Vinile: Sono Solo Canzonette di Edoardo Bennato


nel frattempo, sono indietro con le recensioni dei vinili di casa. sul piatto ho da qualche mese “sono solo canzonette” di Edoardo Bennato. Bennato ha rappresentato un vento puro di canzoni tra gli anni 70 e gli anni 80. “sono solo canzonette” rappresenta bene la mia concezione della musica e di autore di canzoni: non ci sono messaggi, ma solo il piacere di raccontare una storia. Bennato urla: “ma che politica!? che cultura!?” paradossalmente, Bennato ha proposto un messaggio politico e culturale preciso, con la sua critica della società italiana e l’uso di metafore collegate alle favole dei bambini come Peter Pan e Pinocchio. fu il primo a suonare a san siro nel lontano 1980 e suonare (primo italiano) al festival di Montreux (1976!).

l’album sono solo canzonette parte con “ma che sarà”, un brano acustico, chitarra, voce, kazoo e ritmica. con una voce moralista al megafono. il noto “rock di capitan uncino” sfrutta la voce di Edoardo e una chitarra elettrica. quando parte il groove difficile si deve ballare a ritmo. che bello ascoltare una band suonare dal vivo, oramai non succede più. capitan uncino fa l’elenco dei difetti di Peter Pan e (senza volere?) ci racconta la storia del protagonista. “nel covo dei pirati” melodica entra chitarra e violino. un sorta di ninna nanna, cantata con la pastosità classica di Bennato. chissà perché Bennato non ha mai lavorato con Disney (magari l’ha fatto e io non lo so). la genialità di Bennato si concretizza con “dopo il liceo che potevo far” il brano swing dedicato al personaggio Spugna, che ognuno di noi conosce (o che è dentro di noi). arrangiamento immaginifico dei fiati. che bello l’arpeggio de “l’isola che non c’è”. un altro di quei brani che ognuno di noi (cresciuti tra gli anni 70 e 80) ha nel cuore: “non può esistere nella realtà” solo per chi è maturo e saggio. qui la voce di Bennato è dolcemente calante: “non esiste una terra dove non ci son santieroi e se non ci sono ladri, se non c’è mai la guerra forse è proprio l’isola che non c’è.” io ancora adesso cerco quella terra. l’avete mai ascoltato il “rockcoccodrillo” con il suo intro piano elettrico e il tic tac? io l’avevo dimenticato, ma mi ha conquistato facilmente. che bello sentire Edoardo divertirsi a scrivere proprio quello che piace; aveva un gusto per i brani orecchiabili che adoro. così come adoro il successivo “tutti insieme lo denunciamo” dove in stile Mozart cantano un baritono (Orazio Mori) e un soprano (Edith Martelli) e suggeriscono di prendere le distanze dallo stesso Bennato. infine la magica “sono solo canzonette”, con il suo sonos sonos sonos…

Prince: intervista a Matt Thorne

Matt Thorne ha scritto quello che è (secondo me) il migliore libro sulla vita di Prince. Ho contattato Matt e ho chiacchierato di Prince con lui per più di un’ora. In quest’ora con lui ho potuto scoprire che ha una grande passione per Prince, dimostrata nel libro dove ha raccontato la vita del musicista. Oltretutto, Matt scrive e pubblica la biografia mentre Prince ancora vivo. In questa maniera ha potuto mantenere una sana distanza da tutto quello che è successo da quel maledetto 21 aprile 2016. Insomma, per questi motivi il libro di Matt rimane il migliore e più corretto su Prince. Ecco la prima parte dell’intervista. Vi evito le prime domande di rito (piacere di conoscerti, ecc), per poter subito entrare subito nel vivo. Buona lettura.

Ci domandavamo: hai mai incontrato Prince?

Ho una risposta piuttosto complicata a questa domanda; quando ho deciso di scrivere il libro, prima di tutto ho parlato con il biografo di un altro artista e lui mi disse che la prima cosa che dovevo fare prima di tutto era contattare l’artista direttamente per vedere la sua reazione, lui può rispondere o meno, ma vale sempre la pena provare. Perciò gli scrissi direttamente e ricevetti una risposta; non me lo aspettavo, ma mi arrivò un biglietto aereo per andare in America, a Los Angeles. Lui viveva lì all’epoca, poi è arrivata un’auto a prendermi all’albergo e mi ha portato alla casa dove lui viveva, e poi….questo è tutto nel libro, all’inizio del libro…sono entrato in questa sorta di soggiorno, non era un soggiorno, una zona dedicata alle esibizioni e lui è uscito. Ero abituato ad aspettare Prince anche se era molto tardi, ma è uscito quasi immediatamente, erano circa le 11.30 di sera, ma lui è uscito e si è esibito. Dopo lo spettacolo ho parlato al suo manager e gli ho chiesto se tutto questo significava che avevo il benestare per proseguire con il mio progetto, e il manager ha risposto di si, che però Prince preferiva che non parlassi con nessuno, che non intervistassi nessuno, allora per un po’ così ho fatto, ma il libro mi sembrava poco credibile in quel modo senza tutto il resto. Così gradualmente, dapprima sono state Wendy e Lisa e qualche altra altra persona e poi avevo amici che li conoscevano e i contatti sono iniziati in questo modo e ho iniziato a intervistare persone. Più o meno in quel momento è arrivato un altro invito da Prince per andare a New York dove si sarebbe esibito presto; ero un po’ preoccupato che fosse un po’ arrabbiato per le mie interviste e invece mentre si stava esibendo, nel mezzo di Purple Rain, ha camminato in mezzo al pubblico e mi ha detto “Cosa ne dici di quell’intervista adesso?” e ho detto “Certo che vorrei fare quell’intervista” e lui ha continuato a camminare. Sono rimasto li fino al mattino alle sei per vedere se sarebbe tornato indietro per l’intervista, ma non ne ho avuto la possibilità. Quindi a parte questo non ho avuto altre occasioni, non ho avuto molto contatto diretto con lui ma ho parlato con tutte le persone che ho potuto e che potevano darmi una loro visione degli anni trascorsi lavorando con lui. E poi c’è stata questa esibizione, dopo l’uscita del libro, in cui lui ha fatto molti dei pezzi che avevo scritto che mi piacevano, e poi c’è stata un’altra occasione in cui sono stato piuttosto sicuro che stesse leggendo quello che stavo scrivendo; avevo scritto un articolo sul Daily Telegraph sulla canzone Electric Intercourse, una canzone inedita, e il giorno dopo lui l’ha suonata dopo 35 anni per la prima volta, perciò deve averlo… deve.. cioè, non c’era ragione per cui lui la suonasse in quel momento era piuttosto insolito.. so che molti fans di Prince trovano spiegazioni nei suoi gesti che davvero potrebbero non esistere, ma almeno in questo caso, siccome il suo manager mi aveva detto che lui leggeva tutto quello che si scriveva su di lui, penso sia una prova che doveva avere quell’articolo, non so se lo ha letto, ma almeno gli ha dato un’occhiata.

Cosa hai pensato quando hai letto che lui stava scrivendo una autobiografia?

Ero molto entusiasta, cioè era molto interessante perché, non sapevo molto della persona che ha scelto come ghost-writer, penso sia stato scelto in virtù del fatto che aveva scritto un articolo su Prince per Paris Review e so da amici che hanno fatto da ghost writers per dei musicisti che accade in molti modi diversi. Qualche volta il musicista è molto coinvolto, ma altre volte loro si limitano a parlare in un microfono ed è necessario trascrivere le minute, ma ovviamente a Prince non piaceva che si registrasse la sua voce, perciò non credo che avrebbe fatto questo, non posso tuttavia immaginarlo seduto a discutere con l’autore. Non so, può ancora essere che questa cosa veda la luce, o almeno parte di essa, non mi sembra che sia stata detta la parola definitiva da parte dell’editore in proposito. In generale sono entusiasta, cioè, penso… in merito alle biografie dei musicisti, anche le migliori, per esempio, quelle di Bob Dylan o il libro di Keith Richards sulla sua vita, io sento che c’è sempre spazio per un’altra interpretazione, un altro punto di vista. Ossia, tu hai la visione dell’artista, ma sai, anche se è la loro storia, non necessariamente sanno tutto quello che c’è da sapere, perché dall’altra parte della storia ci sono i fans e le loro esperienze, i critici e chi fa recensioni e tutto il resto. Perciò sarei stato affascinato da questa lettura, ma non avrei pensato che si trattasse del documento finale e definitivo, che quello fosse tutto ciò che si poteva scrivere e pensare di Prince. Ero entusiasta e poi dispiaciuto che non sia uscito.

Io adoro il tuo libro e ciò che mi piace, è che l’hai scritto prima del 21 aprile 2016. Oggi è molto più facile; tutti dicono che lui era il più grande di tutti e che era un genio. Invece nel tuo libro non hai paura di criticare la sua musica; non tutta la musica di Prince è memorabile. E ti soffermi molto su come lui produceva i brani, una cosa che adoro leggere. Però, come ti dicevo, dal 21 aprile 2016 non sono più riuscito a leggere nulla dal tuo libro. Tu cosa pensi di quello che è successo a Prince negli ultimi giorni della sua vita?

E’ stato piuttosto scioccante per me, cioè, ho appreso della notizia quando una radio irlandese mi ha telefonato per chiedermi dove…cioè, in effetti mi hanno detto che lui era morto e volevano chiedermi quando potevo andare alla radio per parlarne. e non ho avuto tempo per elaborare il tutto. E’ stato incredibilmente scioccante e non volevo crederci quando me lo hanno detto. Cioè, avevo sentito un po’ di disagio quando l’aereo è atterrato, non pensavo fosse niente di terminale o davvero necessariamente serio. Avevo semplicemente un po’ di disagio, cioè c’era la sensazione che fosse un po’ strano, non combaciava con il suo personaggio abituale, non sembrava essere lui, ma è stato un grosso shock. No. Non ho avuto tempo di elaborarlo perché il libro era appena uscito in America, la versione americana del libro, e perciò mi fu immediatamente chiesto di partecipare a tantissimi programmi in TV e radio e ho passato praticamente 24 ore in vari studi a parlare di lui e non ho avuto tempo di elaborare le mie emozioni. E mi rendevo conto che quelle persone che mi parlavano, (come è tipico dell’America) che loro non necessariamente sapevano granché di Prince; ovviamente i fans sapevano tutto quello che lui faceva, ma per le persone al di fuori di quel mondo, loro non avevano necessariamente seguito la sua carriera così da vicino, perciò mi sentivo come se avessi dovuto spiegare alla gente quanto importante fosse Prince, quanto fosse geniale. E questa è stata un’esperienza piuttosto strana. E poi immediatamente dopo, come ti ho già accennato, non sono più riuscito ad ascoltare la sua musica per un po’, sembrava troppo triste, troppo tragico e penso siano passati più o meno due o tre mesi, ed è stato strano, perché, cioè, quando è morto David Bowie, qualche mese prima, trovavo ascoltare la sua musica piuttosto confortante, ma con Prince è stato totalmente diverso e semplicemente non sono riuscito ad ascoltarlo per qualche mese poi lentamente ho ricominciato ad ascoltarlo, ma ho dovuto essere attento perché ci sono periodi della sua musica che non hanno troppo legame emotivo per me, ma altri li sento molto e quindi ascoltavo quelli per cui sapevo che non mi sarei sconvolto troppo ascoltandoli poi lentamente ho ascoltato sempre di più la sua musica, ma sembra ancora un po’ strano, allo stesso tempo, lo sento ancora irreale, anche se si rinforza ogni giorno di più, ma penso sia molto strano.

