di portare qualsiasi persona che potesse essere interessante. giovani musicisti. ragazzi delle scuole. il pubblico si fidava.

cosa ci insegna Letterman? al netto delle differenze tra l’italia e gli Stati Uniti, Letterman ha costruito un colonna vertebrale e su quella si è sentito libero di fare ciò che più amava. lavorava sui contenuti. contenuti spessi, di qualità altissima. un’enorme autoironia e tanta schiettezza. nel corso di 35anni il pubblico (e tra questi pure io) si è fidato e lo si ascolta per vedere cosa tirerà fuori dal suo prossimo ospite. come fare a fidelizzare il proprio pubblico?

Parlare Apertamente

Più leggero sarà il tuo tocco, migliore diventerai nel perfezionare e arricchire la tua performance. Chi abbraccia il suo ruolo e lavora per perfezionare la sua performance, cresce, cambia e si espande. Interpretalo bene e i tuoi giorni saranno quasi sempre gioiosi.

Se la situazione lo richiede, siate feroci mamme-orso e umili cercatori di consigli. Abbiate eccellenti prove e forti alleati. Siate appassionati nel cambiare prospettiva. E se usate questi strumenti — e ognuno di voi può farlo — allargherete la vostra gamma di comportamenti accettabili, e i vostri giorni saranno quasi sempre gioiosi.

da: Adam Galinsky at TEDxNewYork -How to speak up for yourself

21 – Sanremo & more

Ho preparato una nuova playlist ispirato dalla musica italiana e da qualche bel brano di Sanremo 2018. La scoperta è stato Ultimo, un cantautore che ha partecipato nella categoria giovani.

  1. Ultimo – La Stella Più Fragile dell’Universo
  2. Låpsley – Burn
  3. I Cani – Non Finirà
  4. Lowlow – Il sentiero dei nidi di ragno
  5. Giulia Casieri – Come stai
  6. Red Canzian – Ognuno ha il suo racconto
  7. Willie Peyote – C’hai ragione tu (feat. Dutch Nazari)
  8. Annalisa – Il Mondo Prima Di Te

Con Prince prima veniva il battito – Intervista a Matteo Silver Surf

La mia storia con il blog Trentuno Ventuno (formerly known as Treunodueuno) è durata 10 anni. Dal 2003 al 2013. Tra alti e bassi, alla ricerca di un equilibrio insperato nel mondo di Prince, gli ultimi attimi del blog vennero segnati da miei errori, incomprensioni, troll e commenti acidi. Ero percorso da una certa disillusione; l’amore per la musica di Prince non faceva da filtro a tutte le cattiverie del mondo. Era un’utopia; la sua musica non ci faceva sentire fratelli di un unico padre. Scoprii a mie spese che ognuno voleva la torta intera dell’affetto di Prince e non una delle frittelle che Prince metteva a nostra disposizione. Tutti volevano sentirsi figli unici.

Ma non proprio tutti.

Quando si chiuse il cerchio successero un po’ di cose: il blog andò in pensione e la rabbia svanì per lasciare  spazio alla vita vera. In quel momento mi fermai a elencare nella mia testa cosa mi era rimasto di quella esperienza. Una delle cose più care (e che conservo ancora, un’eccezione nella mia vita a inbox zero) fu una mail che ricevetti da Matteo Silver Surf all’indomani del mio sfogo finale.

Oggi ho chiesto a Matteo di fare due chiacchiere su Prince. Perché, come mi disse Matt Thorne, la storia di un artista è fatta dalla sua musica ma anche dai fans e dalle loro esperienze e questa è la versione di Matteo.

Dimmi un po’ della tua storia con la musica di Prince.

L’ho visto dal vivo 2 volte, molto poco. Mi sento un fan minore, ma dall’altro lato retrospettivamente è come se mi piacesse questa vicinanza barra lontananza con lui. Mi sono fatto tatuare il suo simbolo dopo che è morto. Ho sempre odiato i tatuaggi, ma avevo bisogno di averlo nella mia vita. Poi non ho molte registrazioni dal vivo. Anche quando si potevano avere i bootleg io non li compravo. E poi non ho mai seguito il merchandising. Però posso dire che non l’ho mai ascoltato in maniera banale, Prince è la colonna sonora della mia vita, le sue canzoni sono una specie di loop della giornata, ma non conosco a memoria la sua discografia.

Non vuoi avere un approccio da collezionista. Proprio come Prince desiderava.

È vero, da un lato è una modalità di fedeltà alla sua figura. A proposito dei bootleg; non erano cose che lui produceva, che pubblicava e quindi non mi interessavano. Non sono un fan bulimico che vuole avere tutto, come sei tu.

Intorno alla metà degli anni 90 spendevo molto in bootleg, poi ho cominciato a preferire la qualità alla quantità e ho smesso.

Dalle mie parti è rimasto solo un negozio di dischi degno di questo nome. Ho visto 94th east in questo negozio. Ho già in vinile questa musica. Dopo la sua morte, avevo trovato quel disco e altri lavori dello stesso periodo. Ecco: ho quelle cose.

L’altra sera ho sentito un’intervista a Jimmy Jam e Terry Lewis, dicono che bisogna avere rispetto delle scelte dell’artista. Se Prince certe cose non le ha pubblicate un motivo c’era.

Da quando lui è morto ho visto che tu ti sei interrogato molto su questa cosa. Anch’io continuo a chiedermelo. Prince ha composto tutti i giorni della sua vita, pare. La cosa curiosa per noi era il Vault.

Cosa mi dici del Vault?

Secondo me, era un archivio per mettere dentro le cose, riprenderle, cambiare gli arrangiamenti e farle diversamente. Ho scoperto molto tempo dopo, non so se vale la stessa cosa per te, che canzoni di diversi anni prima, come We Can Fuck, che erano di anni prima, avevano un arrangiamento diverso. Anche 1000 X’s & O’s.

Esatto, era del periodo di Diamonds and Pearls

Il Vault noi lo vediamo come una teca della sua musica. Per lui era un continuo lavorio. Come i dentisti che lavorano su diversi clienti, per piccoli interventi. Un continuo lavoro. Non credo ci siano cose strabilianti dentro il Vault. Magari brani abbozzati e accennati. Magari brani finiti, ma nulla di straordinario.

Era un aggancio nei nostri confronti. Una mossa di marketing.

Una sorta di mitologia personale. Lui era troppo autoconsapevole, per avere lì dentro un’altra Purple Rain e non tirarla fuori. Sapeva valutare il valore della sua musica. Era un artista che ragionava molto sulle sue cose. La sua consapevolezza dei suoi diversi lavori mi impedisce di pensare che gli sia sfuggito qualcosa di enorme che sia finito lì dentro e che oggi miracolosamente troveremo.

Che idea ti sei fatto del modo di lavorare di Prince?

Ho sempre pensato che lui partisse dalla base ritmica nella costruzione dei suoi brani; prima della melodia veniva un battito e poi su quello elaborava la melodia e il resto. A livello di percezione, anche per le origini culturali della sua musica: nasce nella musica nera e poi scopre in ritardo alcune cose legate alla musica bianca. Ho letto che avrebbe scoperto i Beatles grazie ai Revolution prima di Around the world in a day. Mi sembra stranissimo che lui sia stato in grado di aprirsi ai Beatles così tardi, ma capisco che il suo ambiente era più quello della Motown.

Io amavo come usava la grancassa.

L’uso della grancassa è profondamente cambiato in lui. Nel decennio anni 80 e poi dopo. All’inizio era convenzionale; il Minneapolis Sound inizia con la drum machine, per esempio con 1999 dove tutte le canzoni hanno una coda strumentale molto ampia che le prolunga. Le prime battute erano proprio delle battute, prima arrivava il ritmo, poi la voce e quello che serve. Prima la drum machine delle percussioni in generale. L’idea originaria era probabilmente una pulsazione alla quale poi si aggiungeva altro.

E del periodo successivo?

L’ho sentito da un punto di vista sonoro. Tutta la musica dal 1987 in poi l’ho filtrata attraverso i suoi occhi. E come se l’arrivo di Prince nella mia vita anche da un punto di vista musicale avesse introdotto un’unità di misura sulla quale tutto il resto veniva misurato. Non ho molti ricordi di quello che ascoltavo prima. Ricordo lo sconvolgimento che mi ha procurato Sign O’ The Times, proprio con il singolo, mentre l’album ho fatto più fatica a metabolizzarlo. Era una cosa troppo alta rispetto a quella che avevo ascoltato prima. Dal giugno del 1987 l’ascolto del resto della musica mi è sempre servito per fare comparazioni con la sua musica. È come se prima non avessi avuto questa competenza.

Cosa ti piaceva del Sign O’ The Times?

Parte con un battito, iperscarno. Un brano e un album ridotti all’essenziale per la struttura delle canzoni. Sono quasi rozze nella loro costruzione, negli arrangiamenti, nella loro struttura. È il Prince più autentico. Un artista che riesce con pochissimi mezzi strumentali a costruire qualcosa che ti tocca nel profondo. Alla ritmica aggiunge la melodia, il ritornello, aggiunge del colore alla pulsazione, e il mix tra pulsazione e colore diventa un marchio riconoscibilissimo. Profondamente emotivo ed emozionante. L’esempio è If I was Your Girlfriend, che è il suo punto più alto della produzione, la cosa più eccelsa. Basso, battito e voce in falsetto. Testo interessantissimo. Profondo nella descrizione della quotidianità: genialità ma non freddamente geniale.

Allora cos’è il genio?

Difficile da dire, quella canzone tocca delle corde emozionali in me e solo dopo riesco a razionalizzare e usare l’appellativo di genio. La scomposizione che faccio io è: una melodia semplice, ma che rimane in testa. If I Was Your Girlfriend ha questa caratteristica. La melodia ha una struttura indimenticabile. Chi la ascolta, ed è un peccato che non sia tanto conosciuta, trova qualcosa che si incastra nelle cellule del cervello. Scrive profondamente di se stesso e si mette a nudo per come mi sembra di conoscerlo per le cose che ha scritto e per l’idea che mi sono fatto io su di lui. Si mette a nudo in maniera quasi imbarazzante per quanto si spoglia. Racconta una relazione, dove lui si mette nella posizione di lei. Se io fossi la tua ragazza rivolto ad una donna; all’inizio non capivo il senso di queste parole, ma sentendo solo la melodia, il suono puro, capivo l’immensità, la sua grandezza. Un uomo fragile, alto 1,54 sui tacchi, quindi non un macho, decide di dare un quadro di se stesso, mettendosi nei panni dell’altro, ribaltando i ruoli, parlando della quotidianità con quelle frasi “se ti lavassi i capelli”, “se andassimo al cinema e piangessimo assieme”. È una cosa che tutti noi proviamo in una relazione con l’altro, un microcosmo con significati universali.

Cosa succede dopo Sign O’ The Times?

Quando lui abbandona l’uso delle drum machine anni 80, c’è stato un cambiamento sonoro, ma Prince è diventato qualcos’altro negli anni 90. Prince autentico finisce con Lovesexy, dopo ho continuato a seguirlo, ma smette di essere significativo musicalmente come lo era prima. Negli ultimi anni era soprattutto un legame con musicisti veri. Una contrapposizione con chi, senza essere musicista, imitava la sua musica per ricalcare il suo stile. Ricordo in maniera nitidissima il piacere del 1987, ma ricordo la leggera delusione dal 1990 in poi, quando lui produce Graffiti Bridge.

Veniamo a oggi, ti è piaciuto Purple Rain Deluxe?

Mi è piaciuto perché alcune cose non le conoscevo. Non sapevo che Father’s song fosse una canzone e non solo un passaggio della finzione cinematografica dove suo padre la suona al piano. Non mi ero mai reso conto che era un pezzo al pianoforte, concluso in sé. La ripubblicazione di Purple Rain mi ha consentito di avere quel pezzo molto toccante. Per me era solo un passaggio del film.

Il bello è stato scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono cose non conosciute. La confezione è molto ricca, anche come oggetto. È proprio una versione di lusso. Aggiunge cose che avevo in parte o che magari non avevo mai ascoltato. Ho ascoltato le cose inedite, ma non ho ancora ascoltato la versione rimasterizzata.

E se ne facessero degli altri?

Io sarei contento perché mi sembra un arricchimento. È come vedere la stessa cosa da un altro punto di vista, magari sconosciuto. Per noi avere dei punti di vista alternativi di alcune cose che lui ha fatto è come minimo molto stuzzicante e stimolante. Mi ha convinto in quella veste.

Ma chi potrebbe prendere in mano i lavori di Prince adesso?

Sheila E; per un motivo sentimentale perché era una delle persone che gli erano vicine. Anche se secondo me nessuno gli era così tanto vicino, ma è fra quelli che l’hanno frequentato e che si è mostrata più affranta dopo la sua scomparsa. Di sicuro c’era dell’affetto reciproco, oltre la stima. Sheila avrebbe il tatto per lavorare con la musica di Prince, con rispetto. Dal punto di vista razionale Sheila l’ha accompagnato per molti anni. In Italia c’era anche lei nel 2003. Lei ha una continuità di frequentazione che potrebbe aiutarla a svolgere quel lavoro.

