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oh, scusate ma mi sono preso una vacanza di 2 mesi da questo blog perché sto scrivendo un breve racconto – che poi vi racconto.

in questo periodo non ho smesso di scrivere e ascoltare. tanta musica molto bella che prende le distanze da quella che era finita nell’ultima playlist (risale al 9 febbraio – proprio 7 mesi fa). quella playlist aveva una netta prevalenza italiana e si riparte proprio da lì.

la versione con i video di youtube è di 7 brani mentre la versione su spotify ne ha ben 10.

  1. Blatte feat. IOSONOUNCANE – Colombre
  2. Marian Hill – One Time
  3. Harriet Brown – Cybernetiplegia
  4. Jody Watley -Sanctuary
  5. Little Jackie – 28 Butts
  6. Mac Miller – Dang! (feat. Anderson .Paak)
  7. The Wombats – Cheetah Tongue
  8. Asa – Sometimes I Wonder
  9. Chaka Khan – Like Sugar
  10. Betty Who – Taste

Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.

 

La Giornata Mondiale del Jazz

Dal 2012 l’Unesco (unesco.org/commemorations/jazzday) ha deciso di istituire per ogni 30 aprile la giornata mondiale del Jazz, genere musicale che ho imparato ad apprezzare e amare con la maturità della mia vita. Il sito ufficiale è jazzday.com

Il Jazz nasce dalla “combinazione della musica afroamericana folk (delle classi povere) con il divertimento delle classi agiate europee e la musica classica”. Il Jazz “ha degli elementi in comune con gli altri generi: la melodia che è la parte che ci ricordiamo di più; ha l’armonia, cioè quelle note che completano la melodia; ha il ritmo, il battere della canzone. Ma ciò che fa la differenza con il resto della musica è quella parte magnifica che viene chiamata improvvisazione. Suonare quello che viene in quel momento. Senza avere lo spartito di fronte. Senza lunghe discussioni con gli altri musicisti. Si suona e basta”.

Ascoltare un concerto di Jazz dal vivo è sempre una grande esperienza. In questo mondo di basi e playback, auto-tune (che peraltro serve anche a me) per non essere calanti o crescenti, ma intonati, ascoltare musica veramente suonata dal vivo è diventata un’impresa ardua. Nel Jazz, invece, la base preregistrata e quindi il playback non possono esistere perché l’improvvisazione è un ingrediente fondamentale della musica.

Ed è da questa improvvisazione, o meglio dalla ricerca basata sull’improvvisazione del Jazz che nasce la musica popolare, in senso lato, che ascoltiamo oggi. Che sia Rock, Rap o Funk , il Jazz ne è il grande Padre; ha saputo, con la propria libertà espressiva, contenerli tutti e farli crescere nel mondo. Il Jazz, in tutte le sue evoluzioni e nei suoi interpreti, ha saputo reinventarsi nelle diverse sonorità e ritmiche che sono arrivate fino al Reggae e al Punk.

Per noi Italioti, invece, il Jazz ha sempre un sapore strano. La nostra tradizione operistica ci ha lasciato una formazione basata sul “bel canto”, sulla intonazione, sul melodramma. E sullo spartito. Tutte componenti raramente presenti nella musica Jazz. Ma in questa diffusione, però, esistono degli elementi e musicisti che hanno fatto la storia del Jazz, come la tromba di Paolo Fresu (wikipedia). L’eclettismo di Stefano Bollani. Ma ci sono anche curiosi aneddoti, come il figlio di Mussolini, Romano (wikipedia) che divenne un pianista Jazz, anche se più famoso per il cognome che per le qualità di strumentista.

Fonti: musicmap.info – All about jazz, uniquely American music (Washington Post)

Lunedì 9 aprile

Martedì scorso, per festeggiare l’entrata in borsa di Spotify Wall Street ha appeso la bandiera… Svizzera. Proprio così; gli americano sono così… americani che confondono Svizzera con Svezia, patria di Spotify. http://bit.ly/2JyrB7F

Ha compiuto 72 anni Caterina Caselli, forse la più importante e controversa discografica italiana. Tra le sue scoperte alcuni dei cantanti maggiore successo degli ultimi anni. Frase detta: “Ricordarsi sempre che il talento è solo l’inizio. Se manca non si va da nessuna parte, ma senza la determinazione, la capacità di soffrire e di emozionarsi, la fiducia in sè stessi, e in fondo anche la sobrietà, non si resta in sella a lungo.” http://bit.ly/2JwWDwx

