Con Prince prima veniva il battito – Intervista a Matteo Silver Surf

La mia storia con il blog Trentuno Ventuno (formerly known as Treunodueuno) è durata 10 anni. Dal 2003 al 2013. Tra alti e bassi, alla ricerca di un equilibrio insperato nel mondo di Prince, gli ultimi attimi del blog vennero segnati da miei errori, incomprensioni, troll e commenti acidi. Ero percorso da una certa disillusione; l’amore per la musica di Prince non faceva da filtro a tutte le cattiverie del mondo. Era un’utopia; la sua musica non ci faceva sentire fratelli di un unico padre. Scoprii a mie spese che ognuno voleva la torta intera dell’affetto di Prince e non una delle frittelle che Prince metteva a nostra disposizione. Tutti volevano sentirsi figli unici.

Ma non proprio tutti.

Quando si chiuse il cerchio successero un po’ di cose: il blog andò in pensione e la rabbia svanì per lasciare  spazio alla vita vera. In quel momento mi fermai a elencare nella mia testa cosa mi era rimasto di quella esperienza. Una delle cose più care (e che conservo ancora, un’eccezione nella mia vita a inbox zero) fu una mail che ricevetti da Matteo Silver Surf all’indomani del mio sfogo finale.

Oggi ho chiesto a Matteo di fare due chiacchiere su Prince. Perché, come mi disse Matt Thorne, la storia di un artista è fatta dalla sua musica ma anche dai fans e dalle loro esperienze e questa è la versione di Matteo.

Dimmi un po’ della tua storia con la musica di Prince.

L’ho visto dal vivo 2 volte, molto poco. Mi sento un fan minore, ma dall’altro lato retrospettivamente è come se mi piacesse questa vicinanza barra lontananza con lui. Mi sono fatto tatuare il suo simbolo dopo che è morto. Ho sempre odiato i tatuaggi, ma avevo bisogno di averlo nella mia vita. Poi non ho molte registrazioni dal vivo. Anche quando si potevano avere i bootleg io non li compravo. E poi non ho mai seguito il merchandising. Però posso dire che non l’ho mai ascoltato in maniera banale, Prince è la colonna sonora della mia vita, le sue canzoni sono una specie di loop della giornata, ma non conosco a memoria la sua discografia.

Non vuoi avere un approccio da collezionista. Proprio come Prince desiderava.

È vero, da un lato è una modalità di fedeltà alla sua figura. A proposito dei bootleg; non erano cose che lui produceva, che pubblicava e quindi non mi interessavano. Non sono un fan bulimico che vuole avere tutto, come sei tu.

Intorno alla metà degli anni 90 spendevo molto in bootleg, poi ho cominciato a preferire la qualità alla quantità e ho smesso.

Dalle mie parti è rimasto solo un negozio di dischi degno di questo nome. Ho visto 94th east in questo negozio. Ho già in vinile questa musica. Dopo la sua morte, avevo trovato quel disco e altri lavori dello stesso periodo. Ecco: ho quelle cose.

L’altra sera ho sentito un’intervista a Jimmy Jam e Terry Lewis, dicono che bisogna avere rispetto delle scelte dell’artista. Se Prince certe cose non le ha pubblicate un motivo c’era.

Da quando lui è morto ho visto che tu ti sei interrogato molto su questa cosa. Anch’io continuo a chiedermelo. Prince ha composto tutti i giorni della sua vita, pare. La cosa curiosa per noi era il Vault.

Cosa mi dici del Vault?

Secondo me, era un archivio per mettere dentro le cose, riprenderle, cambiare gli arrangiamenti e farle diversamente. Ho scoperto molto tempo dopo, non so se vale la stessa cosa per te, che canzoni di diversi anni prima, come We Can Fuck, che erano di anni prima, avevano un arrangiamento diverso. Anche 1000 X’s & O’s.

Esatto, era del periodo di Diamonds and Pearls

Il Vault noi lo vediamo come una teca della sua musica. Per lui era un continuo lavorio. Come i dentisti che lavorano su diversi clienti, per piccoli interventi. Un continuo lavoro. Non credo ci siano cose strabilianti dentro il Vault. Magari brani abbozzati e accennati. Magari brani finiti, ma nulla di straordinario.

Era un aggancio nei nostri confronti. Una mossa di marketing.

