Chi gestisce il Vault di Prince?

È uno strano weekend; l’ascolto di Purple Rain Deluxe (per ora solo l’originale con rimaster) che così mi aveva entusiasmato non mi dato molta emozione. Il lavoro di rielaborazione fatto “sotto la supervisione” di Prince (overseen by Prince in inglese nei crediti) è sembrato poco ispirato. D’altronde bisognerebbe ascoltare il missato originale per poter dare un giudizio concreto; si rischia di scontrarsi con giudizi e gusti personali.

La pubblicazione di Purple Rain è però l’occasione per ragionare sulla gestione della musica di Prince; anche Jay Z ha voluto dire la sua inserendo in un strofa del suo nuovo album un riferimento proprio a Prince e all’avvocato Londell McMillan che all’inizio aveva gestito gli interessi degli eredi nella proprietà (adesso ho perso il conto delle varie discussioni). Secondo Jay Z, McMillan avrebbe tradito i desideri di Prince sfruttandone economicamente la musica o vendendo biglietti per andare a casa sua (Paisley Park?).

Jay Z non ha una visione asettica della situazione visto che Prince aveva dato in esclusiva al servizio di streaming musicale Tidal di proprietà di Jay Z, tutto il suo catalogo mentre da qualche mese parte del catalogo (il periodo Warner) è disponibile ovunque a partire da Spotify. A prescindere da questo, i 6 fratelli e sorelle di Prince (eredi secondo il giudice) sembrano persi nell’industria discografica e starebbero affrontando una situazione inquinata dall’assenza del testamento affidandosi a 2 manager (un avvocato e un discografico) che prima di tutto devono far fronte a onerosi impegni finanziari. Si parla di un patrimonio valutato intorno ai 200 milioni di dollari che verrebbe dimezzato dopo il pagamento delle tasse.

Diamo per acquisito che non c’è nulla da fare con le tasse: bisogna sfruttare velocemente la musica e il personaggio Prince senza che ci si dimentichi di lui per far uscire da qualche parte i soldi che lui invece raccoglieva in 4 e 4 8, organizzando concerti dal vivo. Ma c’è dall’altro. Continue Reading

lodovica comello se la cava con l’inno di mameli

l’altra sera c’è stata la finale di coppa italia e (come tradizione da qualche anno) l’inno di mameli è stato eseguito da una cantante pop. quest’anno è toccato l’ingrato compito a lodovica comello. a mio modesto parere, l’esibizione è stata decorosa e di una spanna migliore di tante altre cose sentite con l’inno di mameli.

lodovica ha reso un brano francamente noioso un po’ brioso. ho sentito poche incertezze e ha cantato mostrando un bel sorriso che ha sicuramente aiutato a stemperare la tensione pre partita. tra la prima melodia e la seconda, che ripetono – lo ricordo – le stesse parole, mi è parso di sentire lodovica attendere la seconda strofa con un ingenuo e divertente parapà parapà


Lodovica Comello – Inno di Mameli – 17-5-17… di stefa73it

ma non tutti l’hanno pensata così.

in particolare un articolo di un sito musicale italiano (che non linkerò perché non lo merita) ha sfoderato un titolo terribile, accusando l’esibizione di lodovica di essere sciatta.

trovo fuori luogo accusare una giovane donna di avere mostrato un “sorriso inopportuno stampato sulle labbra”; mi avrebbe spaventato vedere lodovica tutta seriosa cantare un inno di una nazione che non esiste. meglio sorriderci sopra e mostrarsi spensierati. oltretutto, cantava davanti a 65mila spettatori, senza base e con qualche emozione.

malgrado questo, ciò che colpisce è che in un’occasione del genere e con tutti i soldi che girano nel calcio, l’italia non riesce a mettere in piedi un’esibizione degna di questo nome. si poteva accompagnare lodovica (o qualsiasi altra cantante pop) con un’orchestra, banda o qualche altro diavolo di arrangiamento che donasse alla serata l’importanza che merita. abbassando il volume degli spettatori, mettendo dei monitor come si deve (lodovica si toglie gli auricolari mentre pare aspettare il via) e permettendo così al cantante di turno di fare il proprio lavoro, cioè di  esprimersi come meglio crede.

invece questo non avviene mai, perché la musica nel paese del “belcanto” è un accompagnamento quasi inutile.