Irreale purtroppo è la parola giusta. Come ti dicevo nel mio sito parlo dell’essere un autore, di scrivere canzoni. Prince era un maestro nell’arte del songwriting. Credo che dovremmo studiare il suo approccio da autore e di come sia cambiato nel tempo. Per esempio il periodo di Wendy e Lisa, poi ha scritto molte cose da solo. So che è una domanda complicata, ma quale è secondo te il suo periodo migliore come autore di canzoni?

E’ interessante, cioè, come dici ha attraversato molte fasi e quando si guarda la sua carriera, le canzoni… il suo modo di scrivere cambia drasticamente. E anche la struttura delle canzoni. Le mie canzoni preferite sono quelle più spinte dallo spirito narrativo, come I could never take the place of your man, per esempio, dove ogni verso è molto chiaro, ma allo stesso modo mi piace come si evolve in seguito; mi piacciono le canzoni che diventano più criptiche e più difficili da seguire e parla sempre con un linguaggio in codice. Mi piace tutto quanto. Penso che questo sia in parte il motivo per cui non viene apprezzato appieno come scrittore solista, penso che siano molto apprezzate le canzoni del primo periodo della sua carriera che le persone capiscono. Almeno fino ad ora; questo sta cambiando, le persone non hanno scavato fino in fondo nei suoi lavori più recenti e non si rendono conto quanto buoni fossero alcuni dei suoi lavori come cantautore. Una delle domande che mi sarebbe davvero piaciuto fargli se avessi avuto la possibilità di intervistarlo era a proposito della sua tecnica di scrittura e come scriveva. Perché ancora non lo so, cioè, sappiamo che già agli esordi scriveva canzoni, ci sono esempi di testi scritti con la sua grafia. Sappiamo che faceva questo, portava con sé un blocco per gli appunti e scriveva canzoni mentre si spostava. Un’altra cosa che sappiamo e che più tardi, diciamo negli anni ’90, improvvisava probabilmente un po’ di più nello studio e che le persone andavano da lui con un giro di percussioni o con una base e lui componeva su quella musica. Non conosco esattamente i processi dei diversi periodi o delle diverse epoche, non so quanto spesso andasse nello studio con i testi più o meno pianificati. Il bello di Prince era che provava sempre a fare tutto quanto, la risposta è che lui faceva tutto. A volte, semplicemente improvvisava per ore senza sosta e se ne usciva con un verso o (componeva parte di un verso) o un po’ di musica altre volte aveva qualcosa di davvero appassionante e doveva scriverlo subito. Siccome non sono un cantautore è sempre stato molto interessante per me incontrare e parlare con cantautori, perché non capisco sempre del tutto quel processo; io sono uno scrittore oltre che di biografie anche di narrativa, ma quello è un processo molto diverso… scrivere canzoni è più vicino a scrivere poesie e questa non è una disciplina con cui ho confidenza, perciò mi affascina, ma penso che lui…penso che dovrei tornare sull’argomento.. penso che lui fosse sottovalutato come autore. Cioè, tutti sanno che era un grande chitarrista, tutti sanno che era grandioso sul palco, tutti sanno che ha scritto alcune canzoni sorprendenti, ma non penso che aldilà del mondo dei fan, lo si stimi come si dovrebbe. No, non lo si vede come un Bon Dylan, cioè Prince ha avuto i suoi problemi con Bob Dylan perciò forse sarebbe più contento di paragonarsi a un Miles Davis. Io penso che Prince sia uno, no, sia il miglior cantautore che sia mai stato.

A proposito delle sue collaborazioni, come Miles Davis o ancora Wendy Lisa. Abbiamo visto diversi lati della sua anima, ma lui era sempre se stesso. Lo sapevamo, perché lo conoscevamo. Produceva della grande musica, ma era differente ogni volta. Come è stato possibile che noi come fan della sua musica fossimo sempre lì ad aspettarlo?

Questa è una buona domanda poiché in parte perché stava sempre facendo qualcosa… cioè, noi c’eravamo sempre per lui… ma lui in un certo qual modo lui era sempre lì per noi… C’erano periodi in cui lui non c’era così tanto, ma in generale… certamente nel periodo in cui stavo scrivendo il libro, per sette anni, quasi ogni giorno si andava su internet e c’era qualcosa, che poteva essere il fatto che stava segretamente facendo uscire una canzone o uscivano un po’ di prove o stava scrivendo sui siti dei fans, perciò c’era sempre qualcosa come un concerto in corso. Era un musicista entusiasmante da seguire. Molti musicisti scompaiono, poi esce un album, poi passa un anno e hanno un ciclo, c’è il periodo dal vivo, poi il ritorno allo studio e non li senti per un anno o giù di lì, ma Prince stava sempre facendo qualcosa tutto il tempo: se non era l’uscita di un lavoro da studio allora era un’esibizione dal vivo o era sulla stampa o c’era un video o c’era una storia, una strana storia al tg. Cioè c’era sempre qualcosa per te e il corpo del suo materiale era così vasto che c’era sempre qualcosa di nuovo da esplorare per tutti i suoi fans Ho sempre avuto l’abitudine di ritornare ai suoi vecchi album, andando indietro per così dire di due. Usciva un album e provavo un’emozione, poi usciva il successivo e poi il successivo ancora e io tornavo a due album prima. Era sempre notevolmente diverso. Era sempre occupato. Parlavi del capitolo che ho scritto su Graffiti Bridge; è stato il primo album del periodo per cui io fui un po’ deluso, ma ritornandoci più tardi ho scoperto un mare di cose nuove e questo succedeva con tutti quanti i suoi album. Non ce n’è nemmeno uno, forse uno o due, che si possa completamente scartare nella sua totalità, è come… ma mi spiace sto un po’ divagando. C’era questo processo, ogni volta che un nuovo album usciva pensavo: ok, questo è quello che sarà Prince da ora in poi e questo era preoccupante. Sarà lo stesso per sempre? E poi usciva l’album seguente ed è di nuovo tutto diverso e poi non ero più così preoccupato per quello prima e fai: ok, non hai perso tutto questo. La psicologia era questa per me, pensavo oh no, sta diventando molto più conservatore, questa è la direzione verso cui sta andando e poi usciva l’album seguente ed era di nuovo totalmente diverso e perciò non c’era quella sensazione che ti potessi fidare, se ne sarebbe uscito sempre con qualcosa di nuovo, interessante nel futuro, non avrebbe semplicemente ripetuto la stessa cosa all’infinito per diventare noioso e conservatore e mantenere la stessa faccia troppo a lungo.

Parlando di Wendy e Lisa, e anche Susannah, che insieme a Prince formavano un team fantastico. Cosa pensi del tour dei Revolution e delle critiche che sono state mosse nei loro confronti?

E’ una domanda difficile per me, perché, cioè, non sta a me dire cosa dovrebbero o non dovrebbero fare se capisci cosa intendo. Sappiamo come si sentiva al riguardo di cose come queste quando era vivo, ma allo stesso tempo, loro sono musicisti, hanno giocato un ruolo in tutto questo e stanno suonando la loro musica di cui loro sono parte, perciò non è come se fossero un gruppo tributo, cosa che avrebbe un carattere differente.

Va bene, hai ragione; loro sono stati parte del fenomeno Purple Rain e hanno diritto di raccontarlo in concerto. Parliamo del tuo libro, che non è ancora uscito in italiano, stai pensando di aggiungere altri capitoli?

Sì, per prima cosa il libro è uscito in Germania in aprile e ho scritto un nuovo capitolo per l’edizione tedesca che aggiorna la storia e copre l’anno e percorre la fase due e il Piano and Microphone tour. Ho parlato al mio editore della possibilità di fare una versione aggiornata del libro, abbiamo pensato di chiamarlo una sorta di remix del libro. Ma non lo voglio fare ancora perché ho ancora sentimenti contrastanti e lo trovo piuttosto difficile… come hai detto prima è molto più facile parlare alla gente adesso che se ne parla di più. Ci sono molti libri in uscita e mi sento come se fosse un po’ troppo presto per tutto questo. Non ci sono problemi per tutti quelli che ne vogliono parlare, questo mi sta bene, ma non mi interessano i libri in cui qualcuno muore e tutti iniziano a scrivere di loro prima che morissero. Penso che girino più notizie dalla sua morte; ci saranno cose interessanti da mettere nel mio libro, penso ci siano due punti in cui potrei aggiungere. perciò penso che questo è probabilmente quello che farò, ma penso anche che voglio vedere cosa viene fuori dal Vault nel corso dei prossimi due anni perché potrebbe esserci qualcosa che cambia la storia in alcuni punti. Perciò eccoci, sto lavorando ad alcuni altri progetti, niente di immediato, ma ho scritto qualcosa in più per gli editori tedeschi, questa è una cosa davvero difficile perché da un lato vorrei metterci un punto e dire ho finito di scrivere di questo, ma penso che sia impossibile perché la storia ha così tanto da offrire e la storia continua perciò devo elaborarlo, così ha funzionato, sono pensieri in corso.

Cosa ti aspetti che sbucherà dal Vault, il misterioso luogo dove Prince avrebbe immagazzinato anni di musica e di video? A quanto dicono, conterrebbe tanta roba sconosciuta ai più. Forse sbucherà un Prince che non abbiamo mai visto o sentito?