Una sorta di mitologia personale. Lui era troppo autoconsapevole, per avere lì dentro un’altra Purple Rain e non tirarla fuori. Sapeva valutare il valore della sua musica. Era un artista che ragionava molto sulle sue cose. La sua consapevolezza dei suoi diversi lavori mi impedisce di pensare che gli sia sfuggito qualcosa di enorme che sia finito lì dentro e che oggi miracolosamente troveremo.

Che idea ti sei fatto del modo di lavorare di Prince?

Ho sempre pensato che lui partisse dalla base ritmica nella costruzione dei suoi brani; prima della melodia veniva un battito e poi su quello elaborava la melodia e il resto. A livello di percezione, anche per le origini culturali della sua musica: nasce nella musica nera e poi scopre in ritardo alcune cose legate alla musica bianca. Ho letto che avrebbe scoperto i Beatles grazie ai Revolution prima di Around the world in a day. Mi sembra stranissimo che lui sia stato in grado di aprirsi ai Beatles così tardi, ma capisco che il suo ambiente era più quello della Motown.

Io amavo come usava la grancassa.

L’uso della grancassa è profondamente cambiato in lui. Nel decennio anni 80 e poi dopo. All’inizio era convenzionale; il Minneapolis Sound inizia con la drum machine, per esempio con 1999 dove tutte le canzoni hanno una coda strumentale molto ampia che le prolunga. Le prime battute erano proprio delle battute, prima arrivava il ritmo, poi la voce e quello che serve. Prima la drum machine delle percussioni in generale. L’idea originaria era probabilmente una pulsazione alla quale poi si aggiungeva altro.

E del periodo successivo?

L’ho sentito da un punto di vista sonoro. Tutta la musica dal 1987 in poi l’ho filtrata attraverso i suoi occhi. E come se l’arrivo di Prince nella mia vita anche da un punto di vista musicale avesse introdotto un’unità di misura sulla quale tutto il resto veniva misurato. Non ho molti ricordi di quello che ascoltavo prima. Ricordo lo sconvolgimento che mi ha procurato Sign O’ The Times, proprio con il singolo, mentre l’album ho fatto più fatica a metabolizzarlo. Era una cosa troppo alta rispetto a quella che avevo ascoltato prima. Dal giugno del 1987 l’ascolto del resto della musica mi è sempre servito per fare comparazioni con la sua musica. È come se prima non avessi avuto questa competenza.

Cosa ti piaceva del Sign O’ The Times?

Parte con un battito, iperscarno. Un brano e un album ridotti all’essenziale per la struttura delle canzoni. Sono quasi rozze nella loro costruzione, negli arrangiamenti, nella loro struttura. È il Prince più autentico. Un artista che riesce con pochissimi mezzi strumentali a costruire qualcosa che ti tocca nel profondo. Alla ritmica aggiunge la melodia, il ritornello, aggiunge del colore alla pulsazione, e il mix tra pulsazione e colore diventa un marchio riconoscibilissimo. Profondamente emotivo ed emozionante. L’esempio è If I was Your Girlfriend, che è il suo punto più alto della produzione, la cosa più eccelsa. Basso, battito e voce in falsetto. Testo interessantissimo. Profondo nella descrizione della quotidianità: genialità ma non freddamente geniale.

Allora cos’è il genio?

Difficile da dire, quella canzone tocca delle corde emozionali in me e solo dopo riesco a razionalizzare e usare l’appellativo di genio. La scomposizione che faccio io è: una melodia semplice, ma che rimane in testa. If I Was Your Girlfriend ha questa caratteristica. La melodia ha una struttura indimenticabile. Chi la ascolta, ed è un peccato che non sia tanto conosciuta, trova qualcosa che si incastra nelle cellule del cervello. Scrive profondamente di se stesso e si mette a nudo per come mi sembra di conoscerlo per le cose che ha scritto e per l’idea che mi sono fatto io su di lui. Si mette a nudo in maniera quasi imbarazzante per quanto si spoglia. Racconta una relazione, dove lui si mette nella posizione di lei. Se io fossi la tua ragazza rivolto ad una donna; all’inizio non capivo il senso di queste parole, ma sentendo solo la melodia, il suono puro, capivo l’immensità, la sua grandezza. Un uomo fragile, alto 1,54 sui tacchi, quindi non un macho, decide di dare un quadro di se stesso, mettendosi nei panni dell’altro, ribaltando i ruoli, parlando della quotidianità con quelle frasi “se ti lavassi i capelli”, “se andassimo al cinema e piangessimo assieme”. È una cosa che tutti noi proviamo in una relazione con l’altro, un microcosmo con significati universali.