cose più o meno esecrabili del mondo della musica

è stata una settimana importante. non solo perché “le cose cambiano”, ma anche perché la musica ha avuto molto spazio nelle notizie. l’ultimo weekend è stato riempito dall’oramai sempre più inutile sanremo, dove ha vinto un’imbarazzante canzone e dove non esiste alcun legame con la realtà musicale. oramai, le televisioni, le radio “mainstream” e i media più costosi seguono questo esecrabile evento parlando tra di loro. ospitando gli ospiti degli ospiti, come in un circuito chiuso. i dati parlano di un successo senza precedenti: quasi il 60% di share (percentuale di televisori sintonizzati su sanremo sul totale di tivù accese). ma in una nazione dove il governo non è quello votato alle elezioni io non ci credo ai dati auditel. oltretutto, i giornali continuano a perdere lettori come indicano le statistiche su primacomunicazione.

in questo scatto, il lato migliore dei conduttori di sanremo e Antonella Clerici

la canzone seconda arrivata è la triste “che sia benedetta”. oggi fiorella fa tanto la comunista, ma in passato è passata dalle parti di cologno pure lei; nel 1984 partecipò alla premiatissima dello zio silvio. che dobbiamo farci?

come un contrappunto a los angeles si sono svolti i grammy che si sono portati in dote un paio di tributi di Prince (i Time e bruno mars). ora, non è che io abbia qualcosa contro i tributi, per carità, ma questo continuo far riemergere i brani di Prince malamente ricantati da altri non fa altro che confermare quanto mi manca lui, la sua musica e la sua presenza. Pure Funkenberry (il blogger per lungo tempo è stato il megafono di Prince sui social) se n’è accorto:


probabilmente, questa è la volta buona che la smettono. anche perché (come ha ben detto mashable “il tributo a Prince di Bruno Mars ai Grammy è stato fantastico – fino all’assolo di chitarra”) la qualità è quella che è; durante let’s go crazy, bruno mars si è lanciato nell’assolo di chitarra seguendo le orme di Prince, ma in un territorio dove SOLO Prince può andare. dove è meglio non andare. forse è la volta che la smettono di fare tributi, dove cercano di occupare il suo posto nell’immaginario del pubblico. perché, e questo deve essere chiaro, i tributi hanno solo una funzione di marketing, nient’altro.

bruno mars sfinito dall’assolo e Morris Day che ringrazia l’operatore dei fari

nel frattempo, Prince è tornato sui servizi di streaming. in realtà, non se n’era mai andato, nel senso che lui (lui in persona) aveva scelto di concedere la propria musica solo a tidal, il servizio di streaming del marito di beyoncè (in sintesi), ma ora chi sta gestendo il suo patrimonio (estate in inglese) ha deciso che bisogna sfruttare tutta la sua musica. e così è stato fatto un mega accordo con mezzo mondo (in pratica tutti gli altri tranne tidal) e ora i suoi brani del periodo d’oro (con la warner) sono tornati.

io che uso Spotify sono felice, però siamo sicuri che Prince avrebbe voluto questo? anzi, siamo sicuri che Prince non l’avrebbe fatto. ma ci sono da pagare le tasse e quindi ciao ciao tidal.

grazie a Getty images per le foto

fare musica in inghilterra

ho trovato su reteconomy un interessante video realizzato a londra. il video fa parte della serie “vita fuori dall’euro” e – in genere – racconta di come sopravvive e/o chi campa in una nazione euroless. in questa puntata si parla di musica, di fare musica, di lavorare/campare con la musica a londra. 3 gli intervistati, un (e)x Factor, un label manager e un’esperta di musica metal/goth. domande ottime e risposte condivisibili. molto interessante l’opinione di carlo craparotta. per vedere il video cliccare qui

La coda lunga è corta

Chris Anderson

Lanciata dal libro di Chris Anderson, alcuni anni fa si era sparsa l’idea della coda lunga, un modello economico (semplifico/generalizzo) secondo cui i piccoli artisti messi tutti insieme, avrebbero realizzato un mercato di massa, in competizione con quello esistente formato dalle grandi multinazionali.

Chiunque, grazie all’accesso ai media digitali, avrebbe potuto diventare produttore di contenuti. Un accesso trasversale, dalla musica all’editoria.

L’opportunità di sfruttare la coda lunga avrebbe permesso alle aziende della new economy di fare sghei (scusate ma sono appena tornato dal Veneto).

E così è stato.

Guardate Amazon, Spotify o iTunes: sfruttano un catalogo infinito di piccoli contenuti che, venduti su larghissima scala, fanno ricavi altissimi.