Wendy e Lisa?

Sarebbe bello che ci lavorassero, ma sarebbero troppo legate al loro periodo. Oppure Questlove. Lui è un fan, un musicista, quasi un idolatra. Potrebbe avere le competenze per fare bene quel lavoro, con rispetto. Abbiamo bisogno di persone che rispettino la sua musica.

La parola rispetto torna spesso.

Sì, non riesco a pensare che la sorella possa rispettarlo.

Prince ce ne ha fatta passere di tutti i colori. Ma cos’è che c’ha tenuto sempre lì?

Forse proprio questo. Anche se lui, come tutti gli artisti, ha avuto la sua parabola, la sua produzione è stata discontinua. Anche se alcune cose che ha fatto le salto; ci sono canzoni che salto oppure album che ho riscoperto dopo la morte, ma che quando erano uscite mi avevano fatto storcere il naso. Io sono legato a lui perché è stato così abile a suscitare un mistero continuo attorno a sè, alla sua musica, a ciò che faceva. Forse l’ultimo divo, di quelli degli anni 50. L’ultimo che è riuscito a gettare benzina sul fuoco per alimentare il proprio mito. Un aurea di mistero del tipo che ci faceva pensare: quale sarà la prossima cosa straordinaria? Ho molto studiato le sue cose. Dopo Purple Rain ha fatto un disco molto diverso. Dopo il caleidoscopio di colori, ha fatto un disco in bianco e nero. Questa capacità di tenerci sempre sulla corda, affinché noi scoprissimo ogni volta la mossa successiva.

E per quanto ti riguarda?

Quando il battito della sua musica mi è entrato nella testa non è più uscito. Come ti dicevo, ho avuto difficoltà ad ascoltare Sign O’ The Times interamente. Play in the Sunshine era difficile da ascoltare. Quando ho iniziato ad ascoltare il resto poi non è più uscito. Quando stava per uscire Lovesexy, in radio si sentivano Anna Stesia e Glam Slam e mi ricordo esattamente dov’ero quando sentivo quelle prime cose. E mi ricordo la fame per quelle cose che stavano per uscire.

E dov’eri?

Ah! Per il riff di chitarra all’inizio di Glam Slam ero a pochi centinaia di metri vicino a casa mia. Mi ricordo perfettamente il momento.

Come se fosse stato nel tuo DNA. L’ha scoperto o l’ha modificato il tuo DNA?

E chi lo sa? Le domande che mi fai sono le domande che ti fai, no?

Anche questo è vero.

Questa scelta di fare cose strambe. Cantare in falsetto. La scelta della ritmica. Tutte queste cose insieme.

Tanti livelli di produzione artistica da studiare.

Scardinare o scomporre il marchingegno lo trovo affascinante. Ogni volta che smontiamo le parti, queste diventano un’altra cosa. Tornando a If I Was Your Girlfriend, il testo, la melodia e il ritmo sono intelligenti. Ma la somma dei pezzi non è ancora l’unità della canzone. Potrebbe essere anche l’idea di tormento che realizza l’insieme. Le cose che mi piacciono di più di lui sono i brani tormentati. Meno Play In The Sunshine e più Ballad Of Dorothy Parker. Meno Alphabet st e più Anna Stesia. Computer Blue è tormentata. Pensa come sono due parti distinte. La prima parte era più una cosa chiusa, mentre la seconda è come un’uscita da una galleria.

Due lati che si contrapponevano.

Faceva cose che erano molto strane, come The Beautiful Ones. È sentimentale ma è troppo stramba. When Doves Cry è una canzone strambissima. Simone, dai! Posso concedere che Purple Rain l’abbia scritta qualcun altro. Che può ricordare nella progressione Stairway To Heaven. Una bellissima memorabile ballata rock. Ma When Doves Cry è una canzone fuori di testa con l’assolo finale di tastiere, l’assenza del basso.

Pendevamo dalle sue scelte

Per un periodo aveva il tocco di Re Mida; faceva funzionare tutto quanto aveva attorno. Tra l’87 e l’88 c’era Sign O’ The Times, usciva Lovesexy, Jill Jones, Sheena Easton.

E non hai detto il Black Album

Mi ricordo quando con il registratore fermavo il video per vedere la scrittaDon’t buy the black album, I’m sorry”. Quando Rai 1 ha fatto la diretta del concerto di Dortmund ho obbligato mia nonna a guardarlo che mi ha anche detto: è bravino.

Come Sheila che nella sua autobiografia dice che finito il tour con Prince si sentiva talmente superiore a tutti che mandava le persone a farle la spesa.

È necessario che queste vette di perfezione artistica finiscano perché altrimenti non riesci più a sopportarlo. E ci si ripete.

Vinile: Amore e non amore di Lucio Battisti

Il vinile davvero speciale di questa settimana è “Amore E Non Amore” di Lucio Battisti.

Una prova rock sperimentale e/o sinfonico e/o progressive di Battisti, che viene accompagnato da buona parte della PFM (siamo nel 1971) e altri specialisti tipo Dario Baldan Bembo. 8 brani, con testi graffianti del rapporto tra uomo e donna post-69, e lunghe suite strumentali (dai titoli lunghissimi). Registrato (quasi) in presa diretta. Favolistico.

Da Jack White è vietato il telefono

se ho capito bene, jack white (ex white stripes e molto altro) ha chiarito fin dall’acquisto dei biglietti che al suo spettacolo/concerto non è possibile portare cellulare. cioè non si possono fare video e foto della serata. più o meno, il testo dice così:

questo è uno spettacolo senza telefono. strumenti per fare foto, video o registrazioni audio non sono permessi. pensiamo che ti godrai molto di più la serata se stai lontano dai tuoi giocattoli per un po’ e ti immergi nell’esperienza musicale e condividi l’amore per essa DI PERSONA. all’arrivo al locale, tutti i telefono e altri aggeggi per catturare foto e video saranno messi al sicuro in un sacchetto e saranno bloccati fino alla fine dello show. ti terrà il sacchetto al sicuro con te durante il concerto. se ne avrai bisogno potrai portare il sacchetto in apposite zone identificabili nella sala o nei corridoi. per chi vuole fare un po’ di post sui social, permettici di aiutarti. il nostro fotografo ufficiale posterà foto e video dopo lo spettacolo sul sito jackwhiteiii.com e sul nuovo account instagram jack white live. potrai ripubblicare queste foto quanto vorrai e goderti un momento senza il tuo telefono. un’esperienza umana al 100 per cento.

detto che è diritto di jack white di chiedere o ottenere uno spettacolo come pare a lui, mi sembra tutto molto chiaro e limpido. per quanto io credo possa essere uno strumento di marketing per i giovani artisti avere qualcuno che fotografa e riprende, capisco anche che un artista affermato possa decidere l’esatto opposto. simile l’esperienza l’abbiamo avuta a paisley park (gli studi di prince ora diventati un museo). all’entrata il telefono viene inserito in un contenitore felpato, che può essere aperto solo all’uscita del museo. la situazione è nuova da vivere, siamo troppo abituati a controllare il cellulare ogni 10 secondi, che non averlo più tra le mani fa strano, ma aiuta anche il rapporto con gli altri; nei musei e nei concerti ci si disturba l’altro cercando di fotografare di tutto. ricordo che all’ultima visita di Brera, abbiamo partecipato a una breve presentazione di un quadro, e, malgrado ci fosse abbondantemente vietato fotografare, la nostra guida è stata interrotta da un maleducato turista straniero che voleva fotografare il quadro. fotografie che raramente vengono bene, ma che servono solo ad arricchire i produttore di memorie e di chiavette usb.

Due parole sul libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”

Ho letto con piacere il libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”. Quella che leggete di seguito e’ l’opinione di un altro fan di Prince, cioe’ la mia, che non definirei una recensione.

Il libro e’ la storia di un ragazzo italiano, che negli anni 80, 90 e oltre, trascorreva le proprie giornate affiancato nella musica e nel look da un cantante afroamericano, lontano migliaia di miglia. Il libro inizia piano e, devo dire la verita’, nelle prime pagine non sembra meritare il prezzo della copertina. Scorrendolo, invece, si viene conquistati da Rudy e della sua battaglia per Prince in un Italia disinteressata. Inoltre, farà di tutto per assomigliare fisicamente al suo idolo; il libro sembra sfociare in una sorta di auto-terapia che permetterà a Rudy di diventare, ora che Prince non c`e` piu’, se stesso. Nel tempo, le cose cambieranno e il libro diverte, forse in maniera involontaria; ci sono un paio di aneddoti che sembrano sbucare dalla penna di un autore di sit-com.

L’interesse per l’estetica del personaggio Prince e le sue conseguenze sono la parte piu’ interessante del libro. Trovo invece che Rudy si avventuri in un percorso impervio quando vuole affrontare criticamente la musica, forse per mancanza di strumenti retorici e culturali adeguati (che neppure io ho).

Il libro e’, in conclusione, piacevole da leggere, perche’ integra cio’ che sappiamo di Prince con altri piccoli aneddoti. Come mi diceva Matt nell’intervista di qualche tempo fa, la storia di un artista viene scritta sia dall’artista stesso, ma anche dai critici e dai suoi fan. Il libro di Rudy contiene un bel pezzo della storia italiana di Prince.

Prince – A volte nevica in aprile

Acquista il libro qui: http://amzn.to/2D4gWPd

Fine 2017 Inizia il 2018: due righe

Nel mese di gennaio ero partito bene con il mio blog; volevo mostrare come funzionavo internamente e per la prima volta ho pubblicato un brano proveniente dalla mia Cantina, che se fossi stato un americano come Prince l’avrei chiamato il Vault. A proposito di Prince, Italian Jam ha sempre nel cuore il musicista di Minneapolis e infatti ci sono un buon numero di articoli a lui dedicati. Purtroppo però nella famiglia di Prince, il 2017 è stato un altro anno che ci ha portato via un grande musicista. John Blackwell. Nel 2017 mi sono lanciato nelle interviste; ad agosto la madre di tutte le chiacchierate all’autore della migliore biografia su Prince cioè Matt Thorne.  Il 2017 è stato anche l’anno delle mostre d’arte recensite. A partire da Keith Haring, forse la migliore dell’anno, poi Kandinskji al Mudec.

Nel 2018 vorrei parlare sempre di più di songwriting, cioè dell’arte di scrivere canzoni; nel 2017 mi è piaciuto dare qualche suggerimento con “come vincere la crisi del foglio bianco”  oppure l’analisi della musica di Lorde. Anche la bella intervista a Jenni la cantautrice mantovana è densa di suggerimenti molto interessanti. Nel frattempo, sto scoprendo il piacere del vinile, pubblicando (anche su instagram) le foto e le recensioni di dischi che possiedo, come Sono Solo Canzonette di Bennato, Jazz dei Queen e Live in USA della PFM. Per quanto riguarda la mia musica su Youtube potete vedere il mio primo video. Si tratta della versione acustica del brano “E’ Già Mattina”, illustrato, come al solito, dai disegni di Veci. Fino ad oggi ha, come dire, misteriosamente avuto 93 visioni.

Cosa ho imparato da questo 2017?  L’autenticità. Non fatevi ingannare dai social, da ‘sti cazzo di influencer che tra 5 saranno spariti o dai talent della televisione (altri luoghi dove si producono solo giovani vecchi). Qualsiasi lavoro facciate concentratevi sull’autenticità. Siate sempre voi stessi, anche nel prodotto che fate. L’ha detto uno con i controcoglioni come Bob Lefsetz.

Nello stile dell’ebook che sta distribuendo gratuitamente Good Morning Italia, ho pensato che fosse interessante rivedere il 2017 e fare due o tre ipotesi per il 2018. Nelle classifiche il 2017 è stato l’anno di Ed Sheeran, di J-Ax e Fedez e di Despacito. È stato anche l’anno del sindacalista Gabbani e la sua Occidentali’s Karma, che a ridosso di Sanremo era primo tra i singoli. Internazionale.it ha elencato i migliori album italiani e stranieri del 2017. Il 2018 che ci aspetta sarà segnato dal solito Sanremo, che quest’anno pare essere destinato a un successo senza precedenti, con Baglioni alla regia, tre quinti dei Pooh formato XXL e una folta truppa di scappati dalle case dei talent, mentre tra i giovani candidati alle nuove proposte ho sentito le canzoni più brutte degli ultimi 10 anni. Ci sono altri appuntamenti, per fortuna, che tornano regolamente come i Proms della BBC a Londra. Qui per vedere i 20 momenti da ricordare dell’edizione del 2017. Poiché qui parlo ogni tanto di cinema, ecco i 13 film sottovalutati nel 2017 secondo Variety. Oppure i 10 da rivedere secondo Artlife. E i 10 migliori. Mentre per quanto riguarda la fotografia, qui le 17 più popolari dell’account di Instagram di Worldphoto. Per il resto, All Music già inizia a elencare le uscite italiane previste nel 2018. Naturalmente, ci sarà tanta musica già sentita, rivista e corretta. Bennato, per esempio, pubblicherà un Burattino Senza Fili Legacy Edition, mentre Giorgia e Carmen Consoli usciranno con due live. Sul piano internazionale, o americano, NME fa un po’ di ipotesi per il 2018 come il nuovo album di Jack White, di Craig David, mentre wikipedia ha una pagina dedicata. Mentre pare che la prossima stagione della Scala sarà inaugurata con Verdi. Una sicurezza nella vita c’è: Mariah Carey che tutti i natali torna in classifica con la sua All I Want For Christmas Is You (‘sta settimana è al decimo posto).