Cosa succede dopo Sign O’ The Times?

Quando lui abbandona l’uso delle drum machine anni 80, c’è stato un cambiamento sonoro, ma Prince è diventato qualcos’altro negli anni 90. Prince autentico finisce con Lovesexy, dopo ho continuato a seguirlo, ma smette di essere significativo musicalmente come lo era prima. Negli ultimi anni era soprattutto un legame con musicisti veri. Una contrapposizione con chi, senza essere musicista, imitava la sua musica per ricalcare il suo stile. Ricordo in maniera nitidissima il piacere del 1987, ma ricordo la leggera delusione dal 1990 in poi, quando lui produce Graffiti Bridge.

Veniamo a oggi, ti è piaciuto Purple Rain Deluxe?

Mi è piaciuto perché alcune cose non le conoscevo. Non sapevo che Father’s song fosse una canzone e non solo un passaggio della finzione cinematografica dove suo padre la suona al piano. Non mi ero mai reso conto che era un pezzo al pianoforte, concluso in sé. La ripubblicazione di Purple Rain mi ha consentito di avere quel pezzo molto toccante. Per me era solo un passaggio del film.

Il bello è stato scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono cose non conosciute. La confezione è molto ricca, anche come oggetto. È proprio una versione di lusso. Aggiunge cose che avevo in parte o che magari non avevo mai ascoltato. Ho ascoltato le cose inedite, ma non ho ancora ascoltato la versione rimasterizzata.

E se ne facessero degli altri?

Io sarei contento perché mi sembra un arricchimento. È come vedere la stessa cosa da un altro punto di vista, magari sconosciuto. Per noi avere dei punti di vista alternativi di alcune cose che lui ha fatto è come minimo molto stuzzicante e stimolante. Mi ha convinto in quella veste.

Ma chi potrebbe prendere in mano i lavori di Prince adesso?

Sheila E; per un motivo sentimentale perché era una delle persone che gli erano vicine. Anche se secondo me nessuno gli era così tanto vicino, ma è fra quelli che l’hanno frequentato e che si è mostrata più affranta dopo la sua scomparsa. Di sicuro c’era dell’affetto reciproco, oltre la stima. Sheila avrebbe il tatto per lavorare con la musica di Prince, con rispetto. Dal punto di vista razionale Sheila l’ha accompagnato per molti anni. In Italia c’era anche lei nel 2003. Lei ha una continuità di frequentazione che potrebbe aiutarla a svolgere quel lavoro.

Wendy e Lisa?

Sarebbe bello che ci lavorassero, ma sarebbero troppo legate al loro periodo. Oppure Questlove. Lui è un fan, un musicista, quasi un idolatra. Potrebbe avere le competenze per fare bene quel lavoro, con rispetto. Abbiamo bisogno di persone che rispettino la sua musica.

La parola rispetto torna spesso.

Sì, non riesco a pensare che la sorella possa rispettarlo.

Prince ce ne ha fatta passere di tutti i colori. Ma cos’è che c’ha tenuto sempre lì?

Forse proprio questo. Anche se lui, come tutti gli artisti, ha avuto la sua parabola, la sua produzione è stata discontinua. Anche se alcune cose che ha fatto le salto; ci sono canzoni che salto oppure album che ho riscoperto dopo la morte, ma che quando erano uscite mi avevano fatto storcere il naso. Io sono legato a lui perché è stato così abile a suscitare un mistero continuo attorno a sè, alla sua musica, a ciò che faceva. Forse l’ultimo divo, di quelli degli anni 50. L’ultimo che è riuscito a gettare benzina sul fuoco per alimentare il proprio mito. Un aurea di mistero del tipo che ci faceva pensare: quale sarà la prossima cosa straordinaria? Ho molto studiato le sue cose. Dopo Purple Rain ha fatto un disco molto diverso. Dopo il caleidoscopio di colori, ha fatto un disco in bianco e nero. Questa capacità di tenerci sempre sulla corda, affinché noi scoprissimo ogni volta la mossa successiva.

E per quanto ti riguarda?