Spotify, per esempio

spotify headquarters!

Spotify propone un servizio di streaming musicale, ha nel catalogo circa 20 milioni di canzoni. Nel 2012 ha ricavato da abbonamenti e pubblicità la bella cifra di 434,7 milioni di euro. Un anno dopo, a dicembre 2013, gli abbonati al servizio di streaming musicale sono ben 24 milioni, di cui 6 milioni in possesso di un abbonamento Premium (come il sottoscritto) a 9,99 Euro al mese.

Ma come li ripartisce questi ricavi Spotify con (per esempio) gli artisti?

Per chiarire tutte le questioni Spotify ha reso disponibile il sito spotifyartists.com dove spiega che Spotify tiene per sé il 30% dei ricavi. Il 70% sarebbe -quindi- riconosciuto ai produttori dei contenuti.

La coda lunga vince o no?

I ricavi raccolti (streaming e vendita su Internet, concerti, cd), come si distribuiscono? La coda lunga di artisti ha superato nei ricavi i grandi nomi della musica internazionale?

Secondo la ricerca The Death of the Long Tail di Midia Consulting  ben il 77% di tutti i ricavi musicali andrebbero dritti dritti alle superstar, cioè solo all’1% degli artisti.

Se volessimo rigirare la frittata, il 99% degli artisti (la coda lunga) serve solo a fare numero, cioè le 20 milioni di canzoni di Spotify che attirano i clienti per far fare soldi ai soliti noti.

O, ancora peggio, il 99% degli artisti è stato dimenticato dal pubblico. Su Spotify si parla di 4 milioni di brani mai ascoltati (http://is.gd/NAbW7W), neppure una volta, e per questo è nato un servizio apposito intitolato Forgotify.

In Italia non è una novità

Esiste una mancanza grave italiana in questo ambito; da noi la coda lunga non si è mai concretizzata. I musicisti non mancano, ma (non potendo pagare il mutuo con la propria arte) preferiscono rifugiarsi nelle tribute band, cioè la band che rifanno per filo e per segno tutta la musica di un cantante famoso. Sono utili per le amministrazioni comunali che riempiono le piazze con le copie sbiadite di quelli famosi e li pagano meno. Ma inutili per il bene della musica italiana; continuano imperterriti a rifare la stessa musica, noiosamente. L’assenza di creatività è disarmante per chi come me naviga cercando nuove composizioni (qui tutti i musicisti che ho scovato).

In Italia non si è mai voluto imparare dalle nuove generazioni.

Conductor Mauro Pagani - La notte della Taranta Orchestra #2A Sanremo si continua a proporre sempre la stessa musica. E questo malgrado negli ultimi tempi la commissione musicale avesse tra i componenti un grande artista come Mauro Pagani. Ma Pagani non può certo inventarsi un artista di sana pianta; è obbligato a lavorare con il materiale che le case discografiche gli sottopongono. A Sanremo si prepara un menù con tanto pop banale in salsa di Talent Show, pochi ritmi sincopati, e una spruzzatina di rock. Senza l’attenzione a quell’1% di artisti sconosciuti.

Cosa si salva?

Anche da noi ci sono piccole isole dove i musicisti sconosciuti vengono considerati. La mia preferita è sempre stata la trasmissione di Radio Rai intitolata Demo, che però è stata chiusa da qualche tempo. Demo aveva l’obiettivo di far pubblicità ai musicisti non presenti nei circuiti di Sanremo/Festivalbar, dei media tradizionali Rai o Mediaset e, pensa che pazzi, di riconoscere loro i diritti SIAE. L’evoluzione di Demo è demodrome.com.

All’estero, il Guardian (leggete il Guardian, non i giornali italiani!) ci prova; propone musica consigliata da blog indipendenti in una pagina intitolata New Music From Around the World (http://is.gd/BGjL7D).

La musica italiana più interessante è nascosta tra quei generi che il pop non frequenta quotidianamente: tra il jazz o il rap, per esempio, si ritrovano piccoli gioielli, che hanno ancora qualcosa da raccontare. Qui la coda lunga trova spazio.

Gli altri continuano a rifare la stessa canzone, per entrare in quell’1% che domina la musica.

Credits: articolo scritto su spunto di Bruno. Altri articoli sullo stesso argomento: qui, qui e qui. Foto di Chris Anderson di Carito Orellana – Foto di Mauro Pagani di Von Boot – foto di Spotify di Zenra.