Sì. Nel Vault c’è tutto quello che noi sappiamo come fans, ma oltre a quello c’è ovviamente tutto quello che non sappiamo. Al momento ancora non sappiamo come verrà gestito il materiale; potrebbe essere resa pubblica una lista di tutto quello che c’è nel Vault, non penso che questo accadrà, ma è un’eventualità. Ciò che è più probabile è che scopriremo dei pezzetti qua e là man mano che passa il tempo. Ovviamente la prima cosa è la nuova uscita di Purple Rain e un po’ di materiale extra ad esso relativo. Chi ha i diritti di tutto quello che resta nel Vault che potrebbe voler fare qualcosa con quel materiale forse l’anno prossimo. Penso ci sia spazio per molte cose che ancora non sappiamo su cui lavorare. È interessante come ci siano aree che sono davvero molto ben documentate come quando stava registrando al Sunset Sound di Los Angeles; conosco alcune persone che lavoravano con lui e che tenevano diari molto dettagliati. Eric Leeds teneva traccia di tutto. Prendeva nota di ogni singola cosa che lui faceva. Però ci sono notti quando stava registrando nello studio in cui non c’era nessun altro, non sappiamo niente di questo. Quando era vivo questa roba usciva e non sapevamo necessariamente da quale album fosse venuta o da che periodo. Non so se saranno rivelazioni roboanti che ci faranno cambiare la nostra visione di Prince per sempre, penso sia più probabile che riempiano dei vuoti di aree di cui non sappiamo molto; in generale abbiamo idea di cosa stesse facendo nella maggior parte dei periodi, gli strumenti che usava, i collaboratori che aveva, ma penso che ci siano anche molte sorprese che ci aspettano. La questione è: come gli eredi useranno tutto quel materiale? Sappiamo più o meno tutto, ci sono un paio di spettacoli che non sono stati registrati, ma in generale abbiamo un idea di quello che accadeva nella maggior parte degli spettacoli, ma per ciò che accadeva in studio penso che ci sia ancora molto da scoprire.

Io ho un’opinione su Prince non condivisa da molti. Secondo me, per la sua musica erano molto importanti le persone che gli stavano intorno. Prima di tutti i musicisti che gli davano ispirazione. Sei d’accordo con me?

Sì, sono d’accordo con te. È lo stesso per me ed è parte del motivo per cui ho scritto questo libro e il modo in cui l’ho fatto è stato per mostrare come le persone che gli stavano attorno erano parte del processo e il mio pensiero al riguardo. Penso che siamo d’accordo su questo. Ma il mio sentimento in proposito è che le persone che lo circondavano hanno decisamente migliorato la sua musica; parte della sua genialità era la sua abilità nel permettere alle persone di esibirsi al meglio delle loro capacità. Come sai, spesso c’è quest’idea che lui fosse un uomo molto autoritario/dispotico, che fosse molto severo per tutto ciò che accadeva intorno a lui, e certamente lo era in alcuni periodi, ma in altri momenti era totalmente aperto. Come quando i Revolution gli portavano delle registrazioni, Gli portavano idee, gli aprivano la mente verso la musica classica, l’arte allargandogli davvero gli orizzonti. Poi c’erano altri periodi, come attorno al periodo di Sign o’ the times in cui lui si teneva stretto tutto quello che aveva: “questo è mio e non voglio altre ispirazioni che entrino nel mio mondo.” E mentre la sua carriera procedeva ci sono state molte persone che hanno portato qualcosa di nuovo al suo suono e che sono state importanti; ho amato tutte le persone con cui lui ha lavorato, mi piaceva anche il fatto che la maggior parte delle volte lui cercasse delle persone di cui altrimenti non avremmo probabilmente mai sentito parlare, come Mike Phillips. Non necessariamente lavorava con persone che fossero già famose, semplicemente sceglieva persone che avessero un suono unico, perciò uno dei motivi per cui mi piace ascoltare le registrazioni è anche ascoltare quei musicisti, quel suono unico di quel periodo, diverso da quello di un tour solitario. In alcuni periodi dico: “quel gruppo è fantastico, voglio davvero sentire altre loro cose.” Oppure “mi piace il suono o mi piace il modo in cui lui si diverte.” Poi lui era anche un “capo gruppo” era capace di essere in certi momenti molto “limitativo”, mentre altre volte molto rilassato.

In un’intervista a Pharrell Williams gli avevano chiesto con chi avrebbe voluto collaborare e lui aveva risposto: “me l’hanno già domandato diverse volte e ogni volta dico Prince.” Sarebbe stata una collaborazione esplosiva. D’altra parte sono d’accordo con te che lui preferiva scoprire musicisti sconosciuti e lavorare con loro. Per esempio i nuovi arrangiamenti del concerto di Montreux del 2009, che abbiamo visto dal vivo, erano frutto del lavoro di quella fantastica band (John Blackwell, Renato Neto e Rhonda Smith). Fino adesso abbiamo parlato del musicista, delle collaborazioni, ora ti chiedo cosa possiamo imparare da Prince come uomo d’affari? L’utilizzo di Internet fino al passaggio a Tidal. Che eredità ci lascia?

È molto interessante questa sorta di dibattito tra i fans su quanto lui fosse bravo negli affari, perché molte delle decisioni che ha preso all’epoca sono sembrate strane ma si sono poi rivelate ottime, a fatto compiuto. Non penso che abbia sempre preso la decisione migliore, non sempre, ma penso che se si guarda alla sua carriera era sempre guidata da desideri puri. Uno era quello di creare musica, il più possibile, l’altro era di essere pagato adeguatamente per questo e questi due mi sembrano più che giusti. Gli si potrebbe obiettare che cercava sempre il prezzo più alto e questo qualche volta gli impediva di fare cose che avrebbero potuto essere interessanti, oppure occasionalmente questo poteva essere un ostacolo. C’è quest’intervista, penso fosse nel ’96 più o meno dove lui dice, stava vantandosi con il giornalista dei suoi soldi, e poi disse verso la fine_ “vedi, non sono i soldi, quanto la libertà che loro mi danno di fare ciò che voglio, perciò prendo i soldi che mi danno e poi mi metto sul palco con Larry Graham o Chaka Khan.” Così era in grado di aiutare la carriera di altre persone. Una delle cose che mi ha fatto proprio prima che morisse era proprio quanta beneficenza facesse. Abbiamo sempre saputo che aveva inclinazioni caritatevoli, ma faceva spettacoli in alcuni posti per aiutare alcune associazioni. L’ultima volta che l’ho visto dal vivo a Londra stava suonando a un concerto apposta per poter aiutare i bambini affetti da autismo e aveva programmato di farlo pagandosi il viaggio in modo da poterlo fare, questa cosa è straordinaria. Faceva queste cose continuamente nel corso di tutta la sua carriera; usava i suoi poteri per fare cose buone per lo più, non era una persona venale, le cose per cui voleva soldi era la musica. Viveva per la musica era una persona che voleva essere in studio tutto il tempo e qualunque cosa fosse d’intralcio usava i soldi per eliminarlo.

Il tuo libro è denso di sorprese. Non sapevo che avevano iniziato il tour di Gold in Inghilterra con una scenografia mastodontica, che è stata mollata in giro per il paese man mano che il tour procedeva. Probabilmente qualcuno ha in cantina un pezzo della scenografia di un tour di Prince. Tutto ciò descrive bene chi fosse Prince. E gli errori che faceva. Errori che, ne sono convinto, ha pagato in prima persona. Ogni volta che faceva uno sbaglio ne soffriva. Cosa avrebbe potuto fare per cambiare la sua vita? Penso soprattutto al periodo della battaglia contro la Warner. Cosa avrebbe dovuto fare per ottenere un trattamento diverso?

È interessante quello che dici; il periodo di Gold Experience è uno di quei periodi che, se facessi un’altra versione del libro, non mi interesserebbe andare ad analizzare ancora. Penso ci fosse molta roba buona in quel periodo che non era necessariamente evidente qui in Europa. Quello accadeva in America, poiché stava facendo tanti spettacoli là e i notiziari britannici riportavano tutto in maniera molto critica. Sembrava che avesse perso la testa ed è stato l’unico periodo in cui ho iniziato ad avere dei dubbi su di lui. Questo prima che scrivessi il libro. Dubbi solo come fan. Mi piaceva la musica, ma ero scoraggiato; inizialmente non l’ho comprato: penso che The Gold Experience sia stato il primo album che non ho comprato appena è uscito e poi l’ho sentito a casa di qualcun altro, che è piuttosto insolito per me. E poi: eccolo lì era fantastico, sorprendente e mi chiesi perché non ne sapevamo niente? Gli amici non lo avevano sentito. Il suo profilo era al minimo storico. La gente non lo capiva.

Fu un errore litigare con la Warner?

Se si guarda alla sua carriera io penso che si possa dire, lo dico nel libro, che il contratto con la Warner che lui ha lasciato scadere prima del tempo, è stato un cattivo contratto. Anche il modo in cui apertamente lo gonfiava e lo sventolava. Tutto quello che voleva era lo stesso contratto di Madonna. Fecero un contratto molto significativo, ma era tutto fumo e niente arrosto; era una cosa del tipo tu vendi questo numero di copie, e otterrai tot milioni. Se farai questo avrai un anticipo più grosso nel prossimo album. Il contratto non era buono come sembrava. In parte è il motivo per cui voleva tirarsene fuori. Lui aveva un’idea: era buono sulla carta per attirare i riflettori, ma in realtà si è rivelato non essere così buono come lui sperava. E penso che liberarsi di tutte le persone che gli stavano attorno al tempo è stato un errore perché aveva davvero un bel gruppo di collaboratori. Non è stato creativamente il suo momento più alto, ma commercialmente è stato piuttosto fortunato e ha contribuito a rimetterlo in carreggiata. Solo più tardi ha cominciato ad avere problemi. Sì, ci sono state cattive decisioni. Il suo talento ha dimostrato che c’era sempre della roba buona che usciva fuori. Oddio, alcuni degli album di quel periodo non erano tanto buoni, ma contenevano canzoni fantastiche: era parte della sua vita. Confrontiamo la vicenda di Prince e la Warner con artisti dello stesso calibro. Prendi Bob Dylan che è rimasto sempre con la Columbia e ha attraversato i suoi problemi negli anni ’80, ma per lui è andato tutto bene e non ha avuto conseguenze. O Neil Young che ha avuto problemi con un’etichetta che lo ha querelato per aver fatto un album non presentabile. Con Prince avremmo preferito che fosse tornato alla Warner o a un’altra etichetta. Guardando a quel periodo la cosa che si può dire è che molta della sua musica non ha raggiunto un pubblico così vasto come avrebbe dovuto; ha perso molti fans in quel periodo. Quelli che sono rimasti si sono appassionati ancora di più, questo è il lato positivo; la sua musica non era inascoltata, l’hanno ascoltata i fans, ma tutti gli altri non l’hanno sentita: le vendite erano bassissime. Penso che non abbia ottenuto di nuovo il grande successo di vendite fino a Musicology, Rave non è stato un grande successo commerciale in termini di vendite e penso che sia passato parecchio prima che di tornare ai suoi soliti livelli.