Il mio amico Bruno ci avverte che sta arrivando una serie televisiva firmata Amazon dedicata al Signore degli Anelli di Tolkien e aggiunge che “per accedere ai diritti è stato necessario pagare profumatamente la New Line (ovvero la compagnia che ha creato i film), gli eredi di Tolkien che detengono i diritti, e la casa editrice HarperCollins.” Altre info qui: http://bit.ly/2Jx9m24

 

 

Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

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Unione Europea, quanto ci costi?

a una settimana dalle elezioni, l’Unione Europea cerca di mettersi al riparo da eventuali populismi con un video dove ci spiega “Quando ci costa l’Ue?”.

http://bit.ly/2EUoKDc (occhio che appena clicchi il video parte con la musica a palla…)

poveri illusi.

sono un europeista convinto e so che l’Italia senza Europa sarebbe ancora alle Brigate Rosse e alla DC, ma vorrei anche una presenza sostanziale dell’Europa nelle nostre strade.

sono un illuso pure io?

eh, sì, la musica del video fa cagare.

Sanremo 2018

come previsto 1 mese fa da Red Ronnie ha vinto fabrizio moro e il suo amico. la tradizione della gara finta è stata mantenuta. non c’è nulla di male, in un paese dove il governo non è deciso da chi vota alle elezioni. caratteristica del sanremo 2018 è stata l’invasione di baglioni. indubbiamente un uomo che ha nel portfolio una marea di brani conosciuti. e poi la qualità dei brani in gara che raramente è stata così bassa. gli elio che dopo essere diventati nazionalpopolari si sono appropriati di sanscemo. e, per tornare ad una metafora politica, il governo è tanto forte quanto è forte l’opposizione. e l’opposizione non c’è. il loro arrivederci è penoso. noemi è noiosa. e io ho pena nei confronti dei giornalisti che devono apprezzare questi piccoli personaggi. l’unica cosa giusta l’ha detta giulia blasi.

interessante l’articolo del Sole 24 Ore dove sono elencati i presunti “conflitti d’interesse” del direttore artistico, ex autore di canzoni, baglioni. tra questi le royalties per la sigla d’apertura, i duetti e la presenza massiccia di artisti sony e del manager di baglions.

per chiuduere, un mio piccolo appunto.

2640 di Francesca Michielin

C’è il nuovo album di Francesca Michielin, che in qualche modo ha attirato la mia attenzione. Sia perché mi sembra una ragazza umile, sia perché ha un viso acquaesapone (un valore aggiunto in questo mondo di plastica) e anche grazie a questa recensione di Tommaso Naccari. Non ho acquistato nulla, ma ho affidato al fido spotify il mio ascolto.

Michielin paga con gli interessi l’età che ha. Ne ha 23 di anni (beata lei) peccato, però, che i suoi collaboratori questo sembrano ignorarlo e la vestono con abito di 15 anni più grande. Donna passionale nelle foto e in una produzione da cantante affermata. Perché X-Factor fa rima con affermata? L’Eurosong o il secondo post di sanremo sono affermazioni? Una volta si parlava delle canzoni. Qualcuno sta cercando di farla passare per la Lorde italiana, facendole più del bene che del male. Di Lorde manca la semplicità. Di Lorda manca l’imperfezione (vi potesse servire, qui trovate il mio “Tutorial di Lorde”). Francesca è troppo perfetta nei suoi acuti, nelle sue dinamiche e nelle sue precise escursioni liriche. Ma l’effetto è quello di Hillary contro Trump. Lei perfetta, fredda, lontana dalle persone contro uno zoticone che però difende i posti di lavoro.

Insomma, Francesca ha bisogno di un autore imperfetto come il sottoscritto. Parliamone, no?

Elton: 300 concerti e poi stop

La notizia di questi minuti è l’addio alle scene di Elton John.

L’autore di centinaia di bellissime canzoni di rock melodico (come si diceva negli anni 80) lascia con un tour di 300 date.

E già si sa che Elton sarà nel 2019 al Jazz Festival di Montreux.