Quando il battito della sua musica mi è entrato nella testa non è più uscito. Come ti dicevo, ho avuto difficoltà ad ascoltare Sign O’ The Times interamente. Play in the Sunshine era difficile da ascoltare. Quando ho iniziato ad ascoltare il resto poi non è più uscito. Quando stava per uscire Lovesexy, in radio si sentivano Anna Stesia e Glam Slam e mi ricordo esattamente dov’ero quando sentivo quelle prime cose. E mi ricordo la fame per quelle cose che stavano per uscire.

E dov’eri?

Ah! Per il riff di chitarra all’inizio di Glam Slam ero a pochi centinaia di metri vicino a casa mia. Mi ricordo perfettamente il momento.

Come se fosse stato nel tuo DNA. L’ha scoperto o l’ha modificato il tuo DNA?

E chi lo sa? Le domande che mi fai sono le domande che ti fai, no?

Anche questo è vero.

Questa scelta di fare cose strambe. Cantare in falsetto. La scelta della ritmica. Tutte queste cose insieme.

Tanti livelli di produzione artistica da studiare.

Scardinare o scomporre il marchingegno lo trovo affascinante. Ogni volta che smontiamo le parti, queste diventano un’altra cosa. Tornando a If I Was Your Girlfriend, il testo, la melodia e il ritmo sono intelligenti. Ma la somma dei pezzi non è ancora l’unità della canzone. Potrebbe essere anche l’idea di tormento che realizza l’insieme. Le cose che mi piacciono di più di lui sono i brani tormentati. Meno Play In The Sunshine e più Ballad Of Dorothy Parker. Meno Alphabet st e più Anna Stesia. Computer Blue è tormentata. Pensa come sono due parti distinte. La prima parte era più una cosa chiusa, mentre la seconda è come un’uscita da una galleria.

Due lati che si contrapponevano.

Faceva cose che erano molto strane, come The Beautiful Ones. È sentimentale ma è troppo stramba. When Doves Cry è una canzone strambissima. Simone, dai! Posso concedere che Purple Rain l’abbia scritta qualcun altro. Che può ricordare nella progressione Stairway To Heaven. Una bellissima memorabile ballata rock. Ma When Doves Cry è una canzone fuori di testa con l’assolo finale di tastiere, l’assenza del basso.

Pendevamo dalle sue scelte

Per un periodo aveva il tocco di Re Mida; faceva funzionare tutto quanto aveva attorno. Tra l’87 e l’88 c’era Sign O’ The Times, usciva Lovesexy, Jill Jones, Sheena Easton.

E non hai detto il Black Album

Mi ricordo quando con il registratore fermavo il video per vedere la scrittaDon’t buy the black album, I’m sorry”. Quando Rai 1 ha fatto la diretta del concerto di Dortmund ho obbligato mia nonna a guardarlo che mi ha anche detto: è bravino.

Come Sheila che nella sua autobiografia dice che finito il tour con Prince si sentiva talmente superiore a tutti che mandava le persone a farle la spesa.

È necessario che queste vette di perfezione artistica finiscano perché altrimenti non riesci più a sopportarlo. E ci si ripete.

Due parole sul libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”

Ho letto con piacere il libro di Rudy Giorgio Panizzi “A volte nevica in aprile”. Quella che leggete di seguito e’ l’opinione di un altro fan di Prince, cioe’ la mia, che non definirei una recensione.

Il libro e’ la storia di un ragazzo italiano, che negli anni 80, 90 e oltre, trascorreva le proprie giornate affiancato nella musica e nel look da un cantante afroamericano, lontano migliaia di miglia. Il libro inizia piano e, devo dire la verita’, nelle prime pagine non sembra meritare il prezzo della copertina. Scorrendolo, invece, si viene conquistati da Rudy e della sua battaglia per Prince in un Italia disinteressata. Inoltre, farà di tutto per assomigliare fisicamente al suo idolo; il libro sembra sfociare in una sorta di auto-terapia che permetterà a Rudy di diventare, ora che Prince non c`e` piu’, se stesso. Nel tempo, le cose cambieranno e il libro diverte, forse in maniera involontaria; ci sono un paio di aneddoti che sembrano sbucare dalla penna di un autore di sit-com.

L’interesse per l’estetica del personaggio Prince e le sue conseguenze sono la parte piu’ interessante del libro. Trovo invece che Rudy si avventuri in un percorso impervio quando vuole affrontare criticamente la musica, forse per mancanza di strumenti retorici e culturali adeguati (che neppure io ho).