Ho ancora un paio di domande per te. Posso andare avanti?

Certo

Hai fatto un sacco di interviste per il tuo libro. Con chi vorresti parlare ancora oggi?

Ne hai citate tre che sono molto interessanti: Wendy, Lisa e Susanna. Ma penso che la persona con cui davvero vorrei parlare più a lungo sia Eric Leeds, perchè sono riuscito ad intervistarlo solo tramite internet ed era molto abbottonato. Alan Leeds, suo fratello, era molto più aperto e penso di aver ottenuto da lui tutto quello che potevo. Se riparlassi con Eric, non so se sarebbe più aperto. Credo che a un certo punto della sua vita potrebbe essere disposto a raccontare l’intera storia. Teneva dei diari. Penso che questo sia il tipo di materiale interessante e denso di informazioni. La questione è: Wendy e Lisa e Susanna, hai ragione, sono musiciste estremamente intelligenti e brillanti, Wendy è fantastica, ma ci sono molti musicisti che possono dire tanto e che ricordano tutta la storia quando parli con loro. Ci sono altre persone che intervisti, persino ingegneri, che non ricordano ma che dovrebbero ricordare. Non tirerai fuori molto da loro. C’è bisogno di persone che possono dirti cose che non sai o che ti raccontino quello che altre persone non ti hanno detto. Penso che questo sarebbe davvero il non-plus-ultra.

Eric era di grande ispirazione per Prince

Infatti. Loro hanno trascorso molto tempo insieme. Suo fratello Alan mi ha detto che Eric era un musicista sofisticato e che Prince lo ascoltava. Voleva avere conversazioni con lui e parlava con lui di musica in un modo in cui non faceva necessariamente con altre persone. È interessante che dopo la sua morte siano usciti alcuni articoli con altri membri della New Power Generation della metà degli anni ’90 e non mi dispiacerebbe parlare con loro perché non mi hanno voluto parlare all’epoca del libro.

Pensi che prima non ti avessero parlato a causa del contratto che Prince faceva firmare loro?

Sì, questa cosa è uscita spesso mentre stavo scrivendo il libro. Dopo che ho parlato con Wendy e Lisa è uscito un articolo sulla rivista Spin dove Prince era in copertina; era un articolo (penso) su Purple Rain. Ho capito che Prince fosse piuttosto sconvolto al pensiero che loro fossero riusciti ad avere la sua faccia in copertina senza parlare con lui. E del fatto che parlavano della musica che aveva fatto in passato e non di quello che avrebbe fatto in futuro. Dopodiché penso ci furono minacce legali a questo riguardo e verso queste persone. Ci sono state molte persone che hanno firmato quel documento, non potevano o non volevano parlare, perciò penso che sia proprio così e penso che ci siano persone che…

Vedo che ne soffri pure tu

Guarda, è una questione complicata, perché da un lato vorresti che le persone attorno a Prince fossero state leali verso di lui, e noi possiamo capirlo, ma anche come scrittore ho il diritto di ascoltare. Non stavo cercando materiale da sfruttare, cercavo di scoprire di più della storia, perciò volevo che le persone parlassero e lo facevo nel modo più rispettoso possibile. C’è sempre quel conflitto tra Prince, che non vuole che niente esca fuori persino a discapito della sua carriera e della sua musica e tutto il resto, e il desiderio di uno scrittore, io o chiunque altro, di scoprire di più. Non stiamo cercando di uccidere il mistero o di ridurlo, stiamo solo cercando di scoprire di più. Ne vuoi sempre di più. Questa è stata la ragione per cui ho iniziato a scrivere il libro. Da bambino, da adolescente non riuscivo a capire cosa fosse successo tra Sign o’ the times, Love sexy e poi Batman e Graffiti Bridge.

Aveva sconvolto tutti quel cambiamento

C’era un buco nero; guardando quel passaggio e anche quelli dei bootlegs pensavo: c’è un cambiamento radicale in atto qui e non lo capisco, non capisco come è andato da un album all’altro. Quando ho iniziato a scrivere il libro ho capito che c’erano così tanti cambiamenti radicali perché la musica di alcuni periodi veniva da altri progetti o veniva da tempi precedenti. Lovesexy è stato realizzato in un’unica esplosione concentrata, in modo simile il Black Album. Con Batman, con Graffiti Bridge lui stava andando a ripescare nel Vault combinando con roba nuova e poi iniziava a rendersene conto. Insomma, questa è una storia incredibilmente complicata e ci sono sempre strati sopra quello che vedi e poi altri strati. Ci sono tanti misteri da esplorare e questo mi ha portato a scrivere il libro.

Cos’altro ti ha spinto a scrivere?

Riflettevo sulla questione estetica; la maggior parte dei musicisti, quando si guarda alle loro carriere, sono molto lineari, c’è il momento in cui hanno registrato quell’album che ha quel suono, c’era quel periodo nelle loro vite in cui si sono sposati, sono cresciuti e poi hanno divorziato. Poi c’è l’album di rottura. Si vede chiaramente quello che sta succedendo. Ma con Prince no. Lui stava seminando indizi. Ancora dopo tutto questo tempo, dopo tutta la ricerca che ho messo in campo, ci sono ancora elementi che sono misteriosi. Pensi solo: perché se ne è uscito con quella canzone? da dove è venuta quella canzone? perché ha citato improvvisamente quell’indirizzo? Ecco perché era brillante e non sembra nemmeno che lo facesse apposta, sembra che questo semplicemente succedesse, che gli accadesse naturalmente.

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Grazie a Marica per la traduzione in italiano.

Vinile: Breakdance Original Motion Picture Soundtrack

siamo nel 1984, un bel salto indietro per un album in vinile dominato dalle batterie elettroniche più in voga dell’epoca (Roland TR-808 e Linn LM-1); ostentato sopratutto con il clap. le persone ti chiederanno se sono tornati gli anni ottanta. 10 brani per raccontare la storia di una ballerina jazz e due breakdancer, pare questi i protagonisti del film Breakin o Breakdance che non ho mai visto. eppure per qualche caso della vita il vinile è finito nel mio archivio. poco male, perché contiene un paio di gioielli: 99 1/2 cantata da Carol Lynn Townes e Ain’t Nobody con Rufus e Chaka Khan. il resto è un lungo brano da discoteca. qualità del vinile quasi perfetta perché mai suonato.


a me non fa paura nulla, ma se vi passasse la voglia di suonare questo disco in una festa vi potrebbe capitare di avere delle grosse soddisfazioni. io dopo un paio di brani (nel lato B) pensavo di avere ritrovato i jeans elcharro e le timberland e Fantastico 7 con la Cuccarini. aargh, ho quasi 50 anni…

qualche brano arriva da ollie and jerry (che suona tanto tom and jerry), due cantanti piuttosto famosi negli anni 80 che raggiunsero la fama e la top 10 proprio con il brano Breakin’… There’s No Stopping Us, che apre il disco. il disco si ascolta con piacere, ma guadagna spazio dopo qualche tempo, mentre il primo ascolto sembra complicato da suoni e armonie lontane dal nostro quotidiano. il lato 2 soprattutto mi sembra più curato e degno di qualche recensione più attenta, grazie all’ospitata del brano con Chaka Khan, che ha meritato molte cover nel tempo e all’ottimo Cut It di Re-Flex, simil Depeche Mode

ecco il trailer.

Infine, da sottolineare un paio di brani (semi) strumentali come Showdown di Ollie And Jerry che impreziosiscono di ricerca l’album e potrebbero servire da esempio per qualche brillante arrangiatore che oggi si vuole rifare agli anni 80 (c’è sempre qualcuno che si fa e si rifà…)

prossimo vinile: colonna sonora del film Staying Alive

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John Blackwell

poche ore fa, è morto John Blackwell, il più grande batterista che abbia visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie.

aveva 43 anni e da qualche tempo stava lottando con un tumore al cervello.

ho amato il ritmo di John dal primo momento che l’ho sentito. era il 2001 e Prince registrava con lui un album completo: The Rainbow Children; l’album vedeva come protagonisti principalmente Prince e John Blackwell. incrociammo dal vivo il suo ritmo il 31 ottobre dell’anno successivo quando John seguì Prince per il tour che toccò Milano. e ancora nel 2009 a Montreux John, con Renato Neto e Rhonda Smith, era al fianco di Prince per una notte di musica fantastica.

John era l’anima del ritmo per Prince. a differenza di altri batteristi di Prince (francamente mediocri) John era in grado di inventarlo il ritmo, lo dominava, lo gestiva.

questo era evidente quando lo si vedeva dal vivo e fu proprio John in un intervista a suggerirlo

dimmi qualcosa a proposito del lavorare con Prince per il suo ultimo album “The Rainbow Children”

ti racconto come è venuto fuori il ritmo per una canzone chiamata “Everywhere”. stavo provando la mia batteria e il tecnico del suono stava cercando di ottenere un buon suono con i microfoni. mi hanno detto: “basta con il rullante” e qualcos’altro tipo “abbiamo piazzato tutti i microfoni. ora suona tutta la batteria così cerchiamo di ottenere un buon mix” a quel punto mi sono messo a fare del casino con un ritmo, era molto veloce, un cosa latina che potresti aspettarti da Dennis Chambers o Billy Cobham e i tecnici mi dicevano “continua così”. sono tornato il giorno dopo nello studio e quel ritmo era diventata una canzone. c’era una melodia, una voce e  un coro. ed era bellissima; non avevo idea di cosa stava succedendo.

ascolta qui sotto Everywhere

potenza, intelligenza e sincerità della musica di John Blackwell: istinto.

dopo che Prince passò alla 3rdeyegirl, John era un po’ uscito dai radar e la cosa (onestamente) mi stava sui coglioni, così cominciai a seguire John su twitter per capire se aveva qualche occasione di venire in italia con un altro artista. per qualche motivo che non ricordo lui cominciò a fare lo stesso con il mio account twitter. fu un bellissimo shock; era il mio primo collegamento con un musicista di Prince.

poi successe questo

la mattina del 21 aprile 2016. alle 4.06 del mattino dall’account di John mi arrivarono 3 messaggi, che, in italiano e in inglese, mi dicevano: Ciao! Sono John, che hai detto, do you want me to play with your band? Quando? Dove? Grazie aspetto la sua risposta.