Da Jack White è vietato il telefono

se ho capito bene, jack white (ex white stripes e molto altro) ha chiarito fin dall’acquisto dei biglietti che al suo spettacolo/concerto non è possibile portare cellulare. cioè non si possono fare video e foto della serata. più o meno, il testo dice così:

questo è uno spettacolo senza telefono. strumenti per fare foto, video o registrazioni audio non sono permessi. pensiamo che ti godrai molto di più la serata se stai lontano dai tuoi giocattoli per un po’ e ti immergi nell’esperienza musicale e condividi l’amore per essa DI PERSONA. all’arrivo al locale, tutti i telefono e altri aggeggi per catturare foto e video saranno messi al sicuro in un sacchetto e saranno bloccati fino alla fine dello show. ti terrà il sacchetto al sicuro con te durante il concerto. se ne avrai bisogno potrai portare il sacchetto in apposite zone identificabili nella sala o nei corridoi. per chi vuole fare un po’ di post sui social, permettici di aiutarti. il nostro fotografo ufficiale posterà foto e video dopo lo spettacolo sul sito jackwhiteiii.com e sul nuovo account instagram jack white live. potrai ripubblicare queste foto quanto vorrai e goderti un momento senza il tuo telefono. un’esperienza umana al 100 per cento.

detto che è diritto di jack white di chiedere o ottenere uno spettacolo come pare a lui, mi sembra tutto molto chiaro e limpido. per quanto io credo possa essere uno strumento di marketing per i giovani artisti avere qualcuno che fotografa e riprende, capisco anche che un artista affermato possa decidere l’esatto opposto. simile l’esperienza l’abbiamo avuta a paisley park (gli studi di prince ora diventati un museo). all’entrata il telefono viene inserito in un contenitore felpato, che può essere aperto solo all’uscita del museo. la situazione è nuova da vivere, siamo troppo abituati a controllare il cellulare ogni 10 secondi, che non averlo più tra le mani fa strano, ma aiuta anche il rapporto con gli altri; nei musei e nei concerti ci si disturba l’altro cercando di fotografare di tutto. ricordo che all’ultima visita di Brera, abbiamo partecipato a una breve presentazione di un quadro, e, malgrado ci fosse abbondantemente vietato fotografare, la nostra guida è stata interrotta da un maleducato turista straniero che voleva fotografare il quadro. fotografie che raramente vengono bene, ma che servono solo ad arricchire i produttore di memorie e di chiavette usb.

Morgan da Red Ronnie, una sintesi

ieri sera per la punta del Barone Rosso di Red Ronnie c’era ospite Marco Morgan Castoldi, che per semplicità chiamerò Marco. ora, come Ronnie ha ripetuto diverse volte, Marco era allo stato brado. impossibile da contenere; saltava, cantava, parlava, faceva domande e si rispondeva da solo. uno spettacolo, senza alcuna ironia, che è difficile rivedere sui canali normali, e infatti ce lo siamo guardati su youtube (indiretta). con loro una giovane e talentuosa musicista di nome Nyvinne.

Marco è reduce da una battaglia legale con la moglie che pare volergli prendergli la casa, perché lui non pagherebbe gli alimenti alla figlia. lui (non so se le due cose sono collegate) sta mettendo all’asta i propri oggetti, vestiti, strumenti, biglietti e altro su ebay (ne ho già parlato qui).

ieri sera, vi prego guardatevi la puntata, l’argomento era che qualsiasi oggetto toccava Marco sarebbe finito all’asta. ha anche raccontato di un vestito fatto da Missoni per lui, con la stoffa degli asciugamani che Missoni aveva in bagno. insomma una puntata speciale. un po’ ossessiva e nervosa,  ma comunque che vale la pena vedere.

Ronnie rimane sempre il migliore per ospitare i musicisti. è ancora l’unico in grado di dare loro uno spazio libero, infinito e tranquillo. nelle sue trasmissioni i cantanti non sono degli riempi buchi o fatti per i concorsi telefonici (tipo a mattina in famiglia) ma hanno dignità. se si riesce a accettare un suo taglio/accento un po’ paternalista, soprattutto con i giovani, la trasmissione è piacevole.

https://youtu.be/AC19stB51uE

tra una canzone e un’invettiva e l’altra, sono uscite un paio di perle. una che dopo l’esclusione da sanremo, Marco sarebbe andato da Baglioni a chiedergli spiegazioni, confrontando se stesso con Facchinetti. Marco ha ripetuto diverse volte ‘sta cosa come un mantra alla Sgarbi. e poi sarebbe uscito il prossimo vincitore di sanremo cioè fabrizio moro (ripetuto diverse volte da Red Ronnie). in quel momento, dal mio divano, ho detto: chi è fabrizio moro?

la mia serata si è conclusa con la telefonata tra Marco e Andy, suo compagno nei blu vertigo. poi non ho capito più nulla; Marco aveva ancora troppa energia per le mie forze e sono andato a letto.