Il libro e’, in conclusione, piacevole da leggere, perche’ integra cio’ che sappiamo di Prince con altri piccoli aneddoti. Come mi diceva Matt nell’intervista di qualche tempo fa, la storia di un artista viene scritta sia dall’artista stesso, ma anche dai critici e dai suoi fan. Il libro di Rudy contiene un bel pezzo della storia italiana di Prince.

Prince – A volte nevica in aprile

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Bruno Bacelli: Scrivere dei Contrasti di Milano

Da poco è uscito il nuovo libro di Bruno Bacelli e si chiama “Autostrada Gialla”, scritto questa volta con Cristina Donati. Mi piace leggere il libri di Bruno, chè sono sempre ben scritti e originali nelle trame e nei personaggi. Su Amazon sono presenti altri due libri di Bruno: Nove guerrieri e Khaibit – Il Giorno del Giudizio, l’opera più importante. Bruno è anche l’autore del blog Mondi Immaginari un’istituzione per quanto riguarda le recensioni di libri e film fantasy, di fantascienza. Conosco da un po’ Bruno e l’uscita del suo nuovo libro scritto questa volta in coppia con un’autrice è stata l’occasione per fargli qualche domanda.

Prima di tutto il tuo blog: se non sbaglio ha compiuto 10 anni, come hai festeggiato? Dopo 10 anni che considerazioni puoi fare?

Non ho festeggiato, in verità, la scadenza è trascorsa addirittura senza che me ne accorgessi, in un post ho però sottolineato che si tratta pur sempre di un traguardo. Ma molta acqua è passata sotto i ponti e non so nemmeno se un blog sia la maniera migliore di raggiungere il pubblico, oggi.

Appunto. Rispetto a 10 anni fa quali differenze ci sono? A me sembra, per esempio, che i blog non siano più il centro del mondo come era allora. Ora dobbiamo per forza passare dai social per attirare la cosiddetta conversazione.

Il problema è che l’interazione dei social network è così limitata e di bassa qualità che non la potrei proprio definire un valido sostituto. Ma, purtroppo, a questo io non ho una soluzione, e mi tengo il mio blog.

Finito il 2017. Uno libro e un film che hai apprezzato nell’anno.

Il film è senz’altro BR2049, ovvero il nuovo Blade Runner. Una volta concessa la verità più ovvia, ovvero il fatto che la sfida di dare un seguito a un capolavoro del genere è fin troppo disperata, l’ho trovato visivamente affascinante e ricco di spunti di riflessione. Il libro del 2017 in effetti è una serie, che mi ripromettevo di leggere da tempo. Parlo dell’Invasione di Turtledove, un affresco di fantascienza un po’ vecchio stile ma gradevolissimo, almeno fin dove l’ispirazione dell’autore ha retto.

Anche me è piaciuto Blade Runner 2049. Invece mi dici il personaggio di un film o di un libro che hai sempre amato? A prescindere dal 2017.

Difficile dirlo. Inevitabilmente sono attratto dai personaggi malvagi o discutibili, anche se vorrei la vittoria del “bene,” a saperlo trovare. Uno che non era certo buono, ma aveva le sue ragioni, è l’antagonista dell’originale Blade Runner, Roy Batty, nella splendida interpretazione di Rutger Hauer. Un attore che forse non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato.

E un libro o un film che ha avuto successo ma che tu ritieni immeritato, che non ti è piaciuto?

Be’, ogni anno esce un film della saga di Star Wars… A dire il vero la puntata di quest’anno non è una delle peggiori ma questa franchise mi sembra sopravvalutata. Io però devo ammettere che continuo a vederli, qualche volta in sala, qualche volta no.

È appena uscito il tuo libro “Autostrada Gialla”, che hai scritto con Cristina Donati. L’ho letto e mi è piaciuta l’ambientazione milanese. Come nel tuo precedente Khaibit. Qual è il lato misterioso (se c’è) che ti attira di Milano?

Milano è un posto così prosaico, ma anche una delle poche città moderne del nostro paese. Più che il mistero mi attira il contrasto che può creare. Milano contesa tra un eroe disperato e un male antichissimo, Milano che scompare travolta dalla pestilenza, è così difficile crederci, e quindi è una sfida ancora maggiore.