John Blackwell Jr voleva suonare con me? ancora intontito, mi svegliai con l’eccitazione di un sogno che si avvera e gli risposi: we can jam at Paisley Park?! What you think?

passata qualche ora di fuso orario John mi chiese: is your band going on tour and you need a drummer, or you need a drummer to record more songs?

intontito dalla proposta non feci in tempo a mettere insieme una risposta che arrivò la morte di Prince.

scrissi un ultimo: I’m so sad, John

e lui mi rispose: Thank you

John Blackwell Jr è stato un grandissimo batterista. univa la tecnica ad una dinamica precisa. era bello da vedere suonare i tamburi, così come il suo ritmo che diventava una fantasiosa melodia.

John suonava una batteria semplice, con pochi tamburi.

quando sei bravo non hai bisogno di mostrarlo, gli altri lo ascoltano.

Chi gestisce il Vault di Prince?

È uno strano weekend; l’ascolto di Purple Rain Deluxe (per ora solo l’originale con rimaster) che così mi aveva entusiasmato non mi dato molta emozione. Il lavoro di rielaborazione fatto “sotto la supervisione” di Prince (overseen by Prince in inglese nei crediti) è sembrato poco ispirato. D’altronde bisognerebbe ascoltare il missato originale per poter dare un giudizio concreto; si rischia di scontrarsi con giudizi e gusti personali.

La pubblicazione di Purple Rain è però l’occasione per ragionare sulla gestione della musica di Prince; anche Jay Z ha voluto dire la sua inserendo in un strofa del suo nuovo album un riferimento proprio a Prince e all’avvocato Londell McMillan che all’inizio aveva gestito gli interessi degli eredi nella proprietà (adesso ho perso il conto delle varie discussioni). Secondo Jay Z, McMillan avrebbe tradito i desideri di Prince sfruttandone economicamente la musica o vendendo biglietti per andare a casa sua (Paisley Park?).

Jay Z non ha una visione asettica della situazione visto che Prince aveva dato in esclusiva al servizio di streaming musicale Tidal di proprietà di Jay Z, tutto il suo catalogo mentre da qualche mese parte del catalogo (il periodo Warner) è disponibile ovunque a partire da Spotify. A prescindere da questo, i 6 fratelli e sorelle di Prince (eredi secondo il giudice) sembrano persi nell’industria discografica e starebbero affrontando una situazione inquinata dall’assenza del testamento affidandosi a 2 manager (un avvocato e un discografico) che prima di tutto devono far fronte a onerosi impegni finanziari. Si parla di un patrimonio valutato intorno ai 200 milioni di dollari che verrebbe dimezzato dopo il pagamento delle tasse.

Diamo per acquisito che non c’è nulla da fare con le tasse: bisogna sfruttare velocemente la musica e il personaggio Prince senza che ci si dimentichi di lui per far uscire da qualche parte i soldi che lui invece raccoglieva in 4 e 4 8, organizzando concerti dal vivo. Ma c’è dall’altro. Continue Reading

Vinile: Queen Jazz

da piccolo sono stato fortemente influenzato dalla musica che si ascoltava per casa. e – in qualche maniera – la musica che girava era proibita per me. in casa mia c’era un discreto divieto di professare le proprie attitudini. e/o di accedere a quelle degli altri. un po’ paradossale tutto questo? visto quello che ne è venuto fuori viene il dubbio che da qualche parte una crepa si fosse creata. l’album in vinile che presento questa settimana rappresenta tutto questo per me. si tratta di Jazz dei Queen. quando di nascosto ascoltavo la musica degli altri, cosa che per me era vietatissima uno dei miei album preferiti era questo dei Queen. il tutto insaporito dalla foto delle ragazze nude sulle bici.

con Jazz la band inglese si spostava a registrare tra Montreux e Nizza per motivi fiscali. il lavoro che ne esce è un album di un gruppo coeso. supportato da un rock-n-roll a volte sinfonico e sublime e dalla voce di Freddy Mercury, l’album scorre sicuro sul vinile in mio possesso. viene da dire che canzoni di questo spessore se ne sentono raramente oggi. l’album parte con Mustapha, un brano che sarebbe (credo) difficile da pubblicare oggi. Fat Bottomed Girls segue con i suoi riff di chitarra. Jealousy è la prima canzone che riconosco; un pop che a me sembra ispirata dal (migliore) Billy Joel, così come gli altri spunti pop di in only seven days, leaving home ain’t easy o don’t stop me now. mentre Bicycle Race contiene tutta la forza di cambio di direzione dei Queen nel durante (ispirando persino la foto interna alla busta con un centinaio di ragazze nude sui sellini di altrettante bici). un attimo di respiro torna con In Only Seven Days seguita dallo swing di dreamer’s ball. quando è il momento di ricordare che siamo (ancora) negli 70 arriva il funk di Fun It.

prossimo vinile: colonna sonora del film Breakdance

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il tutorial di Lorde (?)

una delle voci più interessanti della musica degli ultimi anni è sicuramente Lorde (pron. Lord)

la cantante neozelandese è esplosa qualche anno fato con un brano perfetto: Royals

grazie a questo successo Lorde ha raggiunto picchi alti: “La celebre rivista Time l’ha inclusa tra i teenager più influenti del 2013 e, nell’anno successivo, è stata inserita anche nella medesima classifica stilata da Forbes” così dice wikipedia. a parte questi successi effimeri, Ella Marija Lani Yelich-O’Connor si è guadagnata anche una medaglia di bronzo delle olimpiadi.

tornando alla musica, il suo brano Royals ha delle caratteristiche per essere ritenuto perfetto:

  • il minimalismo della ritmica
  • le differenti melodie (ad arco) che si succedono (forse il punto più importante di questa lista)
  • la voce rotta dall’incoscienza di Lorde
  • la linea di basso a supporto dell’inciso
  • il synth sincopato

il testo, secondo quanto scritto da wikipedia, criticherebbe la vita degli artisti hip-hop. questa la (mia) traduzione in italiano

Non ho mai visto un diamante nella carne
Nei film ho tagliato i denti su anelli di nozze
E non sono fiero del mio indirizzo, nella città strappata
Nessun
invidia del
codice postale
Ma ogni canzone è come denti d’oro, Gray Goose, scatenato nel bagno
Macchie di sangue, abiti da sfera, spogliando la camera d’albergo
Non ci importa, stiamo guidando la Cadillac nei nostri sogni
Ma tutti sono come Cristal, Maybach, diamanti sul tuo orologio
Aerei jet, isole, tigri su un guinzaglio d’oro
Non ci importa, non siamo intrappolati nella tua relazione d’amore
e noi non saremo mai dei reali
Non funziona nel nostro sangue
Quel tipo di lusso è proprio per noi
Noi desideriamo un diverso tipo di sballo
Non sono il tuo governatore, puoi chiamarmi la Regina B
E il bambino che regnerò (che regnerò che regnerò che regnerò)
Lasciami vivere quella fantasia
Miei cari

figlia di una poetessa, che l’ha introdotta alla lettura da piccolissima, Lorde usa metafore e immagini nel suo testo. se noi italiani rimaniamo in un primo momento incantati dalla voce, leggendo il testo ci accorgiamo della profondità delle liriche.

ora, se prendiamo questo piccolo tutorial e lo riapplichiamo possiamo ricostruire il successo di Lorde? non è detto. e se lo stesso tutorial lo riprende Lorde può ottenere lo stesso successo? ancora, non è detto. ma il nuovo album Melodrama parte con un singolo davvero promettente: Green Light.

Vinile: PFM Live in U.S.A.

Live in U.S.A. è un album del 1974 della PFM; l’ho scovato dalla cantina genitoriale. la copertina si trova in condizioni pietose (segno di un uso continuo e sfrenato). l’ho ascoltato per una settimana, nel tempo libero, nei momenti fuori dal lavoro e due/3 cose le ho da dire. l’album, come scritto sulla copertina, è stato registrato in due concerti estivi, a toronto e a new york. nel primo lato 4 brani e due nel secondo. un primo lato melodico/pop, ancorato allo stile mogol/battisti, allora la PFM pubblicava sotto l’etichetta Numero Uno del duo. il secondo lato è improvvisazione, strumentale e frank zappa. è questo il lato più interessante.

Vinile: PFM live in U.S.A. Recensione link in bio #pfm #vinile #vinyl #vinylmania #vinyladdict

Un post condiviso da Italian Jam (@theitalianjam) in data:

dopo più 40 anni di distanza l’album suona ancora divinamente; l’integrazione della band è perfetta, e pure la voce indecisa di cioccio fa bene la sua parte. le influenze musicali, cinematografiche e strumentali dell’epoca si sentono tutte. sintetizzatori e rock progressivo. il lungo secondo tempo strumentale deve avere trasportato il pubblico a scoprire una suono mediterraneo, ma a me rimane soprattutto lo spirito operistico con il violino di mauro pagani e lo spirito zigano della chitarra di mussida (l’unico punto dove il vinile salta…). il disco pubblicato con il titolo Cook negli Usa finì nella classifica di billboard e fu (forse) l’unico vero successo di rock italiano in terra USA.

se siete finiti su questa pagina, magari siete fan della PFM e di mauro pagani? allora dove leggere il libro del musicista bresciano. s’intitola Foto di gruppo con chitarrista ed è un viaggio nella vita musicale di Pagani. L’ho letto alcuni anni fa, un po’ per noia perché al mare non mi piaceva quello che mi ero portato e in una bancarella l’ho trovato per due lire. nel libro Pagani accenna anche al tour americano della PFM e racconta trasversalmente tutta la vita di un musicista tra la fine degli anni 60 e l’inizio del 70. davvero bello.

ecco uno che vorrei incontrare nella mia vita è Mauro Pagani. ce la farò?

prossimo vinile: Jazz dei Queen

Il Film The Wall di Roger Waters

ho visto il film del concerto The Wall di Roger Waters. un lavoro impressionante. il Waters riprone la propria musica in un concerto che lascia senza parole per la sua grandiosità e l’impegno. una produzione che rimane impensabile per le nostre latitudini; l’inglese permette a un’opera di questo genere di diffondersi in tutto il mondo. è forse grazie a questo che un poeta visionario come l’ex Pink Floyd può costruire e spendere così tanto. il palco deve essere stato lungo 200 metri. il muro del titolo che lentamente si costruisce tra il pubblico e la band nella prima parte del concerto, offre lo spazio a immagini, animazioni e effetti speciali sincronizzati con la musica, con i musicisti che spesso lasciano spazio alla drammaticità e coinvolgendo i giovani delle prime file. Roger Waters con la sua faccia da Richard Gere è perfetto. lo spettacolo è una completa integrazione tra musica e immagini, teatro e cinema, animazione e fotografia. la registrazione è di una qualità eccelsa, con un dolby surround ben sfruttato, mentre il video del concerto misteriosamente non sembra disturbato da flash di cellulare.