Matt Thorne: recensione della mostra My Name Is Prince di Londra

La mostra di Londra intitolata My Name si Prince è finita. Dall’8 marzo si sposterà ad Amsterdam. Non so se cambieranno gli oggetti o la disposizione, in ogni caso mi sembra utile leggere questa recensione di Matt Thorne dell’edizione londinese.

In Olanda i biglietti vanno da 17 euro a 50 euro per il VIP tour. Il VIP tour comprende: l’entrata alla mostra (ovviamente), una stanza esclusiva con oggetti non in mostra per i comuni mortali, la possibilità di tenere tra le mani una chitarra acustica di Prince, fare una foto e un libro di foto di 54 pagine.

Per avere maggiori informazioni sulla mostra di Amsterdam è disponibile il sito mynameisprince.amsterdam. Ricordo che potete leggere la mia intervista a Matt Thorne qui.

Alla fine della sua vita la pop star Prince era un uomo molto religioso, anche se le sue specifiche credenze si erano sviluppate nel corso della sua vita. Nato in una famiglia praticanti di Avventisti del Settimo giorno, trascorreva il  suo tempo nella chiesa del quartiere; ciò gli diede l’interesse negli studi biblici che hanno formato la sua vita e il suo lavoro. Alla fine decise di diventare un Testimone di Geova.

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Sin dalla sua morte nel 2016, i membri della sua famiglia sembrano avere lottato per trovare la maniera migliore per celebrare la sua eredità. La reputazione di Prince lo descrive come mai fermo nel pubblicare la sua musica, ma anche nel fatto di avere pubblicato solo una frazione della sua produzione, con migliaia di canzoni, registrazioni dal vivo, video e film interi reclusi nel suo famoso archivio, che se gestito con attenzione darebbe materiale per tutta una vita.

Eppure fino adesso, tutto ciò che è uscito è una versione più lunga del suo album più famoso, Purple Rain. La famiglia di Prince ha deciso di seguire le orme di Elvis, trasformando lo studio di Prince, Paisley Park, in un’altra Graceland. Ora, My Name Is Prince, la nuova mostra con gli oggetti di Prince, è all’O2 di Londra, dove Prince suonò per 21 sere, condite da 14 aftershow nel 2009.

Howard Bloom, storico di Prince e in precedenza esperto delle pubbliche relazioni, che di recente ha pubblicato l’immenso “How I Accidentally Started the Sixties” (Come ho fatto iniziare gli anni sessanta per caso), ritiene che questo è ciò che Prince ha sempre voluto. “Anche se avrebbe voluto che fosse fatto con seduzione, sorpresa e stile”, mi ha detto. “Prince ha lavorato per attirare l’attenzione del suo pubblico ogni giorno della sua vita.”

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Ho dei sentimenti contrastanti riguardo alla mostra. Mentre ci sono indubbiamente cose interessanti, non sono del tutto sicuro che sia stato ben curato quel senso di seduzione, sorpresa e stile. Prima le cose buone: gli abiti e le scarpe di Prince sono così ben presentati che anche i fan più attenti alla produzione musicale di Prince, invece che al suo guardaroba, capiranno quale sia stata una parte importante dei suoi costumi nelle sue performance e produzioni. Sebbene a volte Prince indossasse abiti firmati, in genere aveva i suoi abiti fatti in casa da un team specializzato di sarti. I manager che firmavano gli assegni possono avere occasionalmente messo in dubbio questa indulgenza spendacciona, ma hanno davvero apportato un elemento aggiuntivo agli spettacoli dal vivo. Prince si presentava ai suoi sarti con concetti complessi, che loro avrebbero fatto diventare realtà. Visto da vicino, la gamma di idee mostrate nei suoi vestiti è affascinante, quasi quanto quella della musica.

Ma lo spettacolo è rovinato dai pannelli in mostra; una chitarra dell’epoca in cui stava scrivendo musica per il film di Tim Burton, Batman, è anacronisticamente descritta come “steampunk”, e la collezione è raggruppata in modo inimmaginabile attorno a giganteschi ingrandimenti di copertine di album. Parte del fascino duraturo del lavoro di Prince è che ha resistito a questa sorta di tassonomia cronologica, poiché lavorava quasi sempre su molti progetti contemporaneamente.