Difficile prevedere cosa accadrà nel futuro della musica. Il blog Ornitorinco Nano c’ha provato con “28 Tesi Sulla Musica Del Futuro (Tutte Da Dimostrare)” , articolo per verità nel 2016. L’articolo (giustamente) fa l’apologia delle playlist. Noi, inteso come autori, prepariamoci a produrre sempre più singoli. Questo articolo (del 2015) invece fa 5 ipotesi per il business musicale, provenienti da chi ci lavora nel music biz. Per esempio, Don Gorder della Berklee College of Music dice che “the vast majority of musicians will have to achieve success on their own” che tradotto significa che la maggioranza dei musicisti raggiungerà il successo con le proprie forze. A lui questo fa piacere perché la Berklee organizza ottimi corsi, anche online, per musicisti solitari. Altre previsioni interessanti in questo articolo: 10 Ways Music Will Change in 2017. Qui si dice che la musica sarà sempre più esperienziale (traduzione un po’ rough…). Per chiarire: pare che nel 2016 la Heineken  aveva pubblicato un piano per una campagna chiamata “Takeover”, che avrebbe permesso a chi indossava delle wrist-bands, cioè i braccialetti, con il maschio Heineken di controllare la musica dei DJ ai festival. Interessante, vero? Infine, un articolo dedicato a chi farà il creativo. Anche il musicista. Secondo questo articolo di Todd Brison intitolato “Creative People Won’t Survive the Future Without Doing These 3 Things” (cioè “le persone creative non sopravviveranno in futuro se non faranno queste 3 cose”) le 3 regole sono: “Build your ideal environment to create” (costruisciti il tuo ambiente ideale per creare), “Find and solve problems” (trova e risolvi problemi) e “Sell your art” (vendi la tua arte).

A proposito di Prince

Eccolo il capitolo dedicato a Prince. Per me è un po’ come ripartire dalle basi. Un ottimo regalo è stato il libro fotografico di Afshin Shahidi intitolato “a private view”. non è il primo libro che è uscito dopo il 21 aprile, ma questo mi sembra quello fatto con più cura. Se lo volete acquistare, il link lo trovate qui a fianco. e se lo acquistate attraverso questo link date una mano anche al mio sito. Prince mi ha portato anche una grande amicizia, il pittore e musicista Mark Balma. L’abbiamo conosciuto un anno fa Minneapolis. Siamo tornati quest’anno e lui ha prodotto un nostro brano. Per uno come me che nella vita ha fatto collezione di no è stato un risultato insperato. Esaltante.

Sono un uomo che ha visto internet negli anni novanta. non era un luogo di culto, non era un luogo di riassunti, non era un luogo di discussioni. Ci serviva per scappare di casa, a noi nerd. Il tuo corpo era fermo,  ma vivevi in una realtà parallela. Internet dava una sensazione irreale. Ora internet è un protesi della realtà. anzi la realtà è una protesi di internet. Le cose rimbalzano e anche se non te ne frega nulla, ma devi dire la tua così fai parte del flusso. Poi arrivo quallo che internet l’ha ucciso nella culla per difendere il digitale terrestre. Che coraggio. come ogni settembre avrei voluto partire con un nuovo taglio per questo luogo, ma la scelta migliore è uscire dal passato. Uscire da facebook e dai suoi “mi piace”. Uscire da twitter e dai suoi follow me follow you. E’ il caso di pubblicare le proprie foto sui social network? girando un po’ di siti, di pagine, di facebook, sembra che oramai non ci esista più alcun remora nel pubblicare le proprie foto o quelle dei propri figli su internet. Arrivo da un internet degli anni 90. non credevo fosse necessario rappresentare se stessi sulla rete, ma piuttosto una rappresentazione della personalità, anche alternativa alla realtà. Mostrarmi in pubblico mi rende nudo? Mi rende leggibile? E mi sento troppo scoperto?

C’è questa canzone che arriva dal 1998. si chiama “l’ultima canzone”. l’ho scritta alla fine di una storia. una storia che era iniziata nella mia testa e nella mia testa è finita.

Bruno Bacelli: Scrivere dei Contrasti di Milano

Da poco è uscito il nuovo libro di Bruno Bacelli e si chiama “Autostrada Gialla”, scritto questa volta con Cristina Donati. Mi piace leggere il libri di Bruno, chè sono sempre ben scritti e originali nelle trame e nei personaggi. Su Amazon sono presenti altri due libri di Bruno: Nove guerrieri e Khaibit – Il Giorno del Giudizio, l’opera più importante. Bruno è anche l’autore del blog Mondi Immaginari un’istituzione per quanto riguarda le recensioni di libri e film fantasy, di fantascienza. Conosco da un po’ Bruno e l’uscita del suo nuovo libro scritto questa volta in coppia con un’autrice è stata l’occasione per fargli qualche domanda.

Prima di tutto il tuo blog: se non sbaglio ha compiuto 10 anni, come hai festeggiato? Dopo 10 anni che considerazioni puoi fare?

Non ho festeggiato, in verità, la scadenza è trascorsa addirittura senza che me ne accorgessi, in un post ho però sottolineato che si tratta pur sempre di un traguardo. Ma molta acqua è passata sotto i ponti e non so nemmeno se un blog sia la maniera migliore di raggiungere il pubblico, oggi.

Appunto. Rispetto a 10 anni fa quali differenze ci sono? A me sembra, per esempio, che i blog non siano più il centro del mondo come era allora. Ora dobbiamo per forza passare dai social per attirare la cosiddetta conversazione.

Il problema è che l’interazione dei social network è così limitata e di bassa qualità che non la potrei proprio definire un valido sostituto. Ma, purtroppo, a questo io non ho una soluzione, e mi tengo il mio blog.

Finito il 2017. Uno libro e un film che hai apprezzato nell’anno.

Il film è senz’altro BR2049, ovvero il nuovo Blade Runner. Una volta concessa la verità più ovvia, ovvero il fatto che la sfida di dare un seguito a un capolavoro del genere è fin troppo disperata, l’ho trovato visivamente affascinante e ricco di spunti di riflessione. Il libro del 2017 in effetti è una serie, che mi ripromettevo di leggere da tempo. Parlo dell’Invasione di Turtledove, un affresco di fantascienza un po’ vecchio stile ma gradevolissimo, almeno fin dove l’ispirazione dell’autore ha retto.

Anche me è piaciuto Blade Runner 2049. Invece mi dici il personaggio di un film o di un libro che hai sempre amato? A prescindere dal 2017.

Difficile dirlo. Inevitabilmente sono attratto dai personaggi malvagi o discutibili, anche se vorrei la vittoria del “bene,” a saperlo trovare. Uno che non era certo buono, ma aveva le sue ragioni, è l’antagonista dell’originale Blade Runner, Roy Batty, nella splendida interpretazione di Rutger Hauer. Un attore che forse non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato.

E un libro o un film che ha avuto successo ma che tu ritieni immeritato, che non ti è piaciuto?

Be’, ogni anno esce un film della saga di Star Wars… A dire il vero la puntata di quest’anno non è una delle peggiori ma questa franchise mi sembra sopravvalutata. Io però devo ammettere che continuo a vederli, qualche volta in sala, qualche volta no.

È appena uscito il tuo libro “Autostrada Gialla”, che hai scritto con Cristina Donati. L’ho letto e mi è piaciuta l’ambientazione milanese. Come nel tuo precedente Khaibit. Qual è il lato misterioso (se c’è) che ti attira di Milano?

Milano è un posto così prosaico, ma anche una delle poche città moderne del nostro paese. Più che il mistero mi attira il contrasto che può creare. Milano contesa tra un eroe disperato e un male antichissimo, Milano che scompare travolta dalla pestilenza, è così difficile crederci, e quindi è una sfida ancora maggiore.

Come ti immagini la Milano del 2100? Prevarrà ancora la modernità?

Spero di sì anche se il nostro paese rimane sempre più indietro. Ma la modernità che sta arrivando sarà fatta di grandissime disuguaglianze.

Disuguaglianze in una società fatta di caste? O quartieri separati? Come sarà? 

Io ho immaginato una società divisa fisicamente. Chissà se ce la farò anche a scriverne.

Pregi dello scrivere un libro in coppia?

Ho fatto una fatica enorme e ci sono state tutte le difficoltà e le incomprensioni che ci potevano essere, e una serie di disavventure personali che non sto a descrivere, ma non escludo di farlo di nuovo. Un altro punto di vista può essere un grosso aiuto.

Cosa farai di diverso nel 2018?

Spero di scrivere di più.

Libri o post del blog?

Certamente libri. Sarebbe bello però rendere più vivace anche il blog.

E Khaibit 2?

Chi lo sa. Di trame ne avevo studiate un paio, stavo quasi per mettermici, ma non ho trovato l’ispirazione. Khaibit è la mia più grande storia, forse, che abbia visto la luce. Ma la posta in gioco della sfida descritta in quel libro è così alta che proporre un seguito convincente è molto, molto difficile.

Quando inizi a scrivere arriva prima la storia o i personaggi?

Può essere l’una o l’altra cosa, ma una forte visione dei personaggi, con il loro aspetto, il figurarsi i loro dialoghi, si collega fin dall’inizio al mio processo creativo.

Esiste un genere letterario che non hai mai affrontato con un tuo libro ma che ti attira? 

Una narrativa strettamente militare, come potrebbe essere Fanteria dello Spazio di Heinlein.

Cosa si potrebbe fare in Italia per avere più lettori?

Penso che lo scarso amore per la lettura da parte degli Italiani, potremmo talvolta parlare di odio vero e proprio, derivi da problemi economici e storture sociali così profondi da escludere qualsiasi speranza di risolverlo con soluzioni estemporanee.

Non mi hai parlato di libri di autori italiani, come mai? Come sta la narrativa italiana

Non sono un grande osservatore anche se, ovviamente, di italiani leggo qualcosa. Talenti ce ne sono. Mancano i lettori, purtroppo.

Vinile: Diana di Diana Ross


il vinile di Diana Ross del 1980, prodotto da Nile Rodgers e Bernard Edwards degli Chic e l’occasione giusta per ricordare quelle accoppiate tra produttori e cantanti di alto livello, tipo Michael Jackson e Quincy Jones o Janet Jackson con Jimmy Jam e Terry Lewis. Diana è album disco. Una produzione scarna, nel senso di semplice, basata sulle voci, una solida batteria e le chitarre. Non ci sono apprezzabili interventi di synth o di fiati. Almeno 3 i brani che spiccano da questo album: I’m Coming Out, My Old Piano e Upside Down.

Morgan non c’è più?

già mi è capitato di parlare di Morgan. il musicista brianzolo, mi perdonerà per la definizione, è senza dubbio uno dei personaggi più dotati di questo secolo. è il genio in tutte le sue sfaccettature. ora se n’è inventata un’altra. Marco Castoldi ha pubblicato su facebook il seguente annuncio:

l’idea di morire artisticamente non è proprio originale, ma può avere il suo effetto: come già detto qui altre volte, la morte è il più forte strumento di marketing che l’uomo conosca; appena muore un musicista (o un attore, o un regista o quelchevoletevoi) noi tutti come un branco di pirla andiamo alla ricerca di questo e quello per acquistarne un pezzo della memoria.

Morgan tenta questa strada mettendo all’asta alcuni oggetti di sua proprietà. il tutto lo trovate su ebay a questo link. in questo momento ci sono un 45 giri dei Black Sabbath, una maglia di ferro, un sintetizzatore e un manoscritto del testo “altre forme di vita” scritto su carta Castoldi Salotti. forse quest’ultimo rappresenta l’oggetto più interessante. e le cifre non sono neppure altissime.

da parte mia, invito Marco a farmi un fischio che magari gli produco un album nuovo e viene fuori qualcosa di buono.

Jenni Gandolfi: Scrivere Canzoni Per Lasciare Un Segno

Di gente che fa musica ce n’è tanta in giro, ma sono pochi quelli che scrivono qualcosa di nuovo. Girando per internet mi è arrivata questa notizia dalla Gazzetta di Mantova “Jenni è “Come l’acqua” Un album 10 anni dopo”. Si parla di Jenni Gandolfi. Lei una cantautrice ed è mantovana, due buoni motivi per ascoltare cos’ha da dire. Così ho visto il suo sito jennigandolfi.com e ho scritto a Jenni che è stata cortese dal dedicarmi qualche momento per rispondere alle mie domande.