Roger Waters parla grazie alla splendida musica di rock sinfonico che ha nel repertorio, ma anche per il suo passato; il padre e il nonno del Waters morirono rispettivamente nella seconda e nella prima guerra mondiale lasciando i loro figli piccolissimi. è solo così che un autore parla di qualcosa che conosce bene. mentre il concerto si divide tra musica dal vivo e musical, il film è contemporaneamente un documentario che accompagna il Waters nel visitare i luoghi dove sono morti i suoi parenti, tra Francia e Italia. e non si dimenticano i caduti di tutte le guerre; il primo  brano viene accompagnato dalle immagini di caduti in guerra in attacchi terroristici; si parte dal padre ma si arriva ai morti degli ultimi anni. Per dire c’è anche Olof Palme il pm svedese morto nel 1985.

un concerto imperdibile per chiunque voglia raccontare storie con le canzoni. Roger Waters rappresenta un’ideologia precisa che nel tempo diventa un suo marchio di fabbrica.

qui sotto riporto l’intervista che il formigli di piazzapulita su la7 gli fa per l’uscita del film su dvd, pochi giorni dopo gli attentati di parigi del 2015.

(spoiler alert: il giornalista dice che Roger Waters è americano, mentre è nato nel Regno Unito)

Link: wikipediaimbd

19 – inventarsi la vita

mi rendo conto che nel 2017 non avevo ancora pubblicato alcuna playlist, come se avessi finito le ispirazioni. e invece su spotify continuavo a raccogliere nuova musica. approfitto di questo weekend lungo per fare un po’ di ordine. sono arrivato alla playlist numero 19; le prime playlist avevano anche un titolo, come la 6 che, in onore di un certo presidente del consiglio avevo intitolato “interdizione dai pubblici uffici” (giugno 2013). per ascoltare e vedere le altre playlist clicca qui.

ecco la numero di 19

  1. Kungs vs Cookin’ on 3 Burners – This Girl
  2. PCH (Pacific Coast Highway) – Golden West
  3. The Undertones – Teenage Kicks
  4. Low – No Comprende
  5. Gabriel O Pensador, Lulu Santos – Astronauta
  6. Strand of Oaks – Radio Kids (Official Video)
  7. Lizzo: ‘Worship’ SXSW 2017
  8. The Shins – Dead Alive
  9. St. Vincent – Digital Witness
  10. New Order – Round & Round-94

solo una nota a margine, il brano Astronauta (#5) l’ho scoperto durante la trasmissione di ieri di “Pionieri – Inventarsi la vita” su Radio Popolare. durante la sua ora di trasmissione il conduttore Giampiero Kesten presenta un esempio di qualcuno che si è inventato un lavoro. spesso (quasi sempre) sono ragazzi che si stanno cimentando in imprese importanti; qualcuno lavora con il bambù oppure c’è chi gira per Milano con l’ape per vendere cibo romano in strada (apecesare.it). è una trasmissione interessante perché associano il racconto imprenditoriale appena presentato, la storia della filosofia.

tra una valanga di cose inutili che si vedono e si sentono in giro, direi che il Kesten e la sua ora di trasmissione sono un’oasi d’ispirazione. in qualche maniera, dedico questa playlist di giugno a lui e a tutti quelli che cercano di creare qualcosa di nuovo.

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touring’s boring: il vlog di mike stud

ciò che mi ripeto è che devo dimenticarmi le regole del passato. e così m’imbatto nel vlog di mike stud, hiphop rapper’mericano. vlog sta per blog (diario?) fatto di video. è su youtube e si chiama touring’s boring – che suona tipo noia da tour – e che ironicamente è tutto tranne che una noia. sia per chi è in tour, che per chi lo guarda. brevi fiction, live sul palco, esseri umani in gran forma e un buon rap minimalista. il tutto è ben rappresentato. sono puntate da 10 minuti o un quarto d’ora, passano in fretta e fanno il classico effetto ciliegia.

alcune riflessioni

le donne mostrano bocce pixelate o si lanciano in baci saffici (pure quelli pixelati) e i ragazzi si sfidano a botte di liquore “a collo”. ritmo incalzante, molti montaggi veloci e tanta musica. in più si parte da LA per girare per gli usa, cosa che male non fa, ma quella che “ha votato per trump”, come si dice adesso. cioè la provincia che non si vede mai. l’ultimo video che ho visto era girato nel midwest, tipo in nord dakota. ovunque vanno, cmq, le belle ragazze del posto le trovano. quest’ultima trovata mi sa tanto di finzione.

ma finzione o non finzione, la cosa funziona. finzione che funziona?

il tutto lo trovate qui: www.youtube.com/user/MikeStudMusic

evito eventuali paragoni con operazioni simili italiote o europee, ma se qualcuno le conosce me le segnali nei commenti. gracias

Kandinskji al Mudec di Milano

fino al 9 luglio al Mudec di Milano c’è la mostra su Kandinskji (qui il link). non sapevo nulla del pittore russo e per questo ho detto di sì quando mi è stata proposta la visita.

ho scoperto così un personaggio davvero particolare. anche se borghese, la vita di Kandinskji non è proprio tra le più tranquille, per esempio a 32 anni lascia il lavoro di avvocato, e di conseguenza viene lasciato dalla moglie, e torna a scuola con ragazzi di 12anni per fare l’artista. l’esposizione di Milano parte dallo studio dell’etnografia e di come l’ha ispirato. poi si ripercorre il primo periodo  sfiorandone l’espressionismo che l’ha reso famoso.

i quadri mi hanno affascinato, ma soprattutto hanno parlato una lingua che conosco quando hanno affrontato il rapporto tra l’artista russo e la musica: per Kandinskji i colori avevano (o hanno) la forza di mandare messaggi e quando chiude gli occhi per ascoltare la musica del Lohengrin di Wagner vede colori che diventeranno i suo quadri. la sinestesia?

nel suo trattato “lo spirituale nell’arte” (presente anche su Amazon) confronta il pittore al pianista: la corda del pianoforte è l’anima legata al colore.

Kandinskji lascia allo spettatore la massima libertà: chi guarda un suo quadro può decidere come farlo, e non sempre partendo dal centro. e quando la fotografia arriva nel mondo dell’arte, Kandinskji capisce che non è più obbligato a raccontare scientificamente un luogo ma usare i colori per raccontare le emozioni. la mostra a quel punto vira verso l’espressionismo: cosa c’è dentro ad un uomo? dobbiamo ascoltarci dove le cose non sono mai definite. possiamo partire da un pensiero positivo (che può essere rappresentato da un cerchio bianco) e vederlo cambiare nel tempo. i colori sono l’oasi sicura di Kandinskji, persino quando, finita la prima guerra mondiale, usa quelli che giudica più tristi o incerti come il grigio.

nota sul personaggio, osservando i suo quadri era giudicato un drogato dai suoi contemporanei, anche considerando le esperienze con l’assenzio di modigliani e picasso, ma Kandinskji era al contrario un  metodico che ripeteva sempre gli stessi gesti tutti i giorni.

la mostra di Kandinskji è un’esplosione di colori, forse incomprensibile, ma affascinante. e, cosa da non dimenticare, un’esibizione dove le opere si possono fotografare (senza usare il flash).

 

il cavaliere errante è al Mudec il bel museo delle culture in zona tortona a Milano fino al 9 luglio.

finito aprile, finto aprile e dell’essere autentico

non è un caso che il mio ultimo post era del primo aprile. aprile è un pesce di mese, che non merita nulla di buono. ora che aprile se n’è ‘ndato possiamo tornare ai fatti soliti.

sto leggendo un interessante libro, i migliori libri sono quelli che trovi per caso e questo sullo storytelling è curioso.

scrivere canzoni ha sempre qualcosa che riguarda il raccontare una storia. spesso le canzoni che amiamo di più sono quelle che ci raccontano una storia. e pure nella vita le fiabe, le favole, i film e i romanzi ci fanno bene. ci danno una morale e un insegnamento. il libro è prezioso e denso di lezioni da imparare. mentre lo leggo riporto sulla mia pagina facebook i brani più significativi. per esempio, il 2 maggio ho scritto:

Non esiste una formula magica per trovare storie adatte a essere usate: sono ovunque. Bisogna sintonizzarsi sulla “lunghezza d’onda delle storie”: tenere la mente aperta alla possibilità di raccogliere materiale utile come parte della routine quotidiana.

e questo è un vero esercizio che aiuta. come tante altre cose della vita, ho imparato che esercitarsi aiuta ad acquisire una competenza. come la pazienza. ho imparato a esercitarla e ora è parte di me. tranne quando perdo la pazienza. a quel punto vorrei avere un esercito a mia disposizione.

ma non divaghiamo. e dilaghiamo.

se vi andasse di comprare il libro, cliccate sull’immagine e sarete spediti dritti dritti su amazon. non vorrete mica iniziare proprio oggi ad andare in libreria per acquistare “racconto per il coaching”?

ora.

ho ritrovato tra le mie scartoffie una sacco di musica che ho scritto e “performato” (che verbo di merda) nel passato quando internet non esisteva. ecco perché mi sono dato il compito di pubblicarla nuovamente. perché tutti devono sapere e conoscere e ascoltare quanto fa schifo. perché io non sono andato al conservatorio; mio padre dice di essersi informato e costava troppo. ma credo sia una balla.

detto questo, il motivo vero per cui sto scrivendo questo post è perché ho letto un interessante articolo scritto dal solito Bob Lefsetz, uno con i controcoglioni. l’articolo è in-titolato authenticity (autenticità) e dice più o meno così:

tutti ‘sti influencer hanno legioni di followers. ma riguarda solo la moda, lo stile, qualcosa di evanescente, roba esteriore, che non ha alcun significato. invece bob dylan e eddie vedder hanno l’autenticità. (…) è qualcosa che tu provi veramente, è una risonanza, nel tuo profondo, quando incontri un umano, di maggior successo: una persona autentica sta prendendo le stesse decisione che tu prendi o prenderesti, o ha una maggiore esperienza e più informato e perciò puoi imparare dal suo lavoro.

ecco, io credo che in quei brani di (circa) 20 anni fa io ero/sono autentico. ecco perché ne racconterò la storia.

1996

ho riscoperto qualche cassetta analogica e qualche cassetta digitale. siamo nel 1996: io da qualche anno vivo la mia prima esperienza professionale e le soddisfazioni sono assenti. completamente. isolatamente. non sapevo fare altro. non sapevo come fare. e nessuno mi guidava. probabilmente, è stato il primo momento della mia vita dove avrei potuto morire.