Come ti immagini la Milano del 2100? Prevarrà ancora la modernità?

Spero di sì anche se il nostro paese rimane sempre più indietro. Ma la modernità che sta arrivando sarà fatta di grandissime disuguaglianze.

Disuguaglianze in una società fatta di caste? O quartieri separati? Come sarà? 

Io ho immaginato una società divisa fisicamente. Chissà se ce la farò anche a scriverne.

Pregi dello scrivere un libro in coppia?

Ho fatto una fatica enorme e ci sono state tutte le difficoltà e le incomprensioni che ci potevano essere, e una serie di disavventure personali che non sto a descrivere, ma non escludo di farlo di nuovo. Un altro punto di vista può essere un grosso aiuto.

Cosa farai di diverso nel 2018?

Spero di scrivere di più.

Libri o post del blog?

Certamente libri. Sarebbe bello però rendere più vivace anche il blog.

E Khaibit 2?

Chi lo sa. Di trame ne avevo studiate un paio, stavo quasi per mettermici, ma non ho trovato l’ispirazione. Khaibit è la mia più grande storia, forse, che abbia visto la luce. Ma la posta in gioco della sfida descritta in quel libro è così alta che proporre un seguito convincente è molto, molto difficile.

Quando inizi a scrivere arriva prima la storia o i personaggi?

Può essere l’una o l’altra cosa, ma una forte visione dei personaggi, con il loro aspetto, il figurarsi i loro dialoghi, si collega fin dall’inizio al mio processo creativo.

Esiste un genere letterario che non hai mai affrontato con un tuo libro ma che ti attira? 

Una narrativa strettamente militare, come potrebbe essere Fanteria dello Spazio di Heinlein.

Cosa si potrebbe fare in Italia per avere più lettori?

Penso che lo scarso amore per la lettura da parte degli Italiani, potremmo talvolta parlare di odio vero e proprio, derivi da problemi economici e storture sociali così profondi da escludere qualsiasi speranza di risolverlo con soluzioni estemporanee.

Non mi hai parlato di libri di autori italiani, come mai? Come sta la narrativa italiana

Non sono un grande osservatore anche se, ovviamente, di italiani leggo qualcosa. Talenti ce ne sono. Mancano i lettori, purtroppo.

Prince mi ha preso per mano – intervista a Vampy

Prince.

cosa si può dire di Prince che non sia stato già detto? a questa domanda ci sono tante risposte. Prince è una fonte continua di idee, informazioni, ispirazioni e amore. soprattutto amore. un sentimento che Prince ha sempre dimostrato a chi lo ascoltava (pare non amasse la parola fan). per questo, ho pensato di intervistare una delle più grandi fan di Prince in Italia. forse la più grande. lei si chiama Vampy e gestisce da tantissimo tempo il forum I love U in me e il sito Vampy o(+>’s World. Le ho chiesto se le potevo fare qualche domanda su Prince e lei ha gentilmente accettato. Ecco il resoconto del nostro colloquio.

grazie per il favoloso lavoro che fai nel tuo sito. come ti ho già scritto, il tuo sito è quello che preferisco perché si sente che è fatto con il cuore. noi amiamo la sostanza e nel tuo sito c’è tanta sostanza. il nostro blog Italian Jam parla principalmente del mestiere dell’autore, vorrei affrontare questo lato di Prince con te. ma prima di cominciare, una breve introduzione di Daria Vampy. come ti posso chiamare? chi sei?

Mi puoi chiamare Vampy, molti amici che seguono Prince quando sentono il nickname Vampy lo associano subito alla mia persona. Sono una ragazza nata diversamente abile, con un carattere deciso. Niente e nessuno mi ferma. Sono tosta e caparbia e quando decido di fare una cosa la tiro avanti fino al compimento. Mi piace definirmi una persona immobile, ma che viaggia nel mondo viola di Prince.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con una delle guardie del corpo di Prince.

come inizia la tua passione per Prince?