Mi sono ascoltato bene il tuo disco e mi è piaciuto tantissimo. Soprattutto perché è tutto bello suonato, dall’inizio alla fine. Racconti delle storie quotidiane. Hai anche una certa schiettezza nei testi che mi piace molto.

Scrivo tutto io: testo e musica. Ho iniziato studiando il sax contralto, poi da autodidatta il pianoforte, che era il mio sogno. Ora compongo principalmente al piano, alcune volte alla chitarra.

Com’è il tuo processo creativo?

Quando mi arriva un’idea in testa la devo scrivere, la devo registrare immediatamente. Generalmente di notte oppure la mattina presto. Mi martella finchè non l’ho messa su carta.

Cosa fai in quel caso? Ti metti al pianoforte? Registri qualcosa?

Corro al piano, la registro su cellulare o iPad e butto giù un testo sulla carta. La maggior parte delle volte rimango sul brano fino a quando non l’ho finito. Non ci crederai mai, ma un giorno ho scritto 3 canzoni, una dietro l’altra.

È qualcosa che è finito nell’ultimo disco o in quello prima?

Non ancora. Perché i brani che ho raccolto nell’ultimo disco sono nati da tre o quattro anni a questa parte.

Come continua il tuo processo creativo?

Come gli ultimi brani nati, di cui ti parlavo prima, anche quelli dell’album “Come l’acqua” sono arrivati grazie all’ispirazione del momento. Poi si lavora sull’arrangiamento, che è un discorso importante poiché non mi piace come sono arrangiati i brani nella discografia contemporanea italiana. È un mercato impossibile.

Cosa intendi con mercato impossibile?

I miei brani possono essere arrangiati in qualsiasi maniera, pop, rock, ecc, ma a me non piace come la discografia italiana tende ad utilizzare arrangiamenti che inseguono una sorta di stile moderno, come sappiamo bene le mode cavalcano una stagione. Un brano pop il giorno dopo è già dimenticato, perché ne arriva un altro che lo sostituisce. Preferisco utilizzare degli strumenti standard, che non tramonteranno mai: chitarra, banjo, violino e contrabbasso, che non hanno neppure bisogno, volendo, di amplificazione. Strumenti che hanno fatto la storia della musica. Il mio obiettivo è che questo lavoro venga apprezzato nella sua semplicità e rimanga nel tempo. La stessa cosa vale per i testi delle mie canzoni, vorrei che la gente ascoltasse, inoltre, ciò che ho da dire e che riflettesse sui temi che tratto.

Fantastico. Ascoltando la tua musica si sente proprio questa voglia di lasciare un segno: i brani, i testi, le melodie, le armonie, non ultimi gli strumenti che utilizzate per registrare i brani trasmettono questo senso di voler rimanere. Nell’arrangiamento spesso la tua linea melodica è accompagnata dal violino. È una cosa inusuale nella musica pop ed è una cosa interessante.

Il violino riprende gli arrangiamenti country e bluegrass ai quali ci siamo ispirati per questo lavoro. Nella musica non c’è un modo giusto di fare le cose; l’artista dona la propria anima, fa quello che si sente. Può capitare che invece non vada così, soprattutto per chi è solo autore e scrive le canzoni a tavolino per inseguire il mercato. Per utilizzare un esempio, spaziando anche nell’altra mia grande passione, la pittura, mi sono stati commisionati a volte dei quadri, dove mi richiedevano di mettere il sole in alto a destra, lo sfondo di un certo colore. A quel punto io prendo la tela e la do a chi mi ha commissionato il dipinto e gli dico: fattelo tu. Mi si può suggerire un tema , ma i dettagli sono i miei anche nella mia musica e mi devo sentire libera di lavorare come preferisco. Ciò che non riguarda il sentimento reale, per me non esiste, si tratta di bugie che si vogliono raccontare per fare audience con i brani costruiti a tavolino. Non è per artisti veri ma per gli operai di una catena di montaggio.

C’è qualcuno che salvi tra i cantautori?

Salvo tutti i cantautori. Non salvo gli autori che seguono il mercato che decidono le multinazionali, con tutto il rispetto per coloro che scrivono bene, o che fanno belle melodie.

A Sanremo una è la copia dell’altra. Una cosa che volevo chiederti riguarda i tuoi testi e l’essere vicina alla realtà. Prendendo come esempio il tuo ultimo lavoro, ho notato che ci sono alcuni brani che sono davvero delle storie. Quando mi hai detto di essere una pittrice ho ritrovato la stessa filosofia. Alcuni brani sono dei ritratti. Per esempio La Lotteria è un bel ritratto di amiche e colleghe che lavorano assieme e, come tutti noi, sognano di vincere la fortuna per scappare dalla quotidianità. Anche Le Malelingue. Raccontami di queste storie che racconti. 

Sono storie vere, storie che ho vissuto io o che mi sono state racconte di chi ha sofferto. Ho un debole per i deboli, come diceva anche De Andrè. Sono cresciuta in questo modo. Capisco i loro sentimenti e anche quando fanno degli errori, cerco sempre di raccontare lo spiraglio di luce.

Le Malelingue, sia come testo che come melodia è ispirata da De Andrè. È un omaggio?

Amo alla follia De Andrè. È chiaro che fa parte del mio percorso artistico. Come insegnante di canto ho messo in piedi un paio di spettacoli con la sua musica. Le Malelingue non è stato un omaggio, perché non ho voluto scrivere un brano simile ai suoi, è venuto così. Sono stata ispirata, per il testo, dalle persone che, in ogni piccolo paese, non si fanno i fatti propri.

È una storia che ti riguarda questa?

In parte il brano è ispirato alla mia storia, in parte dalle vite delle persone prese di mira nei piccoli paesi come quello dove sono cresciuta io. Per quanto riguarda le melodie, per raccontare un evento non c’è bisogno di un ritornello che esploda. È sufficiente un racconto che parli della storia che hai in mente. Anzi se hai un ritornello che spacca è peggio, perché la melodia, più delle parole, può rimane maggiormente nella testa di chi ti ascolta,  a me , invece, interessa che le persone capiscano il significato delle mie parole.

Lo scrivere canzoni ha un aspetto terapeutico?

Assolutamente Sì. Ti racconto una storia di tanti anni fa, della ragazzina di 15 anni e il primo amore: si era innamorata di un ragazzo che i genitori non volevano. Nulla di importante, ma ogni tanto mi fermo a pensare: se quella ragazzina fosse rimasta con lui come sarebbe andata la mia vita? E ogni tanto questa cosa tornava, rimanendo nel cuore come una porta che non si è mai chiusa, finchè, finalmente, un giorno ho scritto una canzone accompagnata da un fiume di lacrime che hanno chiuso finalmente il libro. Lo stesso mi è successo con una cara amica. La canzone è uscita anche su di lei, ti fai un bel pianto e poi la metti via. Anche solo lo scrivere è sufficiente, ma, avendo la fortuna di essere anche musicista e quasi musicoterapista ho in mano un grande potere che mi fa affrontare e superare il dolore attraverso la canzone.

Sei circondata dalla musica: tra lo scrivere, fare concerti e poi la insegni anche. La musica è la tua vita dalla mattina alla sera.

Ho iniziato a comporre le mie prime canzoni circa 15 anni fa, ma è difficile farsi valere come cantautori; siamo troppo profondi o per qualcun altro “tristi” per il mercato attuale che non vuol far pensare troppo. Forse hanno più fortuna gli interpreti.

Quando ho ascoltato il tuo disco, io parlo sempre di disco perché comunque ho ancora in mente il vinile, potrei dividere in due gli otto brani. Come se la prima parte fosse un po’ più ottimista e la seconda parte più ricercata nei testi. Nella prima parte i testi sono più chiari, la seconda parte con La Vita Va e La Mia Stella sono più intime, quasi tristi. Come si fa a trattare bene e con cura la tristezza nei testi? Non si rischia di intristire le persone che ascoltano?

Il disco rispecchia chi sono. Diciamo che sono pervasa da una sorta di malinconico ottimismo, perchè nella mia malinconia cerco sempre uno spiraglio di speranza. I temi che ho trattato in questi due brani riguardano due persone care che sono venute a mancare. Certo che si tratta di temi tristi, la vita non è fatta solo di cose aleatorie, leggere, la vita nelle mie canzoni è quella vera, trattata nelle sue varie sfaccettature, la vita, l’amore, l’amicizia e la morte. Per esempio, La Vita Va è dedicata ad una amica che ha avuto un incidente mortale. Uscivamo insieme,  poi un giorno mi sono fidanzata ed è stato più difficile per noi incontrarci. Lei insisteva perché ci vedessimo, ma io le avevo chiesto di avere un po’ di pazienza. Lei aveva capito la mie esigenze e le sue ultime parole erano state: “Tanto c’è tempo” e così le ho lasciate nel testo. Bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché non c’è mai tempo per amare le persone. La Mia Stella racconta di una persona che è venuta a mancare dopo una lunga malattia e di cosa cambia nella vita di chi ha passato insieme a questa persona tutta la vita. E quando ti manca qualcuno che ha trascorso con te tanto tempo è come se mancasse un pezzo di te.

È bellissimo sentirti parlare e poi queste canzoni sono particolarmente indovinate; uno come me si avvicina alla tua musica, ascolta i brani, rimane colpito da quelli più leggeri, poi gli rimangono nel cuore quelli più intimi. Sei molto brava a raccogliere la melodia e farla simile al testo. Capisco che non c’è una differenza tra lo scrivere prima la melodia e poi metterci il testo. Oppure buttare giù una poesia e poi musicarla. Viene fuori tutto insieme, se ho capito bene. 

Si, testo e melodia arrivano insieme, non sono distaccate. Inoltre, parlando della melodia, nasce a seconda del mio sentimento in quel momento. Ne “La vita va”, puoi notare come la melodia non trovi uno sfogo vero e proprio nel ritornello, infatti il testo è legato ad un evento spiazzante, la morte improvvisa di un’amica tanto giovane, che ti lascia senza parole, “in questi casi non sai che cosa dire, perchè forse il silenzio è più grande di ogni cosa…”. “La Mia Stella”, come dicevo prima, narra della scomparsa di una persona dopo una lunga malattia, raccontata nei panni di chi le è stata accanto, persone nelle quali ho visto la sofferenza legata al calvario che si affronta in questi casi senza far pesare nulla alla povera malata. Quindi, dopo la liberazione dalla malattia, lo sfogo in un ritornello forte che vuole dar voce al grido stremato di queste persone.

Questo lavoro che fai sui testi è un lavoro di riscrittura o c’è molto istinto?

C’è molto istinto. Posso correggere una o due parole, ma come senti la canzone è come l’ho scritta.

In Canzone a un amico ho trovato delle parole spinte un po’ a forza nella melodia. Generalmente sei molto attenta a trovare le giuste sillabe da inserire dentro la musica. Invece in questo brano sei stata un po’ più cantautore: “io voglio dire quella cosa lì, me ne frego della melodia e ci metto quel testo.”

Canzone a un amico è tra quelle, forse, più cantautorali, è vero. Una storia difficile da raccontare. C’ho messo un po’ di tempo a scriverla. Non mi andava di storpiare troppo il testo per cambiare il senso. È stata tribolata e difficile da mettere in musica. Persino da arrangiare.

Questo è un lavoro di protagonisti che stanno cambiando. In una fase di evoluzione?

Per il lavoro precedente, l’album “Crescere”, ero una ragazzina, oggi sono una donna e scrivo in quanto tale, e posso anche permettermi di scrivere cose anche meno impegnative come “Oggi Che Cos’Ho”, che racconta di uno dei miei tanti giorni frenetici dove avrei davvero mandato a fanculo tutti.

Non ci sono pozioni magiche per scrivere canzoni, ma una buona regola è scrivere quello che si conosce? Quello che si vive?

Come dicevo prima, a mio parere, nello scrivere belle canzoni non devono esistere regole. Bisogna seguire la propria vena, più che conformarsi al mercato discografico. Se scrivi un bel brano e lo canti nessun interprete, per bravo che sia, non potrà mai rendergli giustizia perchè è nato dai tuoi sentimenti e chi meglio di te capisce il significato di ciò che hai scritto? A proposito di interpreti e di autori, vorrei far leva su un argomento che mi fa arrabbiare, cioè sul fatto che di un brano si conosce solo il cantante e si dice che quello è l’autore. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori. Sarei felice di essere apprezzata da quelle poche persone che vanno a studiare chi è l’autore.

Chi metti tra le tue influenze?

Johnny Cash, Fabrizio De Andrè, Pierangelo Bertoli e Bob Dylan, ma anche molti altri.

Come ti ho scritto su Facebook hai dei riferimenti americani molto forti nella tua musica. Trovo una certa schiettezza nelle tue parole. Gli americani, ne parlo da appassionato e non da critico, sono quelli che dicono: “noi facciamo così, poi vedete voi.” Nel bene e nel male loro agiscono così. Io riconosco questa filosofia nelle tue canzoni e ora che ti ho parlato per un’ora anche nel tuo modo di fare. Sento lo stesso modo di essere.