#millenovecentonovantasei #1996 #dcc #digitalcompactcassette #musica #ispirazione #inspiration #music

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c’era la musica, sì la musica c’era. la facevo io, la facevano gli altri e io li ascoltavo. sono finito per andare a tanti concerti. arrivano le spice girls. arriva il funky degli articolo 31 e i jamiroquai diventano di spessore. poi Prince che cambia nome, anzi no, poi Emancipation pubblicato dalla EMI. forse l’ultimo album di successo dei Pooh (amici x sempre). io non so bene. sono confuso. la competizione che è in atto mi travolge. cerco soddisfazioni in altre cose. cerco di capire la mia identità. ma non ce la faccio. crollo. mi riprendo e crollo di nuovo. questa la musica di quei giorni.

  1. Spice Girls – Wannabe
  2. Earth Wind & Fire – Superhero
  3. Articolo 31 – Tranqi Funky
  4. Tina Turner – James Bond
  5. The Stylistics – Betcha By Golly, Wow
  6. Sheryl Crow – If It Makes You Happy
  7. Céline Dion – Falling Into You
  8. George Michael – Fast Love
  9. Prince – Dinner with Delores
  10. Pooh – Innamorati sempre innamorati mai
  11. Jamiroquai – Virtual Insanity
  12. Suzanne Vega – Birthday
  13. Pooh – Amici per sempre
  14. Mavis Staples – The Undertaker
  15. Spice Girls – Say You’ll Be There
  16. Mayte – If I Love You Tonight

Due note su queste versioni. Superhero è una collaborazione tra Prince e gli EarthWind&Fire mai sentita prima. Qui altre notizie. Celine Dion non era ancora esplosa con la colonna sonora di Titanic, ma a me piaceva già. Bella la versione a cappella dei Pooh. Tranqi Funky è il video (forse) destinato al mercato USA con una versione diversa del successo degli Articolo 31. Un po’ meno grintoso l’inciso della versione nostrana: perché non hanno portato la versione italiana in USA? Bello ritrovare le Spice Girls. E interessante notare come lasignora Beckham fosse completamente avulsa dal gruppo. A quel tempo non l’avevo mai notato. La mia preferita era cmq Melanie Brown. Ho visto Tina Turner in concerto proprio in quegli anni al forum. Lei è una forza della natura (frase classica che si dice(va) di Tina), ma il concerto era un po’ freddino per i miei gusti; me ne sono andato a metà. In-vece dell’amata versione di Prince di Betcha By Golly, Wow (che non ho trovato su youtube) ho messo l’originale dei The Stylistcs che ha una forza nella voce solista e nei cori. Forse il miglior brano del 1996. LOL Infine, Shery Crow che con If It Makes You Happy ha trovato il brano “infinito”.

Keith Haring a Milano

Negli anni 80 la popart è riuscita, a mio parere, a sfondare quel muro che separa le diverse discipline. Con la popart le differenze tra la musica, la fotografia e la pittura sono diventate sfumate. Capita ancora di vedere copertine di musicisti contemporanei ispirate dagli artisti pop, così come alcuni lavori pop partono dalla musica che li accompagnava. Uno degli artisti apprezzati in questo campo è Keith Haring, americano nato nel fortunato 1958. A Milano si sta celebrando la sua arte con una mostra densa, più di 100 lavori, e affascinante intitolata “About Art”. Ci sono stato qualche giorno fa e questo è ciò che ho visto (e capito).

Keith Haring è diventato famoso principalmente per i suoi omini, facilmente riconoscibili e interpretabili: figure stilizzate che ballano o si agitano ammalati con una grossa in X interna. Ma Keith è anche molto altro e la mostra di Milano ne rende giustizia; ne mostra il lato più oscuro, come il disturbante Walking in the rain (guardalo qui) e non dimentica la fondazione che curerà i suoi interessi dopo la morte in seguito all’AIDS nel 1990. Il tutto è splendidamente illuminato; guarda l’unica foto che ho pubblicato su Instagram, anche se non si poteva scattare, che mette bene in evidenza il risultato ottenuto.

Haring è un artista mosso da una forte critica nei confronti della televisione o delle religioni; dobbiamo pensare con la nostra testa, prima che ascoltare cosa ci dicono gli altri. Chissà cosa avrebbe da dichiarato oggi con Internet, le fake news, Trump e tutto il resto.

Tra le cose che non conoscevo di Keith Haring, il rapporto tra i suoi lavori e altri artisti come Picasso o Il Giardino delle Delizie di Bosch.  Keith Haring ha a cuore gli artisti che l’hanno preceduto e si ritiene un anello di una catena. Al contrario di quegli artisti che si ritengono importanti e che non lo sono, perché vogliono chiudere con il passato. E non solo, Haring è ben cosciente del presente e del passato della sua nazione; c’è una bellissima cartina degli Stati Uniti su una (finta?) pelle di bisonte (o bufalo?).

In definitiva, un’ottima mostra, ben organizzata, che fa apprezzare l’artista, prima che l’uomo.

La mostra si tiene a Palazzo Reale di Milano, fino al 18/6

Altre informazioni qui.

Il catalogo è in vendita su Amazon, clicca qui sotto per acquistarlo.

il libro di Mayte: la nascita del figlio

l’altra sera ho avuto la possibilità di conversare con Matt Thorne, l’autore di quella che è (secondo me) la migliore biografia su Prince. Matt ha dedicato il suo libro, scritto in 7 anni, al lato artistico di Prince. ha tralasciato, giustamente secondo me, il gossip e le relazioni di Prince. ma, nella vita Prince c’è qualcosa che ha riservato al musicista gioia e dolore, trasmesso anche nella sua musica. è la relazione tra Prince e Mayte.

Mayte sta per pubblicare, credo il 6 aprile, un libro intitolato The Most Beautiful.

la rivista americana people ha pubblicato alcuni estratti del libro di Mayte. qui sotto trovate la mia traduzione dell’articolo che parla della nascita del loro figlio:

Lui era il bambino che Prince e la moglie Mayte Garcia stavano aspettando da tanto. L’avevano chiamato Amirr (Prince in arabo), mentre era nella pancia di Mayte, e avevano ascoltato il battito del suo cuore prima della nascita. Ma il bambino nato il 16 ottobre 1996 aveva la sindrome Pfeiffer di tipo 2, una rara malattia genetica ed è sopravissuto solo per 6 giorni. (…) “Penso (che Prince) non l’abbia mai superato. Non so come gli altri ce la facciano. Io so che non ce l’ho fatta.”

Quando Mayte a 22 anni ha scoperto di essere incinta, lei e Prince erano sopraffatti dalla gioia al pensiero di crescere una famiglia nella loro casa di Paisley Park. La gravidanza andava via liscia, fino a quando un giorno ha iniziato a perdere sangue e un dottore aveva raccomandato un’amniocentesi per verificare anomalie genetiche. La procedura, aveva avvertito il dottore, rischiava un aborto spontaneo. E ancora, il dottore aveva detto: “capita che il corpo cerchi di rilasciare il feto per un motivo.” Ma Prince, dice Mayte, non era d’accordo: “mio marito ha detto: non la faremo”.

Una volta a casa, la coppia ha pregato per la sua salute. “Ti prego, benedici questo bambino” diceva Prince, mentre pregava in ginocchio: “Sappiamo che non permetterai che questo bambino sarà malato.” Ulteriori esami hanno evidenziato questi e altri problemi. L’ostetrica dopo le misurazioni ad ultrasuoni aveva detto: potrebbe esserci una forma di nanismo. “Io e mio marito ci siamo guardati e stretti nelle spalle, lui ha detto: ‘a me va bene.’ Io risi. Di tutti i problemi che ci avevano prospettato, quello era il primo che non mi spaventava.” Il dottore li aveva avvertiti delle anomalie genetiche, pericolose per la vita del bambino, consigliando nuovamente un’amniocentesi, ma Prince ha continuato a rifiutarla.

Il 16 Ottobre 1996, Mayte ha partorito il loro figlio tramite un cesareo. In un primo momento lei e Prince erano in uno stato euforico: “Non so come descrivere lo sguardo sul volto di mio marito. Gioia pura. E poi hanno preso in braccio il bambino illuminato da quelle luci crude. L’esaltazione sul volto di mio marito divenne puro terrore. La Sindrome Pfeiffer di tipo 2 è una malattia genetica che causa anomalie scheletriche e sistemiche. La fusione prematura delle ossa del cranio, porta a volte al cosiddetto ‘cranio a trifoglio,’ in cui gli occhi sono fuori dalle orbite e la fusione delle ossa delle mani e dei piedi che causa un aspetto palmato. Avrei  imparato tutto questo in seguito.

Songwriting: come vincere la crisi del foglio bianco con la top 5

nel tempo sto mettendo insieme un po’ di regole sull’arte dello scrivere canzoni, per cui mi piacerebbe condividere un paio di cose che ho imparato e che poi ho messo in pratica, male.

la prima cosa che mi è servita molto, è una piccola astuzia per vincere la crisi del foglio bianco. spesso, infatti, capita che ti trovi davanti alla tastiera, vorresti mantenere una certa regolarità nello scrivere canzoni e cerchi di non perdere la battaglia contro la pigrizia invincibile (© mondi immaginari). e non hai idee.

applicando una buona dose di disciplina, la soluzione è sfruttare e/o lasciarsi ispirare da ciò che già è stato pubblicato.

per avere qualcosa da cui partire, è sempre una buona cosa tenersi un elenco di brani d’ispirazione. faccio un esempio classico: satisfaction dei rolling stones. potete amarli o odiarli, ma il riff di chitarra e la melodia semplice e rock sono alla base di molta musica. però, per non essere sempre ispirati dallo stesso brano, l’idea è quella di tenersi da parte una top 5; 5 (e non più di 5) brani che contemporaneamente ci assomigliano e ci sfidano.

una volta che uno di questi 5 brani ci ha ispirato qualcosa, allora è il momento di toglierlo dalla classifica per farne entrare un altro.

la mia attuale top 5 è la seguente

  1. Robbie Williams – Hot Fudge
  2. The Head and the Heart – Rivers and Roads
  3. Scotty McCreery – Feelin’ It
  4. Lucio Battisti – La Collina Dei Ciliegi
  5. The Artist formerly known as Prince – Dolphin

in conclusione, quando vi passa tra le mani (o le orecchie) un brano che potrebbe ispirarvi non lasciatelo scappare, infilatelo in una playlist (su spotify o su youtube); prima o poi vi tornerà utile.