Quando Prince si è presentato nella mia vita avevo appena 11 anni [ora ne ho 43]. Purple Rain è stato il suo primo 33 giri che ho comprato. Al dire il vero Prince era personaggio ambiguo al quel tempo, ed io ero ancora  una fanciulla e non capivo bene ‘chi fosse’ quel ragazzo, ma mi attirava così tanto. Era come un vaso di Pandora; con tante cose da scoprire. In primo luogo mi attirava la sua musica, con il suo ritmo incalzante e il personaggio che si era creato, ma poi andando avanti ho capito che dietro al personaggio di ‘The KID’, si celava un ragazzo totalmente diverso; timido e schivo. E’ stato questo che mi ha fatto scattare quella che tu chiami passione.

ci racconti di quando sei stata vicina a Prince?

con questa domanda hai aperto il mio di ‘vaso di Pandora’. E’ stata la più bell’esperienza della mia vita. Il viaggio a Minneapolis è nato dal proverbio:”Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”. Ti spiego meglio. Era da tanto tempo che Prince non veniva in tour in Italia. Con i miei problemi era difficile muovermi, quindi quando ho visto che organizzava una seconda CelebrationWeek (una settimana ai Paisley Park), ho mosso mari e monti e in poco tempo (relativo) abbiamo organizzato il viaggio. Sono stata accompagnata.
In quella settimana, il mio sogno è stato il più bello che ho realizzato. Ho fatto in modo che Prince mi notasse. Sempre in modo equilibrato, mai scene d’isterismo, anche perché Paisley Park e Prince stesso ti trasmettevano calma e tranquillità.
Non so se riesco a parole a descrivere l’emozioni che ho provato la prima volta che mi sono avvicinata a lui. Mi sono detta:”O la va o la spacca”. E’ andata! Da quella sera i nostri occhi si sono incrociati e così è continuato per tutto il periodo della Celebration. La settimana è stata pieni di sguardi e regali sia   da parte mia, sia da parte sua. I suoi due regali più belli sono stati il plettro e quel bacio che mi  ha lanciato alle 5 di mattina, l’ultima notte ai Paisley Park. Potrei continuare per ore a raccontare giorno per giorno quella settimana di giugno 2001, ma a questo punto vi rimando al racconto che ho redatto sul mio sito.

Giugno 2001. Vampy all’entrata di Paisley Park (7801 Audubon Road).

tu parli di vaso di pandora, cosa hai trovato nel vaso che pensavi non ci fosse?

Beh, essendo al tempo, una fanciulla ancora acerba, musicalmente parlando, ho trovato in lui un musicista, un cantante, una persona che mi ha preso per mano e mi ha portato in un mondo molto più ampio di quello che conoscevo all’epoca, fatto di buona musica, sì, ma che si è volatizzata in una decade (gli anni ’80). Lui, la sua musica, con tutte le sue sfumature, ha continuato ad essere sempre un punto fermo nella mia vita. Ha superato ogni moda e ne ha creato lui stesso di nuove.
All’epoca, ripeto ancora, credevo, come tutti i gruppi che ascoltavo, fosse una meteora nel firmamento musicale, invece è quello che è diventato: una leggenda.

c’è un periodo della vita musicale di Prince che non ami?

Posso cambiare la domanda? E’ impossibile dire ‘questo periodo non mi piace’. Potrei azzardare… Around The World in A Day… ma certo subito dopo Purple Rain, tutti si aspettavano un secondo Purple Rain, invece Prince si è gettato nella psicodelia. Ma anche questo album ha delle gemme, come Paisley Park, The Ladder, la stessa Around The World in A Day, ma ripeto anche io ho storto il naso. Ma al tempo ero ancora un’adolescente. Crescendo ho apprezzato quest’album molto di più.
Venendo a giorni più attuali, posso dire che il periodo di “Come”, non mi ha entusiasmato più di tanto, ma lo ammetto, non lo ascolto da tanto tempo. Potrei cambiare idea. In parole povere, non c’è un periodo di Prince che non amo. Prince è, e puntualizzo il presente, è un genio che riesce ad abbracciare tutti i generi musicali.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con le guardie del corpo e l’assistente di Prince.

che idea ti sei fatta sulla sua morte? perché non ha lasciato un testamento?