Amo le sonorità che arrivano dall’America, come ti dicevo soprattutto il country e il bluegrass perché sono suoni semplici. Un cantautore non ha bisogno di arrangiamenti complessi, gli è sufficiente anche una sola nota. Con una chitarra è sufficiente una sola corda per creare una canzone. Se fuori piove, un accordo in La be molle minore mi è sufficiente per fare una canzone. Con un violino puoi imitare un pianto. Sono strumenti onomatopeici. Non c’è bisogno di aggiungere molto.

Vinile: Sono Solo Canzonette di Edoardo Bennato


nel frattempo, sono indietro con le recensioni dei vinili di casa. sul piatto ho da qualche mese “sono solo canzonette” di Edoardo Bennato. Bennato ha rappresentato un vento puro di canzoni tra gli anni 70 e gli anni 80. “sono solo canzonette” rappresenta bene la mia concezione della musica e di autore di canzoni: non ci sono messaggi, ma solo il piacere di raccontare una storia. Bennato urla: “ma che politica!? che cultura!?” paradossalmente, Bennato ha proposto un messaggio politico e culturale preciso, con la sua critica della società italiana e l’uso di metafore collegate alle favole dei bambini come Peter Pan e Pinocchio. fu il primo a suonare a san siro nel lontano 1980 e suonare (primo italiano) al festival di Montreux (1976!).

l’album sono solo canzonette parte con “ma che sarà”, un brano acustico, chitarra, voce, kazoo e ritmica. con una voce moralista al megafono. il noto “rock di capitan uncino” sfrutta la voce di Edoardo e una chitarra elettrica. quando parte il groove difficile si deve ballare a ritmo. che bello ascoltare una band suonare dal vivo, oramai non succede più. capitan uncino fa l’elenco dei difetti di Peter Pan e (senza volere?) ci racconta la storia del protagonista. “nel covo dei pirati” melodica entra chitarra e violino. un sorta di ninna nanna, cantata con la pastosità classica di Bennato. chissà perché Bennato non ha mai lavorato con Disney (magari l’ha fatto e io non lo so). la genialità di Bennato si concretizza con “dopo il liceo che potevo far” il brano swing dedicato al personaggio Spugna, che ognuno di noi conosce (o che è dentro di noi). arrangiamento immaginifico dei fiati. che bello l’arpeggio de “l’isola che non c’è”. un altro di quei brani che ognuno di noi (cresciuti tra gli anni 70 e 80) ha nel cuore: “non può esistere nella realtà” solo per chi è maturo e saggio. qui la voce di Bennato è dolcemente calante: “non esiste una terra dove non ci son santieroi e se non ci sono ladri, se non c’è mai la guerra forse è proprio l’isola che non c’è.” io ancora adesso cerco quella terra. l’avete mai ascoltato il “rockcoccodrillo” con il suo intro piano elettrico e il tic tac? io l’avevo dimenticato, ma mi ha conquistato facilmente. che bello sentire Edoardo divertirsi a scrivere proprio quello che piace; aveva un gusto per i brani orecchiabili che adoro. così come adoro il successivo “tutti insieme lo denunciamo” dove in stile Mozart cantano un baritono (Orazio Mori) e un soprano (Edith Martelli) e suggeriscono di prendere le distanze dallo stesso Bennato. infine la magica “sono solo canzonette”, con il suo sonos sonos sonos…

Prince: intervista a Matt Thorne

Matt Thorne ha scritto quello che è (secondo me) il migliore libro sulla vita di Prince. Ho contattato Matt e ho chiacchierato di Prince con lui per più di un’ora. In quest’ora con lui ho potuto scoprire che ha una grande passione per Prince, dimostrata nel libro dove ha raccontato la vita del musicista. Oltretutto, Matt scrive e pubblica la biografia mentre Prince ancora vivo. In questa maniera ha potuto mantenere una sana distanza da tutto quello che è successo da quel maledetto 21 aprile 2016. Insomma, per questi motivi il libro di Matt rimane il migliore e più corretto su Prince. Ecco la prima parte dell’intervista. Vi evito le prime domande di rito (piacere di conoscerti, ecc), per poter subito entrare subito nel vivo. Buona lettura.

Ci domandavamo: hai mai incontrato Prince?

Ho una risposta piuttosto complicata a questa domanda; quando ho deciso di scrivere il libro, prima di tutto ho parlato con il biografo di un altro artista e lui mi disse che la prima cosa che dovevo fare prima di tutto era contattare l’artista direttamente per vedere la sua reazione, lui può rispondere o meno, ma vale sempre la pena provare. Perciò gli scrissi direttamente e ricevetti una risposta; non me lo aspettavo, ma mi arrivò un biglietto aereo per andare in America, a Los Angeles. Lui viveva lì all’epoca, poi è arrivata un’auto a prendermi all’albergo e mi ha portato alla casa dove lui viveva, e poi….questo è tutto nel libro, all’inizio del libro…sono entrato in questa sorta di soggiorno, non era un soggiorno, una zona dedicata alle esibizioni e lui è uscito. Ero abituato ad aspettare Prince anche se era molto tardi, ma è uscito quasi immediatamente, erano circa le 11.30 di sera, ma lui è uscito e si è esibito. Dopo lo spettacolo ho parlato al suo manager e gli ho chiesto se tutto questo significava che avevo il benestare per proseguire con il mio progetto, e il manager ha risposto di si, che però Prince preferiva che non parlassi con nessuno, che non intervistassi nessuno, allora per un po’ così ho fatto, ma il libro mi sembrava poco credibile in quel modo senza tutto il resto. Così gradualmente, dapprima sono state Wendy e Lisa e qualche altra altra persona e poi avevo amici che li conoscevano e i contatti sono iniziati in questo modo e ho iniziato a intervistare persone. Più o meno in quel momento è arrivato un altro invito da Prince per andare a New York dove si sarebbe esibito presto; ero un po’ preoccupato che fosse un po’ arrabbiato per le mie interviste e invece mentre si stava esibendo, nel mezzo di Purple Rain, ha camminato in mezzo al pubblico e mi ha detto “Cosa ne dici di quell’intervista adesso?” e ho detto “Certo che vorrei fare quell’intervista” e lui ha continuato a camminare. Sono rimasto li fino al mattino alle sei per vedere se sarebbe tornato indietro per l’intervista, ma non ne ho avuto la possibilità. Quindi a parte questo non ho avuto altre occasioni, non ho avuto molto contatto diretto con lui ma ho parlato con tutte le persone che ho potuto e che potevano darmi una loro visione degli anni trascorsi lavorando con lui. E poi c’è stata questa esibizione, dopo l’uscita del libro, in cui lui ha fatto molti dei pezzi che avevo scritto che mi piacevano, e poi c’è stata un’altra occasione in cui sono stato piuttosto sicuro che stesse leggendo quello che stavo scrivendo; avevo scritto un articolo sul Daily Telegraph sulla canzone Electric Intercourse, una canzone inedita, e il giorno dopo lui l’ha suonata dopo 35 anni per la prima volta, perciò deve averlo… deve.. cioè, non c’era ragione per cui lui la suonasse in quel momento era piuttosto insolito.. so che molti fans di Prince trovano spiegazioni nei suoi gesti che davvero potrebbero non esistere, ma almeno in questo caso, siccome il suo manager mi aveva detto che lui leggeva tutto quello che si scriveva su di lui, penso sia una prova che doveva avere quell’articolo, non so se lo ha letto, ma almeno gli ha dato un’occhiata.

Cosa hai pensato quando hai letto che lui stava scrivendo una autobiografia?

Ero molto entusiasta, cioè era molto interessante perché, non sapevo molto della persona che ha scelto come ghost-writer, penso sia stato scelto in virtù del fatto che aveva scritto un articolo su Prince per Paris Review e so da amici che hanno fatto da ghost writers per dei musicisti che accade in molti modi diversi. Qualche volta il musicista è molto coinvolto, ma altre volte loro si limitano a parlare in un microfono ed è necessario trascrivere le minute, ma ovviamente a Prince non piaceva che si registrasse la sua voce, perciò non credo che avrebbe fatto questo, non posso tuttavia immaginarlo seduto a discutere con l’autore. Non so, può ancora essere che questa cosa veda la luce, o almeno parte di essa, non mi sembra che sia stata detta la parola definitiva da parte dell’editore in proposito. In generale sono entusiasta, cioè, penso… in merito alle biografie dei musicisti, anche le migliori, per esempio, quelle di Bob Dylan o il libro di Keith Richards sulla sua vita, io sento che c’è sempre spazio per un’altra interpretazione, un altro punto di vista. Ossia, tu hai la visione dell’artista, ma sai, anche se è la loro storia, non necessariamente sanno tutto quello che c’è da sapere, perché dall’altra parte della storia ci sono i fans e le loro esperienze, i critici e chi fa recensioni e tutto il resto. Perciò sarei stato affascinato da questa lettura, ma non avrei pensato che si trattasse del documento finale e definitivo, che quello fosse tutto ciò che si poteva scrivere e pensare di Prince. Ero entusiasta e poi dispiaciuto che non sia uscito.

Io adoro il tuo libro e ciò che mi piace, è che l’hai scritto prima del 21 aprile 2016. Oggi è molto più facile; tutti dicono che lui era il più grande di tutti e che era un genio. Invece nel tuo libro non hai paura di criticare la sua musica; non tutta la musica di Prince è memorabile. E ti soffermi molto su come lui produceva i brani, una cosa che adoro leggere. Però, come ti dicevo, dal 21 aprile 2016 non sono più riuscito a leggere nulla dal tuo libro. Tu cosa pensi di quello che è successo a Prince negli ultimi giorni della sua vita?

E’ stato piuttosto scioccante per me, cioè, ho appreso della notizia quando una radio irlandese mi ha telefonato per chiedermi dove…cioè, in effetti mi hanno detto che lui era morto e volevano chiedermi quando potevo andare alla radio per parlarne. e non ho avuto tempo per elaborare il tutto. E’ stato incredibilmente scioccante e non volevo crederci quando me lo hanno detto. Cioè, avevo sentito un po’ di disagio quando l’aereo è atterrato, non pensavo fosse niente di terminale o davvero necessariamente serio. Avevo semplicemente un po’ di disagio, cioè c’era la sensazione che fosse un po’ strano, non combaciava con il suo personaggio abituale, non sembrava essere lui, ma è stato un grosso shock. No. Non ho avuto tempo di elaborarlo perché il libro era appena uscito in America, la versione americana del libro, e perciò mi fu immediatamente chiesto di partecipare a tantissimi programmi in TV e radio e ho passato praticamente 24 ore in vari studi a parlare di lui e non ho avuto tempo di elaborare le mie emozioni. E mi rendevo conto che quelle persone che mi parlavano, (come è tipico dell’America) che loro non necessariamente sapevano granché di Prince; ovviamente i fans sapevano tutto quello che lui faceva, ma per le persone al di fuori di quel mondo, loro non avevano necessariamente seguito la sua carriera così da vicino, perciò mi sentivo come se avessi dovuto spiegare alla gente quanto importante fosse Prince, quanto fosse geniale. E questa è stata un’esperienza piuttosto strana. E poi immediatamente dopo, come ti ho già accennato, non sono più riuscito ad ascoltare la sua musica per un po’, sembrava troppo triste, troppo tragico e penso siano passati più o meno due o tre mesi, ed è stato strano, perché, cioè, quando è morto David Bowie, qualche mese prima, trovavo ascoltare la sua musica piuttosto confortante, ma con Prince è stato totalmente diverso e semplicemente non sono riuscito ad ascoltarlo per qualche mese poi lentamente ho ricominciato ad ascoltarlo, ma ho dovuto essere attento perché ci sono periodi della sua musica che non hanno troppo legame emotivo per me, ma altri li sento molto e quindi ascoltavo quelli per cui sapevo che non mi sarei sconvolto troppo ascoltandoli poi lentamente ho ascoltato sempre di più la sua musica, ma sembra ancora un po’ strano, allo stesso tempo, lo sento ancora irreale, anche se si rinforza ogni giorno di più, ma penso sia molto strano.

Irreale purtroppo è la parola giusta. Come ti dicevo nel mio sito parlo dell’essere un autore, di scrivere canzoni. Prince era un maestro nell’arte del songwriting. Credo che dovremmo studiare il suo approccio da autore e di come sia cambiato nel tempo. Per esempio il periodo di Wendy e Lisa, poi ha scritto molte cose da solo. So che è una domanda complicata, ma quale è secondo te il suo periodo migliore come autore di canzoni?