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Un problema più serio è che la parte più affascinante della mostra – i quaderni in cui Prince ha scritto testi e note scarabocchiate su progetti cinematografici – è nascosta sotto vetro e in mostra c’è solo il minimo indispensabile. Per ulteriori trenta sterline, i visitatori possono indossare guanti bianchi e tenere la chitarra di Prince per cinque secondi. Avrei pagato molto di più per indossare i guanti e guardare nel dettaglio questi quaderni. Ho passato sette anni a scrivere un libro su Prince e anche solo le poche pagine di questi libri in mostra rivelano cose che nemmeno i suoi più stretti collaboratori hanno potuto dirmi.

Nel bookshop, tre libri rilegati sulle chitarre di Prince, la moda del cantante e lo studio di Paisley Park – con un testo della scrittrice di musica di Minneapolis e della radio DJ Andrea Swanson – giustificano il loro costo di trentacinque sterline. Ma un facsimile di uno solo di questi quaderni scritti da Prince sarebbe, al confronto, inestimabile. Forse questo deve ancora avvenire; se no, l’opportunità mancata è grande.

C’è sempre il pericolo di produrre dei falsi idoli dalle pop star, e c’è qualcosa nel trattare i pantaloni e gli stivali di un uomo come sacre reliquie che potrebbe sembrare discutibile, se non fosse per la costante insistenza di Prince nel dire che se i fan volessero adorare qualcuno dovrebbero rivolgersi a Dio piuttosto che lui. A parte il suo ego e dei suoi talenti superumani (era in grado di passare  lunghi periodi senza dormire, mangiare e persino, confessò, bere acqua e non si sa se questo stile di vita abbia contribuito o meno alla sua morte precoce), Prince era anche un uomo umile al quale non piaceva altro che parlare ai suoi fan della Bibbia. A volte si preoccupava di essere un “uomo sciocco” che non capiva come funziona la religione. Più tardi ha trovato i ministri per guidarlo con domande spirituali. Mentre Prince vivo non era mai stato così interessato al suo passato; speriamo di approfittarne, la sua famiglia può preparare un futuro più appropriato.

Leggi la mia intervista a Matt Thorne qui.

Morgan non c’è più?

già mi è capitato di parlare di Morgan. il musicista brianzolo, mi perdonerà per la definizione, è senza dubbio uno dei personaggi più dotati di questo secolo. è il genio in tutte le sue sfaccettature. ora se n’è inventata un’altra. Marco Castoldi ha pubblicato su facebook il seguente annuncio:

l’idea di morire artisticamente non è proprio originale, ma può avere il suo effetto: come già detto qui altre volte, la morte è il più forte strumento di marketing che l’uomo conosca; appena muore un musicista (o un attore, o un regista o quelchevoletevoi) noi tutti come un branco di pirla andiamo alla ricerca di questo e quello per acquistarne un pezzo della memoria.

Morgan tenta questa strada mettendo all’asta alcuni oggetti di sua proprietà. il tutto lo trovate su ebay a questo link. in questo momento ci sono un 45 giri dei Black Sabbath, una maglia di ferro, un sintetizzatore e un manoscritto del testo “altre forme di vita” scritto su carta Castoldi Salotti. forse quest’ultimo rappresenta l’oggetto più interessante. e le cifre non sono neppure altissime.

da parte mia, invito Marco a farmi un fischio che magari gli produco un album nuovo e viene fuori qualcosa di buono.

Chi gestisce il Vault di Prince?

È uno strano weekend; l’ascolto di Purple Rain Deluxe (per ora solo l’originale con rimaster) che così mi aveva entusiasmato non mi dato molta emozione. Il lavoro di rielaborazione fatto “sotto la supervisione” di Prince (overseen by Prince in inglese nei crediti) è sembrato poco ispirato. D’altronde bisognerebbe ascoltare il missato originale per poter dare un giudizio concreto; si rischia di scontrarsi con giudizi e gusti personali.

La pubblicazione di Purple Rain è però l’occasione per ragionare sulla gestione della musica di Prince; anche Jay Z ha voluto dire la sua inserendo in un strofa del suo nuovo album un riferimento proprio a Prince e all’avvocato Londell McMillan che all’inizio aveva gestito gli interessi degli eredi nella proprietà (adesso ho perso il conto delle varie discussioni). Secondo Jay Z, McMillan avrebbe tradito i desideri di Prince sfruttandone economicamente la musica o vendendo biglietti per andare a casa sua (Paisley Park?).