La sua morte. Quel 21 Aprile, l’ho vissuto in diretta. E’ stato il giorno più brutto della mia vita. Prince era morto! Ti ammetto che ancora non ci posso credere. Per una settimana intera non ho voluto sentire nessuno. E ancora oggi, dopo 9 mesi, posso ritrovarmi con le lacrime agli occhi. E’ ancora uno shock!
Cosa penso della sua morte? Penso che fosse una persona sola, bisognosa di amici, ma amici ‘veri’. Certamente soffriva. Il fatto lampante lo ha dimostrato organizzando il suo ultimo tour “Microphone & Piano”: lui, un’animale da palcoscenico, si limita a stare davanti ad un piano? Innovativa come idea, geniale, [tanto da vincere un premio], ma scavando più a fondo, io ho trovato tanta sofferenza in una persona tanto orgogliosa da non chiedere ‘aiuto’, e lui ne aveva tanto bisogno.
Il testamento? Penso che la sua stessa dipartita lo abbia preso in contropiede. Aveva appena finito di stare nello studio di registrazione a comporre la sua musica, quando si è sentito male in quell’ascensore.  Penso l’idea di lasciare un testamento, gli abbia sfiorato la mente, subito dopo Moline (ndr l’atterraggio d’emergenza del 15 aprile), ma non ha fatto in tempo. Ha pensato di organizzare un party per rassicurare tutti noi fa. Lui pensava sempre al prossimo. Love 41Another, giusto?

chi è l’erede musicale di Prince?

Domanda interessante. Guardando il mondo musicale attuale, non credo che ci possa essere un’artista in grado di soppiantarlo. Posso parlare anche di Micheal Jackson, David Bowie, Freddy Mercury, Elvis Presley, sono personaggi intramontabili, a cui gli artisti di oggi possono vedere solo come modelli da seguire, imitare. Ma non vedo alcun artista che possa prendere il posto di Prince.
Non vedo nessun artista che sia un polistrumentista come Prince, che abbracci tutti i generi musicali con tanta facilità come faceva Prince.
Non vedo nessuno che possa essere nominato l’erede di Prince. No.

qual è stato il pregio e il difetto di Prince nel rapporto con I suoi fan?

E’/era diretto, spontaneo, diceva cosa pensava. E questo potrei dire è un suo pregio. In tutta la sua carriera ci ha messo il cuore e dal cuore, credo, penso vengono le cose più spontanee e sincere e soprattutto più belle.
Ma essendo dei Gemelli aveva sempre due lati e molte volte ci metteva in totale confusione [e questo era il difetto]. Ma dal mio punto di vista, poteva e fare il contrario di tutto e lo capivo. Era la sua personalità e nessuno lo poteva cambiare. Bisognava accettare i suoi capricci. D’altronde è diventato quello che è diventato anche grazie alla sua personalità eccentrica.

anch’io sono convinto che una delle sue migliori qualità fosse la sua ambivalenza, dei suoi due lati che convivevano. eppure, spesso le contraddizioni erano fonte di dolore. Non è così?

Credo che ogni sua esperienza di vita, triste o felice che fosse trascritta in musica. Lui si esprimeva in questo modo. Lui viveva per la musica. La musica era il suo ambiente ideale. Era circondato da persone che a volte non capivano cosa volesse e naturalmente, questo lo infastidiva parecchio, ma, secondo me, certe volte, anche lui non riusciva ad esprimersi in modo che gli interlocutori capissero, e si rinchiudeva in se stesso e, il solo modo di esprimere il suo ‘mood’ del momento era quello di scrivere, e lo faceva in musica.

Prince come autore di canzoni. secondo te qual è il brano che lo rappresenta meglio?

Molti possono citare un brano singolo, ma secondo me in 40 anni di carriera, quale è stata la sua, esistono molti brani che lo rappresentano. Non vado ad elencarli, perché in ogni sua epoca Prince ha scritto diversi brani che lo hanno rappresentato nel modo migliore.  Credo che ogni canzone che Prince ha scritto sia una piccola sfaccettatura della sua persona e per cogliere la grandezza di questo piccolo genio bisogna ascoltare tutto il suo repertorio, da ‘For You’ a ‘Hit’nrun Phase 2′ e fare la somma di tutte le emozioni che ti regala e il risultato è quello che lo rappresenta al meglio. E’ quello che penso.

qual è il pregio di Prince come autore di canzoni?

Quello di essere un’artista a tutto tondo. Un genio in parole povere.
Nella sua vasta discografia puoi trovare tutti i generi musicali. Dal funk puro al rock, dal jazz e dal reggae alla disco.
Prince aveva questa abilità di abbracciare tutti questi generi. Gli piaceva sperimentare. Cosa che gli veniva molto bene.
E il suo pregio come autore, secondo me, è che riusciva a trasmettere sempre emozioni nuovi anche all’ennesimo ascolto