E’ interessante, cioè, come dici ha attraversato molte fasi e quando si guarda la sua carriera, le canzoni… il suo modo di scrivere cambia drasticamente. E anche la struttura delle canzoni. Le mie canzoni preferite sono quelle più spinte dallo spirito narrativo, come I could never take the place of your man, per esempio, dove ogni verso è molto chiaro, ma allo stesso modo mi piace come si evolve in seguito; mi piacciono le canzoni che diventano più criptiche e più difficili da seguire e parla sempre con un linguaggio in codice. Mi piace tutto quanto. Penso che questo sia in parte il motivo per cui non viene apprezzato appieno come scrittore solista, penso che siano molto apprezzate le canzoni del primo periodo della sua carriera che le persone capiscono. Almeno fino ad ora; questo sta cambiando, le persone non hanno scavato fino in fondo nei suoi lavori più recenti e non si rendono conto quanto buoni fossero alcuni dei suoi lavori come cantautore. Una delle domande che mi sarebbe davvero piaciuto fargli se avessi avuto la possibilità di intervistarlo era a proposito della sua tecnica di scrittura e come scriveva. Perché ancora non lo so, cioè, sappiamo che già agli esordi scriveva canzoni, ci sono esempi di testi scritti con la sua grafia. Sappiamo che faceva questo, portava con sé un blocco per gli appunti e scriveva canzoni mentre si spostava. Un’altra cosa che sappiamo e che più tardi, diciamo negli anni ’90, improvvisava probabilmente un po’ di più nello studio e che le persone andavano da lui con un giro di percussioni o con una base e lui componeva su quella musica. Non conosco esattamente i processi dei diversi periodi o delle diverse epoche, non so quanto spesso andasse nello studio con i testi più o meno pianificati. Il bello di Prince era che provava sempre a fare tutto quanto, la risposta è che lui faceva tutto. A volte, semplicemente improvvisava per ore senza sosta e se ne usciva con un verso o (componeva parte di un verso) o un po’ di musica altre volte aveva qualcosa di davvero appassionante e doveva scriverlo subito. Siccome non sono un cantautore è sempre stato molto interessante per me incontrare e parlare con cantautori, perché non capisco sempre del tutto quel processo; io sono uno scrittore oltre che di biografie anche di narrativa, ma quello è un processo molto diverso… scrivere canzoni è più vicino a scrivere poesie e questa non è una disciplina con cui ho confidenza, perciò mi affascina, ma penso che lui…penso che dovrei tornare sull’argomento.. penso che lui fosse sottovalutato come autore. Cioè, tutti sanno che era un grande chitarrista, tutti sanno che era grandioso sul palco, tutti sanno che ha scritto alcune canzoni sorprendenti, ma non penso che aldilà del mondo dei fan, lo si stimi come si dovrebbe. No, non lo si vede come un Bon Dylan, cioè Prince ha avuto i suoi problemi con Bob Dylan perciò forse sarebbe più contento di paragonarsi a un Miles Davis. Io penso che Prince sia uno, no, sia il miglior cantautore che sia mai stato.

A proposito delle sue collaborazioni, come Miles Davis o ancora Wendy Lisa. Abbiamo visto diversi lati della sua anima, ma lui era sempre se stesso. Lo sapevamo, perché lo conoscevamo. Produceva della grande musica, ma era differente ogni volta. Come è stato possibile che noi come fan della sua musica fossimo sempre lì ad aspettarlo?

Questa è una buona domanda poiché in parte perché stava sempre facendo qualcosa… cioè, noi c’eravamo sempre per lui… ma lui in un certo qual modo lui era sempre lì per noi… C’erano periodi in cui lui non c’era così tanto, ma in generale… certamente nel periodo in cui stavo scrivendo il libro, per sette anni, quasi ogni giorno si andava su internet e c’era qualcosa, che poteva essere il fatto che stava segretamente facendo uscire una canzone o uscivano un po’ di prove o stava scrivendo sui siti dei fans, perciò c’era sempre qualcosa come un concerto in corso. Era un musicista entusiasmante da seguire. Molti musicisti scompaiono, poi esce un album, poi passa un anno e hanno un ciclo, c’è il periodo dal vivo, poi il ritorno allo studio e non li senti per un anno o giù di lì, ma Prince stava sempre facendo qualcosa tutto il tempo: se non era l’uscita di un lavoro da studio allora era un’esibizione dal vivo o era sulla stampa o c’era un video o c’era una storia, una strana storia al tg. Cioè c’era sempre qualcosa per te e il corpo del suo materiale era così vasto che c’era sempre qualcosa di nuovo da esplorare per tutti i suoi fans Ho sempre avuto l’abitudine di ritornare ai suoi vecchi album, andando indietro per così dire di due. Usciva un album e provavo un’emozione, poi usciva il successivo e poi il successivo ancora e io tornavo a due album prima. Era sempre notevolmente diverso. Era sempre occupato. Parlavi del capitolo che ho scritto su Graffiti Bridge; è stato il primo album del periodo per cui io fui un po’ deluso, ma ritornandoci più tardi ho scoperto un mare di cose nuove e questo succedeva con tutti quanti i suoi album. Non ce n’è nemmeno uno, forse uno o due, che si possa completamente scartare nella sua totalità, è come… ma mi spiace sto un po’ divagando. C’era questo processo, ogni volta che un nuovo album usciva pensavo: ok, questo è quello che sarà Prince da ora in poi e questo era preoccupante. Sarà lo stesso per sempre? E poi usciva l’album seguente ed è di nuovo tutto diverso e poi non ero più così preoccupato per quello prima e fai: ok, non hai perso tutto questo. La psicologia era questa per me, pensavo oh no, sta diventando molto più conservatore, questa è la direzione verso cui sta andando e poi usciva l’album seguente ed era di nuovo totalmente diverso e perciò non c’era quella sensazione che ti potessi fidare, se ne sarebbe uscito sempre con qualcosa di nuovo, interessante nel futuro, non avrebbe semplicemente ripetuto la stessa cosa all’infinito per diventare noioso e conservatore e mantenere la stessa faccia troppo a lungo.

Parlando di Wendy e Lisa, e anche Susannah, che insieme a Prince formavano un team fantastico. Cosa pensi del tour dei Revolution e delle critiche che sono state mosse nei loro confronti?

E’ una domanda difficile per me, perché, cioè, non sta a me dire cosa dovrebbero o non dovrebbero fare se capisci cosa intendo. Sappiamo come si sentiva al riguardo di cose come queste quando era vivo, ma allo stesso tempo, loro sono musicisti, hanno giocato un ruolo in tutto questo e stanno suonando la loro musica di cui loro sono parte, perciò non è come se fossero un gruppo tributo, cosa che avrebbe un carattere differente.

Va bene, hai ragione; loro sono stati parte del fenomeno Purple Rain e hanno diritto di raccontarlo in concerto. Parliamo del tuo libro, che non è ancora uscito in italiano, stai pensando di aggiungere altri capitoli?

Sì, per prima cosa il libro è uscito in Germania in aprile e ho scritto un nuovo capitolo per l’edizione tedesca che aggiorna la storia e copre l’anno e percorre la fase due e il Piano and Microphone tour. Ho parlato al mio editore della possibilità di fare una versione aggiornata del libro, abbiamo pensato di chiamarlo una sorta di remix del libro. Ma non lo voglio fare ancora perché ho ancora sentimenti contrastanti e lo trovo piuttosto difficile… come hai detto prima è molto più facile parlare alla gente adesso che se ne parla di più. Ci sono molti libri in uscita e mi sento come se fosse un po’ troppo presto per tutto questo. Non ci sono problemi per tutti quelli che ne vogliono parlare, questo mi sta bene, ma non mi interessano i libri in cui qualcuno muore e tutti iniziano a scrivere di loro prima che morissero. Penso che girino più notizie dalla sua morte; ci saranno cose interessanti da mettere nel mio libro, penso ci siano due punti in cui potrei aggiungere. perciò penso che questo è probabilmente quello che farò, ma penso anche che voglio vedere cosa viene fuori dal Vault nel corso dei prossimi due anni perché potrebbe esserci qualcosa che cambia la storia in alcuni punti. Perciò eccoci, sto lavorando ad alcuni altri progetti, niente di immediato, ma ho scritto qualcosa in più per gli editori tedeschi, questa è una cosa davvero difficile perché da un lato vorrei metterci un punto e dire ho finito di scrivere di questo, ma penso che sia impossibile perché la storia ha così tanto da offrire e la storia continua perciò devo elaborarlo, così ha funzionato, sono pensieri in corso.

Cosa ti aspetti che sbucherà dal Vault, il misterioso luogo dove Prince avrebbe immagazzinato anni di musica e di video? A quanto dicono, conterrebbe tanta roba sconosciuta ai più. Forse sbucherà un Prince che non abbiamo mai visto o sentito?

Sì. Nel Vault c’è tutto quello che noi sappiamo come fans, ma oltre a quello c’è ovviamente tutto quello che non sappiamo. Al momento ancora non sappiamo come verrà gestito il materiale; potrebbe essere resa pubblica una lista di tutto quello che c’è nel Vault, non penso che questo accadrà, ma è un’eventualità. Ciò che è più probabile è che scopriremo dei pezzetti qua e là man mano che passa il tempo. Ovviamente la prima cosa è la nuova uscita di Purple Rain e un po’ di materiale extra ad esso relativo. Chi ha i diritti di tutto quello che resta nel Vault che potrebbe voler fare qualcosa con quel materiale forse l’anno prossimo. Penso ci sia spazio per molte cose che ancora non sappiamo su cui lavorare. È interessante come ci siano aree che sono davvero molto ben documentate come quando stava registrando al Sunset Sound di Los Angeles; conosco alcune persone che lavoravano con lui e che tenevano diari molto dettagliati. Eric Leeds teneva traccia di tutto. Prendeva nota di ogni singola cosa che lui faceva. Però ci sono notti quando stava registrando nello studio in cui non c’era nessun altro, non sappiamo niente di questo. Quando era vivo questa roba usciva e non sapevamo necessariamente da quale album fosse venuta o da che periodo. Non so se saranno rivelazioni roboanti che ci faranno cambiare la nostra visione di Prince per sempre, penso sia più probabile che riempiano dei vuoti di aree di cui non sappiamo molto; in generale abbiamo idea di cosa stesse facendo nella maggior parte dei periodi, gli strumenti che usava, i collaboratori che aveva, ma penso che ci siano anche molte sorprese che ci aspettano. La questione è: come gli eredi useranno tutto quel materiale? Sappiamo più o meno tutto, ci sono un paio di spettacoli che non sono stati registrati, ma in generale abbiamo un idea di quello che accadeva nella maggior parte degli spettacoli, ma per ciò che accadeva in studio penso che ci sia ancora molto da scoprire.

Io ho un’opinione su Prince non condivisa da molti. Secondo me, per la sua musica erano molto importanti le persone che gli stavano intorno. Prima di tutti i musicisti che gli davano ispirazione. Sei d’accordo con me?

Sì, sono d’accordo con te. È lo stesso per me ed è parte del motivo per cui ho scritto questo libro e il modo in cui l’ho fatto è stato per mostrare come le persone che gli stavano attorno erano parte del processo e il mio pensiero al riguardo. Penso che siamo d’accordo su questo. Ma il mio sentimento in proposito è che le persone che lo circondavano hanno decisamente migliorato la sua musica; parte della sua genialità era la sua abilità nel permettere alle persone di esibirsi al meglio delle loro capacità. Come sai, spesso c’è quest’idea che lui fosse un uomo molto autoritario/dispotico, che fosse molto severo per tutto ciò che accadeva intorno a lui, e certamente lo era in alcuni periodi, ma in altri momenti era totalmente aperto. Come quando i Revolution gli portavano delle registrazioni, Gli portavano idee, gli aprivano la mente verso la musica classica, l’arte allargandogli davvero gli orizzonti. Poi c’erano altri periodi, come attorno al periodo di Sign o’ the times in cui lui si teneva stretto tutto quello che aveva: “questo è mio e non voglio altre ispirazioni che entrino nel mio mondo.” E mentre la sua carriera procedeva ci sono state molte persone che hanno portato qualcosa di nuovo al suo suono e che sono state importanti; ho amato tutte le persone con cui lui ha lavorato, mi piaceva anche il fatto che la maggior parte delle volte lui cercasse delle persone di cui altrimenti non avremmo probabilmente mai sentito parlare, come Mike Phillips. Non necessariamente lavorava con persone che fossero già famose, semplicemente sceglieva persone che avessero un suono unico, perciò uno dei motivi per cui mi piace ascoltare le registrazioni è anche ascoltare quei musicisti, quel suono unico di quel periodo, diverso da quello di un tour solitario. In alcuni periodi dico: “quel gruppo è fantastico, voglio davvero sentire altre loro cose.” Oppure “mi piace il suono o mi piace il modo in cui lui si diverte.” Poi lui era anche un “capo gruppo” era capace di essere in certi momenti molto “limitativo”, mentre altre volte molto rilassato.

In un’intervista a Pharrell Williams gli avevano chiesto con chi avrebbe voluto collaborare e lui aveva risposto: “me l’hanno già domandato diverse volte e ogni volta dico Prince.” Sarebbe stata una collaborazione esplosiva. D’altra parte sono d’accordo con te che lui preferiva scoprire musicisti sconosciuti e lavorare con loro. Per esempio i nuovi arrangiamenti del concerto di Montreux del 2009, che abbiamo visto dal vivo, erano frutto del lavoro di quella fantastica band (John Blackwell, Renato Neto e Rhonda Smith). Fino adesso abbiamo parlato del musicista, delle collaborazioni, ora ti chiedo cosa possiamo imparare da Prince come uomo d’affari? L’utilizzo di Internet fino al passaggio a Tidal. Che eredità ci lascia?