Jay Z non ha una visione asettica della situazione visto che Prince aveva dato in esclusiva al servizio di streaming musicale Tidal di proprietà di Jay Z, tutto il suo catalogo mentre da qualche mese parte del catalogo (il periodo Warner) è disponibile ovunque a partire da Spotify. A prescindere da questo, i 6 fratelli e sorelle di Prince (eredi secondo il giudice) sembrano persi nell’industria discografica e starebbero affrontando una situazione inquinata dall’assenza del testamento affidandosi a 2 manager (un avvocato e un discografico) che prima di tutto devono far fronte a onerosi impegni finanziari. Si parla di un patrimonio valutato intorno ai 200 milioni di dollari che verrebbe dimezzato dopo il pagamento delle tasse.

Diamo per acquisito che non c’è nulla da fare con le tasse: bisogna sfruttare velocemente la musica e il personaggio Prince senza che ci si dimentichi di lui per far uscire da qualche parte i soldi che lui invece raccoglieva in 4 e 4 8, organizzando concerti dal vivo. Ma c’è dall’altro. Continue Reading

lodovica comello se la cava con l’inno di mameli

l’altra sera c’è stata la finale di coppa italia e (come tradizione da qualche anno) l’inno di mameli è stato eseguito da una cantante pop. quest’anno è toccato l’ingrato compito a lodovica comello. a mio modesto parere, l’esibizione è stata decorosa e di una spanna migliore di tante altre cose sentite con l’inno di mameli.

lodovica ha reso un brano francamente noioso un po’ brioso. ho sentito poche incertezze e ha cantato mostrando un bel sorriso che ha sicuramente aiutato a stemperare la tensione pre partita. tra la prima melodia e la seconda, che ripetono – lo ricordo – le stesse parole, mi è parso di sentire lodovica attendere la seconda strofa con un ingenuo e divertente parapà parapà


Lodovica Comello – Inno di Mameli – 17-5-17… di stefa73it

ma non tutti l’hanno pensata così.

in particolare un articolo di un sito musicale italiano (che non linkerò perché non lo merita) ha sfoderato un titolo terribile, accusando l’esibizione di lodovica di essere sciatta.

trovo fuori luogo accusare una giovane donna di avere mostrato un “sorriso inopportuno stampato sulle labbra”; mi avrebbe spaventato vedere lodovica tutta seriosa cantare un inno di una nazione che non esiste. meglio sorriderci sopra e mostrarsi spensierati. oltretutto, cantava davanti a 65mila spettatori, senza base e con qualche emozione.

malgrado questo, ciò che colpisce è che in un’occasione del genere e con tutti i soldi che girano nel calcio, l’italia non riesce a mettere in piedi un’esibizione degna di questo nome. si poteva accompagnare lodovica (o qualsiasi altra cantante pop) con un’orchestra, banda o qualche altro diavolo di arrangiamento che donasse alla serata l’importanza che merita. abbassando il volume degli spettatori, mettendo dei monitor come si deve (lodovica si toglie gli auricolari mentre pare aspettare il via) e permettendo così al cantante di turno di fare il proprio lavoro, cioè di  esprimersi come meglio crede.

invece questo non avviene mai, perché la musica nel paese del “belcanto” è un accompagnamento quasi inutile.

cose più o meno esecrabili del mondo della musica

è stata una settimana importante. non solo perché “le cose cambiano”, ma anche perché la musica ha avuto molto spazio nelle notizie. l’ultimo weekend è stato riempito dall’oramai sempre più inutile sanremo, dove ha vinto un’imbarazzante canzone e dove non esiste alcun legame con la realtà musicale. oramai, le televisioni, le radio “mainstream” e i media più costosi seguono questo esecrabile evento parlando tra di loro. ospitando gli ospiti degli ospiti, come in un circuito chiuso. i dati parlano di un successo senza precedenti: quasi il 60% di share (percentuale di televisori sintonizzati su sanremo sul totale di tivù accese). ma in una nazione dove il governo non è quello votato alle elezioni io non ci credo ai dati auditel. oltretutto, i giornali continuano a perdere lettori come indicano le statistiche su primacomunicazione.

in questo scatto, il lato migliore dei conduttori di sanremo e Antonella Clerici

la canzone seconda arrivata è la triste “che sia benedetta”. oggi fiorella fa tanto la comunista, ma in passato è passata dalle parti di cologno pure lei; nel 1984 partecipò alla premiatissima dello zio silvio. che dobbiamo farci?