Pooh 1971 – 1975

smanettando* su spotify e a quasi un mese dall’addio dei pooh, ho preparato una nuova playlist con i migliori brani del primo periodo dei Pooh. ho ripreso gli album dal 71 al 75 (opera prima, alessandra, parsifal, un po’ del nostro tempo migliore e forse ancora poesia). da lì ho messo insieme quei brani più importanti (per me). non ci sono i grandi o meno grandi successi (tipo noi due nel mondo e nell’anima). non ci sono i classici (parsifal). ci sono quei brani più concreti, più ispirati e che rendono quegli album insostituibili nei miei ricordi. 14 bellissimi brani, che ho potuto riascoltare, riscoprire e amare ancora. ho messo uno dopo l’altro Oceano e Dialoghi, i primi due sfoghi cittadini di Valerio Negrini. il sesso romantico di Fantasia e l’avventura di Peter Jr. (unico brano di Forse Ancora Poesia). e, per finire, la voce rock di Valerio Negrini in Tutto alla Tre.

come al solito, la playlist la si può ascoltare con youtube. perché non ti iscrivi al mio canale youtube?

  1. Quando una Lei Va Via (Alessandra)
  2. Solo cari ricordi (Parsifal)
  3. Donna al Buio, Bambina al Sole (Alessandra)
  4. La Locanda (Parsifal)
  5. Il primo e l’ultimo uomo (Opera Prima)
  6. Come Si Fa (Parsifal)
  7. Oceano (Un po’ del nostro tempo migliore)
  8. Dialoghi (Parsifal)
  9. Fantasia (Un po’ del nostro tempo migliore)
  10. Lei E Lei (Parsifal)
  11. 1966 (Un po’ del nostro tempo migliore)
  12. Peter Jr (Forse Ancora Poesia)
  13. Orient Express (Un po’ del nostro tempo migliore)
  14. Tutto Alle Tre (Opera Prima)

* smanettando è una brutta parola…!

Playlist 17

Eccola la playlist number 17 che ci porta dritti dritti nel 2017. Auguri!

  1. Regina Spektor – Small Bill$
  2. Dua Lipa – Blow Your Mind (Mwah)
  3. Meg Myers – Lemon Eyes
  4. Låpsley – Hurt Me
  5. Boots – Aquaria ft. Deradoorian
  6. Faul – Something New
  7. Jason Derulo – Cheyenne
  8. Alessandra Machella – Invisibile
  9. New Order – Tutti Frutti
  10. Esperanza Spalding – I Can’t Help It
  11. Chvrches – Bury It ft. Hayley Williams
  12. Jason Derulo – Kiss The Sky
  13. Idina Menzel – I See You

Grinta!

lo scrivo con tutta la forza possibile: nella vita ci vuole GRINTA! e ve lo dice uno che non ha raggiunto il suo obiettivo…

guardate questo video, l’ho preso da ted dove Angela Lee Duckworth ci racconta come nella vita quello che serve per avere successo è la GRINTA!

il resto ve lo spiega lei

e se vi interessa c’è anche il suo libro in inglese:

prendiamo uno che conosco, tipo Prince. ecco la forza di Prince è stata quella di sapere raccogliere e imparare dagli altri. voleva uscire da quel ghetto che era North Minneapolis e diventare qualcuno. e così, un pezzetto alla volta, imparava da chi girava intorno a lui. prima l’insegnante a scuola, poi il compagno che suonava il basso, poi il batterista e così via. mettendo insieme tutte queste lezioni è diventato Prince.

ora, non che io non creda al talento, ma credo molto di più nell’impegno.

anche il mitico mogol, ospite di radio radicale nella puntata del 4 dicembre di media e dintorni (ascolta qui al minuto 22 circa), dice:

non si può diventare grandi se non si è assorbito dai grandi. non è come dicono, che uno nasce con il talento, tutto balle, la cultura è la capacità di assorbire tutti gli altri, perché noi siamo DNA più ambiente. l’ambiente ci condiziona, se vogliamo cambiare dobbiamo cambiare l’ambiente. noi assorbiamo dall’ambiente, da tutto l’ambiente. l’ambiente è più importante del DNA.

chiaro?

Il Libro di Morgan di Marco Castoldi (la mia recensione)

già mi è capitato di parlare (auto)biografie, che qualche cosa da insegnare spesso ce l’hanno (qui parlo dell’autobiografia di D’Orazio, batterista dei Pooh) e da tempo avevo sul mio kindle il libro di Marco Castoldi o Morgan intitolato (appunto) “Il Libro di Morgan“, con sottotitolo “Io, l’amore, la musica, gli stronzi e dio“.

ecco la mia recensione

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Undateable

mi piace un sacco una serie televisiva americana, undateable.

ambientata principalmente in un bar, ha un ritmo incalzante, gli attori recitano liberamente e (sembra) senza stacchi. spesso ci sono ospiti soprattutto musicali, e che pure cantano dal vivo.

un incrocio tra teatro e televisione, libero.

purtroppo, da noi viene trasmessa in italiano e quindi appiattita dai doppiatori italiani (senza offesa)…

impossibile chiedere qualcosa del genere in italia?

Sexy MF

altra notizia su Prince, in occasione del “Record Store Day’s Black Friday 2016” (il prossimo 25 novembre) la warner pubblicherà (di nuovo) il picture disc di SexyMF a forma di simbolo in 5.000 esemplari. tutti pronti con la pecunia, mentre l’originale si trova su ebay a 300 euro!

eccovi l’originale che arriva dritto dritto dagli anni 90.

4ever Prince

la notizia è una di quelle succose. esce intorno alla fine di novembre dalla warner il primo album postumo di Prince e si tratta di un (ennesimo) greatest hits intitolato Prince 4ever. grandi successi più un brano dal vault. i brani arrivano tutti dal periodo warner, come detto, che è anche quello più riconoscibile della lunga produzione di Prince. il brano inedito è Moonbeam Levels, un gioiellino pop, con linn drums (se non sbaglio) del periodo 1999, rivisto e corretto per alla fine degli anni 80. e facilmente reperibile su youtube.

più tardi (2017?) uscirà Purple Rain rimasterizzato – forse con qualche outtakes (brani dello stesso periodo di Purple Rain e/o in qualche maniera legati al film). questa sembra essere una produzione più interessante, mentre Prince 4ever, anche se accompagnato da un libretto di foto “mai viste prima” di Herb Ritts non pare valere il prezzo. ma d’altronde fan dell’ultima ora stanno spendendo centinaia di euro solo per completare la loro raccolta di Prince e quindi il pubblico ci sarà che acquisterà il greatest hits solo per averlo.

la notizia arriva da billboard

i jovanotti che nascondono la vera musica

pochi giorni fa ha compiuto 50 anni jovanotti, che purtroppo è nostro contemporaneo;

giusto per chiarire non ho nulla contro la persona lorenzo cherubini (che non conosco), ma non mi piace il personaggio “musicale” jovanotti.

riconosco di j la fama e l’impatto nel mondo dei media; lui mette insieme la faccia alla celentano con un po’ di scopiazzature all’estero. non ho mai visto (dal vivo) un suo concerto, ma un amico che ha “pagato” per vederlo mi ha detto che è piuttosto noioso. non stento a crederlo: non è un cantante, non è un musicista, non sa scrivere testi; è il ritratto della banalità.

eppure, per il suo compleanno tutto si sono rincorsi a fargli gli auguri. persino il sole 24 ore gli ha dedicato un’analisi intitolata “Jovanotti Spa: 50 anni del dj che si fece brand (diversificando)“.

vista la crisi che sta passando il giornale della confindustria, forse in caccia di pubblicità/click, ammetto che non è una gran notizia avergli dedicato un articolo.

ho già buttato via troppo tempo nello scrivere di j, però mi rendo conto che internet (almeno in italia) ha perso molto del suo pregio che era quello di scoprire fenomeni nascosti, sconosciuti, lontani dalle masse. questo perché tutti vogliono raccogliere “lettori” o “click” e per farlo devono parlare di ciò che il pubblicò già conosce (pure io sfrutto questo filone) tipo jovanotti.

e in questo cortocircuito è diventato (quasi) impossibile scoprire nuovi fenomeni.

la nostra attenzione

non è più la stessa cosa. potete fare tutti i tributi che volete, potete creare tutti i musei che volete, potete ampliare tutte le amicizie che volete, ma senza Prince non è più la stessa cosa.

almeno, così mi sento io.

lo so, non riesco (e non sono mai riuscito) ad apprezzare i tributi (e le tribute band). amo solo le realtà vive, non le rappresentazioni delle realtà. non si può pensare che qualcuno prenda il posto di Prince e si metta a zompare sul palco fingendo di essere lui.

poi leggeremo, oh sì, i libri in uscita. l’ex moglie mayte sta già pubblicizzando il suo. e uscirà ad aprile del 2017. ci rendiamo conto?

leggeremo le recensioni. andremo a vedere i revolution in concerto quando mai saranno in europa, ma cosa significa continuare con un lutto? quanto deve durare il lutto? poi ci sono i discorsi legati alla commercializzazione del lutto; la morte è una grande forma di marketing.

il problema è che tutti vogliono le prime pagine dei giornali per poter avere la nostra attenzione. attenzione significa pubblicità e quindi guadagno.

Prince muore e chiunque possa dire (e dimostrare) che ha passato qualche minuto con lui oggi può avere l’attenzione del mondo.

mayte pubblicherà il suo libro nell’aprile del 2017, quando il mondo tornerà a parlare di Prince al primo anniversario della sua morte.

mettetela come volete, ma la storia è tutta qui: ciò per cui tutti si battono è la nostra attenzione: renzi e il suo referendum, raggi e la sua città, grillo e il suo movimento.

poi c’era Prince che otteneva la mia attenzione solo con la sua musica. non faceva altro che essere se stesso. passava decine di ore in studio, produceva musica che poi attraversava l’oceano e finiva nelle mie orecchie. non c’erano intermediari. li aveva fatti fuori tutti.

non che fosse tutto rose e fiori: i testimoni di geova, la preferenza verso Tidal, la cancellazione dei tour.

non era tutto facile, ma io ero sicuro: avevo di fronte lui. solo lui. e la sua musica.

Playlist 16

ecco la nuova playlist, influenzata da ascolti estivi e canzoni in maggiore. come al solito prediligo i ritmi funky, con degli accenni al blues. mi sembra. alcuni brani sono talmente nuovi che non è ancora pronto il video. strano. buon ascolto.

  1. Stefanie Heinzmann – No One (Can Ever Change My Mind)
  2. Julian Maier-Hauff -Not Yet Begun (feat. R0T0M0D)
  3. alt-J – Every Other Freckle
  4. Fakear – Thousand Fires
  5. Blood Orange – Augustine
  6. Jurassic 5 – Work It Out ft. Dave Matthews Band
  7. Norah Jones – Carry On
  8. Father John Misty – Real Love Baby
  9. Holidae – Darkest Shade
  10. Tove Lo – Cool Girl “Audio”