È molto interessante questa sorta di dibattito tra i fans su quanto lui fosse bravo negli affari, perché molte delle decisioni che ha preso all’epoca sono sembrate strane ma si sono poi rivelate ottime, a fatto compiuto. Non penso che abbia sempre preso la decisione migliore, non sempre, ma penso che se si guarda alla sua carriera era sempre guidata da desideri puri. Uno era quello di creare musica, il più possibile, l’altro era di essere pagato adeguatamente per questo e questi due mi sembrano più che giusti. Gli si potrebbe obiettare che cercava sempre il prezzo più alto e questo qualche volta gli impediva di fare cose che avrebbero potuto essere interessanti, oppure occasionalmente questo poteva essere un ostacolo. C’è quest’intervista, penso fosse nel ’96 più o meno dove lui dice, stava vantandosi con il giornalista dei suoi soldi, e poi disse verso la fine_ “vedi, non sono i soldi, quanto la libertà che loro mi danno di fare ciò che voglio, perciò prendo i soldi che mi danno e poi mi metto sul palco con Larry Graham o Chaka Khan.” Così era in grado di aiutare la carriera di altre persone. Una delle cose che mi ha fatto proprio prima che morisse era proprio quanta beneficenza facesse. Abbiamo sempre saputo che aveva inclinazioni caritatevoli, ma faceva spettacoli in alcuni posti per aiutare alcune associazioni. L’ultima volta che l’ho visto dal vivo a Londra stava suonando a un concerto apposta per poter aiutare i bambini affetti da autismo e aveva programmato di farlo pagandosi il viaggio in modo da poterlo fare, questa cosa è straordinaria. Faceva queste cose continuamente nel corso di tutta la sua carriera; usava i suoi poteri per fare cose buone per lo più, non era una persona venale, le cose per cui voleva soldi era la musica. Viveva per la musica era una persona che voleva essere in studio tutto il tempo e qualunque cosa fosse d’intralcio usava i soldi per eliminarlo.

Il tuo libro è denso di sorprese. Non sapevo che avevano iniziato il tour di Gold in Inghilterra con una scenografia mastodontica, che è stata mollata in giro per il paese man mano che il tour procedeva. Probabilmente qualcuno ha in cantina un pezzo della scenografia di un tour di Prince. Tutto ciò descrive bene chi fosse Prince. E gli errori che faceva. Errori che, ne sono convinto, ha pagato in prima persona. Ogni volta che faceva uno sbaglio ne soffriva. Cosa avrebbe potuto fare per cambiare la sua vita? Penso soprattutto al periodo della battaglia contro la Warner. Cosa avrebbe dovuto fare per ottenere un trattamento diverso?

È interessante quello che dici; il periodo di Gold Experience è uno di quei periodi che, se facessi un’altra versione del libro, non mi interesserebbe andare ad analizzare ancora. Penso ci fosse molta roba buona in quel periodo che non era necessariamente evidente qui in Europa. Quello accadeva in America, poiché stava facendo tanti spettacoli là e i notiziari britannici riportavano tutto in maniera molto critica. Sembrava che avesse perso la testa ed è stato l’unico periodo in cui ho iniziato ad avere dei dubbi su di lui. Questo prima che scrivessi il libro. Dubbi solo come fan. Mi piaceva la musica, ma ero scoraggiato; inizialmente non l’ho comprato: penso che The Gold Experience sia stato il primo album che non ho comprato appena è uscito e poi l’ho sentito a casa di qualcun altro, che è piuttosto insolito per me. E poi: eccolo lì era fantastico, sorprendente e mi chiesi perché non ne sapevamo niente? Gli amici non lo avevano sentito. Il suo profilo era al minimo storico. La gente non lo capiva.

Fu un errore litigare con la Warner?

Se si guarda alla sua carriera io penso che si possa dire, lo dico nel libro, che il contratto con la Warner che lui ha lasciato scadere prima del tempo, è stato un cattivo contratto. Anche il modo in cui apertamente lo gonfiava e lo sventolava. Tutto quello che voleva era lo stesso contratto di Madonna. Fecero un contratto molto significativo, ma era tutto fumo e niente arrosto; era una cosa del tipo tu vendi questo numero di copie, e otterrai tot milioni. Se farai questo avrai un anticipo più grosso nel prossimo album. Il contratto non era buono come sembrava. In parte è il motivo per cui voleva tirarsene fuori. Lui aveva un’idea: era buono sulla carta per attirare i riflettori, ma in realtà si è rivelato non essere così buono come lui sperava. E penso che liberarsi di tutte le persone che gli stavano attorno al tempo è stato un errore perché aveva davvero un bel gruppo di collaboratori. Non è stato creativamente il suo momento più alto, ma commercialmente è stato piuttosto fortunato e ha contribuito a rimetterlo in carreggiata. Solo più tardi ha cominciato ad avere problemi. Sì, ci sono state cattive decisioni. Il suo talento ha dimostrato che c’era sempre della roba buona che usciva fuori. Oddio, alcuni degli album di quel periodo non erano tanto buoni, ma contenevano canzoni fantastiche: era parte della sua vita. Confrontiamo la vicenda di Prince e la Warner con artisti dello stesso calibro. Prendi Bob Dylan che è rimasto sempre con la Columbia e ha attraversato i suoi problemi negli anni ’80, ma per lui è andato tutto bene e non ha avuto conseguenze. O Neil Young che ha avuto problemi con un’etichetta che lo ha querelato per aver fatto un album non presentabile. Con Prince avremmo preferito che fosse tornato alla Warner o a un’altra etichetta. Guardando a quel periodo la cosa che si può dire è che molta della sua musica non ha raggiunto un pubblico così vasto come avrebbe dovuto; ha perso molti fans in quel periodo. Quelli che sono rimasti si sono appassionati ancora di più, questo è il lato positivo; la sua musica non era inascoltata, l’hanno ascoltata i fans, ma tutti gli altri non l’hanno sentita: le vendite erano bassissime. Penso che non abbia ottenuto di nuovo il grande successo di vendite fino a Musicology, Rave non è stato un grande successo commerciale in termini di vendite e penso che sia passato parecchio prima che di tornare ai suoi soliti livelli.

Ho ancora un paio di domande per te. Posso andare avanti?

Certo

Hai fatto un sacco di interviste per il tuo libro. Con chi vorresti parlare ancora oggi?

Ne hai citate tre che sono molto interessanti: Wendy, Lisa e Susanna. Ma penso che la persona con cui davvero vorrei parlare più a lungo sia Eric Leeds, perchè sono riuscito ad intervistarlo solo tramite internet ed era molto abbottonato. Alan Leeds, suo fratello, era molto più aperto e penso di aver ottenuto da lui tutto quello che potevo. Se riparlassi con Eric, non so se sarebbe più aperto. Credo che a un certo punto della sua vita potrebbe essere disposto a raccontare l’intera storia. Teneva dei diari. Penso che questo sia il tipo di materiale interessante e denso di informazioni. La questione è: Wendy e Lisa e Susanna, hai ragione, sono musiciste estremamente intelligenti e brillanti, Wendy è fantastica, ma ci sono molti musicisti che possono dire tanto e che ricordano tutta la storia quando parli con loro. Ci sono altre persone che intervisti, persino ingegneri, che non ricordano ma che dovrebbero ricordare. Non tirerai fuori molto da loro. C’è bisogno di persone che possono dirti cose che non sai o che ti raccontino quello che altre persone non ti hanno detto. Penso che questo sarebbe davvero il non-plus-ultra.

Eric era di grande ispirazione per Prince

Infatti. Loro hanno trascorso molto tempo insieme. Suo fratello Alan mi ha detto che Eric era un musicista sofisticato e che Prince lo ascoltava. Voleva avere conversazioni con lui e parlava con lui di musica in un modo in cui non faceva necessariamente con altre persone. È interessante che dopo la sua morte siano usciti alcuni articoli con altri membri della New Power Generation della metà degli anni ’90 e non mi dispiacerebbe parlare con loro perché non mi hanno voluto parlare all’epoca del libro.

Pensi che prima non ti avessero parlato a causa del contratto che Prince faceva firmare loro?

Sì, questa cosa è uscita spesso mentre stavo scrivendo il libro. Dopo che ho parlato con Wendy e Lisa è uscito un articolo sulla rivista Spin dove Prince era in copertina; era un articolo (penso) su Purple Rain. Ho capito che Prince fosse piuttosto sconvolto al pensiero che loro fossero riusciti ad avere la sua faccia in copertina senza parlare con lui. E del fatto che parlavano della musica che aveva fatto in passato e non di quello che avrebbe fatto in futuro. Dopodiché penso ci furono minacce legali a questo riguardo e verso queste persone. Ci sono state molte persone che hanno firmato quel documento, non potevano o non volevano parlare, perciò penso che sia proprio così e penso che ci siano persone che…

Vedo che ne soffri pure tu

Guarda, è una questione complicata, perché da un lato vorresti che le persone attorno a Prince fossero state leali verso di lui, e noi possiamo capirlo, ma anche come scrittore ho il diritto di ascoltare. Non stavo cercando materiale da sfruttare, cercavo di scoprire di più della storia, perciò volevo che le persone parlassero e lo facevo nel modo più rispettoso possibile. C’è sempre quel conflitto tra Prince, che non vuole che niente esca fuori persino a discapito della sua carriera e della sua musica e tutto il resto, e il desiderio di uno scrittore, io o chiunque altro, di scoprire di più. Non stiamo cercando di uccidere il mistero o di ridurlo, stiamo solo cercando di scoprire di più. Ne vuoi sempre di più. Questa è stata la ragione per cui ho iniziato a scrivere il libro. Da bambino, da adolescente non riuscivo a capire cosa fosse successo tra Sign o’ the times, Love sexy e poi Batman e Graffiti Bridge.

Aveva sconvolto tutti quel cambiamento

C’era un buco nero; guardando quel passaggio e anche quelli dei bootlegs pensavo: c’è un cambiamento radicale in atto qui e non lo capisco, non capisco come è andato da un album all’altro. Quando ho iniziato a scrivere il libro ho capito che c’erano così tanti cambiamenti radicali perché la musica di alcuni periodi veniva da altri progetti o veniva da tempi precedenti. Lovesexy è stato realizzato in un’unica esplosione concentrata, in modo simile il Black Album. Con Batman, con Graffiti Bridge lui stava andando a ripescare nel Vault combinando con roba nuova e poi iniziava a rendersene conto. Insomma, questa è una storia incredibilmente complicata e ci sono sempre strati sopra quello che vedi e poi altri strati. Ci sono tanti misteri da esplorare e questo mi ha portato a scrivere il libro.

Cos’altro ti ha spinto a scrivere?

Riflettevo sulla questione estetica; la maggior parte dei musicisti, quando si guarda alle loro carriere, sono molto lineari, c’è il momento in cui hanno registrato quell’album che ha quel suono, c’era quel periodo nelle loro vite in cui si sono sposati, sono cresciuti e poi hanno divorziato. Poi c’è l’album di rottura. Si vede chiaramente quello che sta succedendo. Ma con Prince no. Lui stava seminando indizi. Ancora dopo tutto questo tempo, dopo tutta la ricerca che ho messo in campo, ci sono ancora elementi che sono misteriosi. Pensi solo: perché se ne è uscito con quella canzone? da dove è venuta quella canzone? perché ha citato improvvisamente quell’indirizzo? Ecco perché era brillante e non sembra nemmeno che lo facesse apposta, sembra che questo semplicemente succedesse, che gli accadesse naturalmente.

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Grazie a Marica per la traduzione in italiano.

Vinile: Breakdance Original Motion Picture Soundtrack

siamo nel 1984, un bel salto indietro per un album in vinile dominato dalle batterie elettroniche più in voga dell’epoca (Roland TR-808 e Linn LM-1); ostentato sopratutto con il clap. le persone ti chiederanno se sono tornati gli anni ottanta. 10 brani per raccontare la storia di una ballerina jazz e due breakdancer, pare questi i protagonisti del film Breakin o Breakdance che non ho mai visto. eppure per qualche caso della vita il vinile è finito nel mio archivio. poco male, perché contiene un paio di gioielli: 99 1/2 cantata da Carol Lynn Townes e Ain’t Nobody con Rufus e Chaka Khan. il resto è un lungo brano da discoteca. qualità del vinile quasi perfetta perché mai suonato.


a me non fa paura nulla, ma se vi passasse la voglia di suonare questo disco in una festa vi potrebbe capitare di avere delle grosse soddisfazioni. io dopo un paio di brani (nel lato B) pensavo di avere ritrovato i jeans elcharro e le timberland e Fantastico 7 con la Cuccarini. aargh, ho quasi 50 anni…

qualche brano arriva da ollie and jerry (che suona tanto tom and jerry), due cantanti piuttosto famosi negli anni 80 che raggiunsero la fama e la top 10 proprio con il brano Breakin’… There’s No Stopping Us, che apre il disco. il disco si ascolta con piacere, ma guadagna spazio dopo qualche tempo, mentre il primo ascolto sembra complicato da suoni e armonie lontane dal nostro quotidiano. il lato 2 soprattutto mi sembra più curato e degno di qualche recensione più attenta, grazie all’ospitata del brano con Chaka Khan, che ha meritato molte cover nel tempo e all’ottimo Cut It di Re-Flex, simil Depeche Mode

ecco il trailer.