come un contrappunto a los angeles si sono svolti i grammy che si sono portati in dote un paio di tributi di Prince (i Time e bruno mars). ora, non è che io abbia qualcosa contro i tributi, per carità, ma questo continuo far riemergere i brani di Prince malamente ricantati da altri non fa altro che confermare quanto mi manca lui, la sua musica e la sua presenza. Pure Funkenberry (il blogger per lungo tempo è stato il megafono di Prince sui social) se n’è accorto:


probabilmente, questa è la volta buona che la smettono. anche perché (come ha ben detto mashable “il tributo a Prince di Bruno Mars ai Grammy è stato fantastico – fino all’assolo di chitarra”) la qualità è quella che è; durante let’s go crazy, bruno mars si è lanciato nell’assolo di chitarra seguendo le orme di Prince, ma in un territorio dove SOLO Prince può andare. dove è meglio non andare. forse è la volta che la smettono di fare tributi, dove cercano di occupare il suo posto nell’immaginario del pubblico. perché, e questo deve essere chiaro, i tributi hanno solo una funzione di marketing, nient’altro.

bruno mars sfinito dall’assolo e Morris Day che ringrazia l’operatore dei fari

nel frattempo, Prince è tornato sui servizi di streaming. in realtà, non se n’era mai andato, nel senso che lui (lui in persona) aveva scelto di concedere la propria musica solo a tidal, il servizio di streaming del marito di beyoncè (in sintesi), ma ora chi sta gestendo il suo patrimonio (estate in inglese) ha deciso che bisogna sfruttare tutta la sua musica. e così è stato fatto un mega accordo con mezzo mondo (in pratica tutti gli altri tranne tidal) e ora i suoi brani del periodo d’oro (con la warner) sono tornati.

io che uso Spotify sono felice, però siamo sicuri che Prince avrebbe voluto questo? anzi, siamo sicuri che Prince non l’avrebbe fatto. ma ci sono da pagare le tasse e quindi ciao ciao tidal.

grazie a Getty images per le foto

fare musica in inghilterra

ho trovato su reteconomy un interessante video realizzato a londra. il video fa parte della serie “vita fuori dall’euro” e – in genere – racconta di come sopravvive e/o chi campa in una nazione euroless. in questa puntata si parla di musica, di fare musica, di lavorare/campare con la musica a londra. 3 gli intervistati, un (e)x Factor, un label manager e un’esperta di musica metal/goth. domande ottime e risposte condivisibili. molto interessante l’opinione di carlo craparotta. per vedere il video cliccare qui

Ancora #IceBucketChallenge (poi basta, però)

Anche Matt Damon ha partecipato alla sfida e ha usato l’acqua del suo wc per farsi la doccia gelata. Come mai? Perché Matt Damon è cofondatore (con Gary White) di water.org, un’organizzazione nonprofit che “ha trasformato migliaia di comunità in Africa, Asia del sud, Centro America fornendo un accesso all’acqua potabile e impianti igienici”

Dall’altra parte, invece, il rapper Emis Killa che su Facebook ha mostrato il suo bonifico di 500 euro condito da questa frase: “Dopo essere stato nominato da piu’ persone per l’#icebucketchallenge e dopo aver visto che si sta trasformando in un gioco stupido, ho accettato la sfida ma a modo mio. Questi sono i miei 500€ simbolici per l’associazione, nomino tizio caio e culo e ed invito tutti a donare, fanculo il ghiaccio.” Poco dopo ha postato: “33.000 euro equivalgono a 66 donazioni come la mia. Fate un po il conto dei migliaia di italiani che si sono secchiati la testa (cantanti/calciatori/attori/politici e via dicendo) e provate a immaginare quanto abbiamo donato gli altri rispetto a me, prima di darmi dello spilorcio. Paese di ipocriti.”

La coda lunga è corta

Chris Anderson

Lanciata dal libro di Chris Anderson, alcuni anni fa si era sparsa l’idea della coda lunga, un modello economico (semplifico/generalizzo) secondo cui i piccoli artisti messi tutti insieme, avrebbero realizzato un mercato di massa, in competizione con quello esistente formato dalle grandi multinazionali.

Chiunque, grazie all’accesso ai media digitali, avrebbe potuto diventare produttore di contenuti. Un accesso trasversale, dalla musica all’editoria.

L’opportunità di sfruttare la coda lunga avrebbe permesso alle aziende della new economy di fare sghei (scusate ma sono appena tornato dal Veneto).

E così è stato.

Guardate Amazon, Spotify o iTunes: sfruttano un catalogo infinito di piccoli contenuti che, venduti su larghissima scala, fanno ricavi altissimi.

Spotify, per esempio

spotify headquarters!

Spotify propone un servizio di streaming musicale, ha nel catalogo circa 20 milioni di canzoni. Nel 2012 ha ricavato da abbonamenti e pubblicità la bella cifra di 434,7 milioni di euro. Un anno dopo, a dicembre 2013, gli abbonati al servizio di streaming musicale sono ben 24 milioni, di cui 6 milioni in possesso di un abbonamento Premium (come il sottoscritto) a 9,99 Euro al mese.

Ma come li ripartisce questi ricavi Spotify con (per esempio) gli artisti?

Per chiarire tutte le questioni Spotify ha reso disponibile il sito spotifyartists.com dove spiega che Spotify tiene per sé il 30% dei ricavi. Il 70% sarebbe -quindi- riconosciuto ai produttori dei contenuti.

La coda lunga vince o no?

I ricavi raccolti (streaming e vendita su Internet, concerti, cd), come si distribuiscono? La coda lunga di artisti ha superato nei ricavi i grandi nomi della musica internazionale?

Secondo la ricerca The Death of the Long Tail di Midia Consulting  ben il 77% di tutti i ricavi musicali andrebbero dritti dritti alle superstar, cioè solo all’1% degli artisti.

Se volessimo rigirare la frittata, il 99% degli artisti (la coda lunga) serve solo a fare numero, cioè le 20 milioni di canzoni di Spotify che attirano i clienti per far fare soldi ai soliti noti.

O, ancora peggio, il 99% degli artisti è stato dimenticato dal pubblico. Su Spotify si parla di 4 milioni di brani mai ascoltati (http://is.gd/NAbW7W), neppure una volta, e per questo è nato un servizio apposito intitolato Forgotify.

In Italia non è una novità

Esiste una mancanza grave italiana in questo ambito; da noi la coda lunga non si è mai concretizzata. I musicisti non mancano, ma (non potendo pagare il mutuo con la propria arte) preferiscono rifugiarsi nelle tribute band, cioè la band che rifanno per filo e per segno tutta la musica di un cantante famoso. Sono utili per le amministrazioni comunali che riempiono le piazze con le copie sbiadite di quelli famosi e li pagano meno. Ma inutili per il bene della musica italiana; continuano imperterriti a rifare la stessa musica, noiosamente. L’assenza di creatività è disarmante per chi come me naviga cercando nuove composizioni (qui tutti i musicisti che ho scovato).

In Italia non si è mai voluto imparare dalle nuove generazioni.

Conductor Mauro Pagani - La notte della Taranta Orchestra #2A Sanremo si continua a proporre sempre la stessa musica. E questo malgrado negli ultimi tempi la commissione musicale avesse tra i componenti un grande artista come Mauro Pagani. Ma Pagani non può certo inventarsi un artista di sana pianta; è obbligato a lavorare con il materiale che le case discografiche gli sottopongono. A Sanremo si prepara un menù con tanto pop banale in salsa di Talent Show, pochi ritmi sincopati, e una spruzzatina di rock. Senza l’attenzione a quell’1% di artisti sconosciuti.

Cosa si salva?

Anche da noi ci sono piccole isole dove i musicisti sconosciuti vengono considerati. La mia preferita è sempre stata la trasmissione di Radio Rai intitolata Demo, che però è stata chiusa da qualche tempo. Demo aveva l’obiettivo di far pubblicità ai musicisti non presenti nei circuiti di Sanremo/Festivalbar, dei media tradizionali Rai o Mediaset e, pensa che pazzi, di riconoscere loro i diritti SIAE. L’evoluzione di Demo è demodrome.com.

All’estero, il Guardian (leggete il Guardian, non i giornali italiani!) ci prova; propone musica consigliata da blog indipendenti in una pagina intitolata New Music From Around the World (http://is.gd/BGjL7D).

La musica italiana più interessante è nascosta tra quei generi che il pop non frequenta quotidianamente: tra il jazz o il rap, per esempio, si ritrovano piccoli gioielli, che hanno ancora qualcosa da raccontare. Qui la coda lunga trova spazio.

Gli altri continuano a rifare la stessa canzone, per entrare in quell’1% che domina la musica.

Credits: articolo scritto su spunto di Bruno. Altri articoli sullo stesso argomento: qui, qui e qui. Foto di Chris Anderson di Carito Orellana – Foto di Mauro Pagani di Von Boot – foto di Spotify di Zenra.