Infine, da sottolineare un paio di brani (semi) strumentali come Showdown di Ollie And Jerry che impreziosiscono di ricerca l’album e potrebbero servire da esempio per qualche brillante arrangiatore che oggi si vuole rifare agli anni 80 (c’è sempre qualcuno che si fa e si rifà…)

prossimo vinile: colonna sonora del film Staying Alive

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John Blackwell

poche ore fa, è morto John Blackwell, il più grande batterista che abbia visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie.

aveva 43 anni e da qualche tempo stava lottando con un tumore al cervello.

ho amato il ritmo di John dal primo momento che l’ho sentito. era il 2001 e Prince registrava con lui un album completo: The Rainbow Children; l’album vedeva come protagonisti principalmente Prince e John Blackwell. incrociammo dal vivo il suo ritmo il 31 ottobre dell’anno successivo quando John seguì Prince per il tour che toccò Milano. e ancora nel 2009 a Montreux John, con Renato Neto e Rhonda Smith, era al fianco di Prince per una notte di musica fantastica.

John era l’anima del ritmo per Prince. a differenza di altri batteristi di Prince (francamente mediocri) John era in grado di inventarlo il ritmo, lo dominava, lo gestiva.

questo era evidente quando lo si vedeva dal vivo e fu proprio John in un intervista a suggerirlo

dimmi qualcosa a proposito del lavorare con Prince per il suo ultimo album “The Rainbow Children”

ti racconto come è venuto fuori il ritmo per una canzone chiamata “Everywhere”. stavo provando la mia batteria e il tecnico del suono stava cercando di ottenere un buon suono con i microfoni. mi hanno detto: “basta con il rullante” e qualcos’altro tipo “abbiamo piazzato tutti i microfoni. ora suona tutta la batteria così cerchiamo di ottenere un buon mix” a quel punto mi sono messo a fare del casino con un ritmo, era molto veloce, un cosa latina che potresti aspettarti da Dennis Chambers o Billy Cobham e i tecnici mi dicevano “continua così”. sono tornato il giorno dopo nello studio e quel ritmo era diventata una canzone. c’era una melodia, una voce e  un coro. ed era bellissima; non avevo idea di cosa stava succedendo.

ascolta qui sotto Everywhere

potenza, intelligenza e sincerità della musica di John Blackwell: istinto.

dopo che Prince passò alla 3rdeyegirl, John era un po’ uscito dai radar e la cosa (onestamente) mi stava sui coglioni, così cominciai a seguire John su twitter per capire se aveva qualche occasione di venire in italia con un altro artista. per qualche motivo che non ricordo lui cominciò a fare lo stesso con il mio account twitter. fu un bellissimo shock; era il mio primo collegamento con un musicista di Prince.

poi successe questo

la mattina del 21 aprile 2016. alle 4.06 del mattino dall’account di John mi arrivarono 3 messaggi, che, in italiano e in inglese, mi dicevano: Ciao! Sono John, che hai detto, do you want me to play with your band? Quando? Dove? Grazie aspetto la sua risposta.

John Blackwell Jr voleva suonare con me? ancora intontito, mi svegliai con l’eccitazione di un sogno che si avvera e gli risposi: we can jam at Paisley Park?! What you think?

passata qualche ora di fuso orario John mi chiese: is your band going on tour and you need a drummer, or you need a drummer to record more songs?

intontito dalla proposta non feci in tempo a mettere insieme una risposta che arrivò la morte di Prince.

scrissi un ultimo: I’m so sad, John

e lui mi rispose: Thank you

John Blackwell Jr è stato un grandissimo batterista. univa la tecnica ad una dinamica precisa. era bello da vedere suonare i tamburi, così come il suo ritmo che diventava una fantasiosa melodia.

John suonava una batteria semplice, con pochi tamburi.

quando sei bravo non hai bisogno di mostrarlo, gli altri lo ascoltano.

Chi gestisce il Vault di Prince?

È uno strano weekend; l’ascolto di Purple Rain Deluxe (per ora solo l’originale con rimaster) che così mi aveva entusiasmato non mi dato molta emozione. Il lavoro di rielaborazione fatto “sotto la supervisione” di Prince (overseen by Prince in inglese nei crediti) è sembrato poco ispirato. D’altronde bisognerebbe ascoltare il missato originale per poter dare un giudizio concreto; si rischia di scontrarsi con giudizi e gusti personali.

La pubblicazione di Purple Rain è però l’occasione per ragionare sulla gestione della musica di Prince; anche Jay Z ha voluto dire la sua inserendo in un strofa del suo nuovo album un riferimento proprio a Prince e all’avvocato Londell McMillan che all’inizio aveva gestito gli interessi degli eredi nella proprietà (adesso ho perso il conto delle varie discussioni). Secondo Jay Z, McMillan avrebbe tradito i desideri di Prince sfruttandone economicamente la musica o vendendo biglietti per andare a casa sua (Paisley Park?).

Jay Z non ha una visione asettica della situazione visto che Prince aveva dato in esclusiva al servizio di streaming musicale Tidal di proprietà di Jay Z, tutto il suo catalogo mentre da qualche mese parte del catalogo (il periodo Warner) è disponibile ovunque a partire da Spotify. A prescindere da questo, i 6 fratelli e sorelle di Prince (eredi secondo il giudice) sembrano persi nell’industria discografica e starebbero affrontando una situazione inquinata dall’assenza del testamento affidandosi a 2 manager (un avvocato e un discografico) che prima di tutto devono far fronte a onerosi impegni finanziari. Si parla di un patrimonio valutato intorno ai 200 milioni di dollari che verrebbe dimezzato dopo il pagamento delle tasse.

Diamo per acquisito che non c’è nulla da fare con le tasse: bisogna sfruttare velocemente la musica e il personaggio Prince senza che ci si dimentichi di lui per far uscire da qualche parte i soldi che lui invece raccoglieva in 4 e 4 8, organizzando concerti dal vivo. Ma c’è dall’altro. Continue Reading

Vinile: Queen Jazz

da piccolo sono stato fortemente influenzato dalla musica che si ascoltava per casa. e – in qualche maniera – la musica che girava era proibita per me. in casa mia c’era un discreto divieto di professare le proprie attitudini. e/o di accedere a quelle degli altri. un po’ paradossale tutto questo? visto quello che ne è venuto fuori viene il dubbio che da qualche parte una crepa si fosse creata. l’album in vinile che presento questa settimana rappresenta tutto questo per me. si tratta di Jazz dei Queen. quando di nascosto ascoltavo la musica degli altri, cosa che per me era vietatissima uno dei miei album preferiti era questo dei Queen. il tutto insaporito dalla foto delle ragazze nude sulle bici.

con Jazz la band inglese si spostava a registrare tra Montreux e Nizza per motivi fiscali. il lavoro che ne esce è un album di un gruppo coeso. supportato da un rock-n-roll a volte sinfonico e sublime e dalla voce di Freddy Mercury, l’album scorre sicuro sul vinile in mio possesso. viene da dire che canzoni di questo spessore se ne sentono raramente oggi. l’album parte con Mustapha, un brano che sarebbe (credo) difficile da pubblicare oggi. Fat Bottomed Girls segue con i suoi riff di chitarra. Jealousy è la prima canzone che riconosco; un pop che a me sembra ispirata dal (migliore) Billy Joel, così come gli altri spunti pop di in only seven days, leaving home ain’t easy o don’t stop me now. mentre Bicycle Race contiene tutta la forza di cambio di direzione dei Queen nel durante (ispirando persino la foto interna alla busta con un centinaio di ragazze nude sui sellini di altrettante bici). un attimo di respiro torna con In Only Seven Days seguita dallo swing di dreamer’s ball. quando è il momento di ricordare che siamo (ancora) negli 70 arriva il funk di Fun It.

prossimo vinile: colonna sonora del film Breakdance

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il tutorial di Lorde (?)

una delle voci più interessanti della musica degli ultimi anni è sicuramente Lorde (pron. Lord)

la cantante neozelandese è esplosa qualche anno fato con un brano perfetto: Royals

grazie a questo successo Lorde ha raggiunto picchi alti: “La celebre rivista Time l’ha inclusa tra i teenager più influenti del 2013 e, nell’anno successivo, è stata inserita anche nella medesima classifica stilata da Forbes” così dice wikipedia. a parte questi successi effimeri, Ella Marija Lani Yelich-O’Connor si è guadagnata anche una medaglia di bronzo delle olimpiadi.

tornando alla musica, il suo brano Royals ha delle caratteristiche per essere ritenuto perfetto:

  • il minimalismo della ritmica
  • le differenti melodie (ad arco) che si succedono (forse il punto più importante di questa lista)
  • la voce rotta dall’incoscienza di Lorde
  • la linea di basso a supporto dell’inciso
  • il synth sincopato

il testo, secondo quanto scritto da wikipedia, criticherebbe la vita degli artisti hip-hop. questa la (mia) traduzione in italiano

Non ho mai visto un diamante nella carne
Nei film ho tagliato i denti su anelli di nozze
E non sono fiero del mio indirizzo, nella città strappata
Nessun
invidia del
codice postale
Ma ogni canzone è come denti d’oro, Gray Goose, scatenato nel bagno
Macchie di sangue, abiti da sfera, spogliando la camera d’albergo
Non ci importa, stiamo guidando la Cadillac nei nostri sogni
Ma tutti sono come Cristal, Maybach, diamanti sul tuo orologio
Aerei jet, isole, tigri su un guinzaglio d’oro
Non ci importa, non siamo intrappolati nella tua relazione d’amore
e noi non saremo mai dei reali
Non funziona nel nostro sangue
Quel tipo di lusso è proprio per noi
Noi desideriamo un diverso tipo di sballo
Non sono il tuo governatore, puoi chiamarmi la Regina B
E il bambino che regnerò (che regnerò che regnerò che regnerò)
Lasciami vivere quella fantasia
Miei cari

figlia di una poetessa, che l’ha introdotta alla lettura da piccolissima, Lorde usa metafore e immagini nel suo testo. se noi italiani rimaniamo in un primo momento incantati dalla voce, leggendo il testo ci accorgiamo della profondità delle liriche.

ora, se prendiamo questo piccolo tutorial e lo riapplichiamo possiamo ricostruire il successo di Lorde? non è detto. e se lo stesso tutorial lo riprende Lorde può ottenere lo stesso successo? ancora, non è detto. ma il nuovo album Melodrama parte con un singolo davvero promettente: Green Light.

Vinile: PFM Live in U.S.A.

Live in U.S.A. è un album del 1974 della PFM; l’ho scovato dalla cantina genitoriale. la copertina si trova in condizioni pietose (segno di un uso continuo e sfrenato). l’ho ascoltato per una settimana, nel tempo libero, nei momenti fuori dal lavoro e due/3 cose le ho da dire. l’album, come scritto sulla copertina, è stato registrato in due concerti estivi, a toronto e a new york. nel primo lato 4 brani e due nel secondo. un primo lato melodico/pop, ancorato allo stile mogol/battisti, allora la PFM pubblicava sotto l’etichetta Numero Uno del duo. il secondo lato è improvvisazione, strumentale e frank zappa. è questo il lato più interessante.

Vinile: PFM live in U.S.A. Recensione link in bio #pfm #vinile #vinyl #vinylmania #vinyladdict

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

dopo più 40 anni di distanza l’album suona ancora divinamente; l’integrazione della band è perfetta, e pure la voce indecisa di cioccio fa bene la sua parte. le influenze musicali, cinematografiche e strumentali dell’epoca si sentono tutte. sintetizzatori e rock progressivo. il lungo secondo tempo strumentale deve avere trasportato il pubblico a scoprire una suono mediterraneo, ma a me rimane soprattutto lo spirito operistico con il violino di mauro pagani e lo spirito zigano della chitarra di mussida (l’unico punto dove il vinile salta…). il disco pubblicato con il titolo Cook negli Usa finì nella classifica di billboard e fu (forse) l’unico vero successo di rock italiano in terra USA.

se siete finiti su questa pagina, magari siete fan della PFM e di mauro pagani? allora dove leggere il libro del musicista bresciano. s’intitola Foto di gruppo con chitarrista ed è un viaggio nella vita musicale di Pagani. L’ho letto alcuni anni fa, un po’ per noia perché al mare non mi piaceva quello che mi ero portato e in una bancarella l’ho trovato per due lire. nel libro Pagani accenna anche al tour americano della PFM e racconta trasversalmente tutta la vita di un musicista tra la fine degli anni 60 e l’inizio del 70. davvero bello.

ecco uno che vorrei incontrare nella mia vita è Mauro Pagani. ce la farò?

prossimo vinile: Jazz dei Queen