Jenni Gandolfi: Scrivere Canzoni Per Lasciare Un Segno

Di gente che fa musica ce n’è tanta in giro, ma sono pochi quelli che scrivono qualcosa di nuovo. Girando per internet mi è arrivata questa notizia dalla Gazzetta di Mantova “Jenni è “Come l’acqua” Un album 10 anni dopo”. Si parla di Jenni Gandolfi. Lei una cantautrice ed è mantovana, due buoni motivi per ascoltare cos’ha da dire. Così ho visto il suo sito jennigandolfi.com e ho scritto a Jenni che è stata cortese dal dedicarmi qualche momento per rispondere alle mie domande.

Mi sono ascoltato bene il tuo disco e mi è piaciuto tantissimo. Soprattutto perché è tutto bello suonato, dall’inizio alla fine. Racconti delle storie quotidiane. Hai anche una certa schiettezza nei testi che mi piace molto.

Scrivo tutto io: testo e musica. Ho iniziato studiando il sax contralto, poi da autodidatta il pianoforte, che era il mio sogno. Ora compongo principalmente al piano, alcune volte alla chitarra.

Com’è il tuo processo creativo?

Quando mi arriva un’idea in testa la devo scrivere, la devo registrare immediatamente. Generalmente di notte oppure la mattina presto. Mi martella finchè non l’ho messa su carta.

Cosa fai in quel caso? Ti metti al pianoforte? Registri qualcosa?

Corro al piano, la registro su cellulare o iPad e butto giù un testo sulla carta. La maggior parte delle volte rimango sul brano fino a quando non l’ho finito. Non ci crederai mai, ma un giorno ho scritto 3 canzoni, una dietro l’altra.

È qualcosa che è finito nell’ultimo disco o in quello prima?

Non ancora. Perché i brani che ho raccolto nell’ultimo disco sono nati da tre o quattro anni a questa parte.

Come continua il tuo processo creativo?

Come gli ultimi brani nati, di cui ti parlavo prima, anche quelli dell’album “Come l’acqua” sono arrivati grazie all’ispirazione del momento. Poi si lavora sull’arrangiamento, che è un discorso importante poiché non mi piace come sono arrangiati i brani nella discografia contemporanea italiana. È un mercato impossibile.

Cosa intendi con mercato impossibile?

I miei brani possono essere arrangiati in qualsiasi maniera, pop, rock, ecc, ma a me non piace come la discografia italiana tende ad utilizzare arrangiamenti che inseguono una sorta di stile moderno, come sappiamo bene le mode cavalcano una stagione. Un brano pop il giorno dopo è già dimenticato, perché ne arriva un altro che lo sostituisce. Preferisco utilizzare degli strumenti standard, che non tramonteranno mai: chitarra, banjo, violino e contrabbasso, che non hanno neppure bisogno, volendo, di amplificazione. Strumenti che hanno fatto la storia della musica. Il mio obiettivo è che questo lavoro venga apprezzato nella sua semplicità e rimanga nel tempo. La stessa cosa vale per i testi delle mie canzoni, vorrei che la gente ascoltasse, inoltre, ciò che ho da dire e che riflettesse sui temi che tratto.

Fantastico. Ascoltando la tua musica si sente proprio questa voglia di lasciare un segno: i brani, i testi, le melodie, le armonie, non ultimi gli strumenti che utilizzate per registrare i brani trasmettono questo senso di voler rimanere. Nell’arrangiamento spesso la tua linea melodica è accompagnata dal violino. È una cosa inusuale nella musica pop ed è una cosa interessante.

Il violino riprende gli arrangiamenti country e bluegrass ai quali ci siamo ispirati per questo lavoro. Nella musica non c’è un modo giusto di fare le cose; l’artista dona la propria anima, fa quello che si sente. Può capitare che invece non vada così, soprattutto per chi è solo autore e scrive le canzoni a tavolino per inseguire il mercato. Per utilizzare un esempio, spaziando anche nell’altra mia grande passione, la pittura, mi sono stati commisionati a volte dei quadri, dove mi richiedevano di mettere il sole in alto a destra, lo sfondo di un certo colore. A quel punto io prendo la tela e la do a chi mi ha commissionato il dipinto e gli dico: fattelo tu. Mi si può suggerire un tema , ma i dettagli sono i miei anche nella mia musica e mi devo sentire libera di lavorare come preferisco. Ciò che non riguarda il sentimento reale, per me non esiste, si tratta di bugie che si vogliono raccontare per fare audience con i brani costruiti a tavolino. Non è per artisti veri ma per gli operai di una catena di montaggio.

C’è qualcuno che salvi tra i cantautori?

Salvo tutti i cantautori. Non salvo gli autori che seguono il mercato che decidono le multinazionali, con tutto il rispetto per coloro che scrivono bene, o che fanno belle melodie.

A Sanremo una è la copia dell’altra. Una cosa che volevo chiederti riguarda i tuoi testi e l’essere vicina alla realtà. Prendendo come esempio il tuo ultimo lavoro, ho notato che ci sono alcuni brani che sono davvero delle storie. Quando mi hai detto di essere una pittrice ho ritrovato la stessa filosofia. Alcuni brani sono dei ritratti. Per esempio La Lotteria è un bel ritratto di amiche e colleghe che lavorano assieme e, come tutti noi, sognano di vincere la fortuna per scappare dalla quotidianità. Anche Le Malelingue. Raccontami di queste storie che racconti. 

Sono storie vere, storie che ho vissuto io o che mi sono state racconte di chi ha sofferto. Ho un debole per i deboli, come diceva anche De Andrè. Sono cresciuta in questo modo. Capisco i loro sentimenti e anche quando fanno degli errori, cerco sempre di raccontare lo spiraglio di luce.

Le Malelingue, sia come testo che come melodia è ispirata da De Andrè. È un omaggio?

Amo alla follia De Andrè. È chiaro che fa parte del mio percorso artistico. Come insegnante di canto ho messo in piedi un paio di spettacoli con la sua musica. Le Malelingue non è stato un omaggio, perché non ho voluto scrivere un brano simile ai suoi, è venuto così. Sono stata ispirata, per il testo, dalle persone che, in ogni piccolo paese, non si fanno i fatti propri.

È una storia che ti riguarda questa?

In parte il brano è ispirato alla mia storia, in parte dalle vite delle persone prese di mira nei piccoli paesi come quello dove sono cresciuta io. Per quanto riguarda le melodie, per raccontare un evento non c’è bisogno di un ritornello che esploda. È sufficiente un racconto che parli della storia che hai in mente. Anzi se hai un ritornello che spacca è peggio, perché la melodia, più delle parole, può rimane maggiormente nella testa di chi ti ascolta,  a me , invece, interessa che le persone capiscano il significato delle mie parole.

Lo scrivere canzoni ha un aspetto terapeutico?

Assolutamente Sì. Ti racconto una storia di tanti anni fa, della ragazzina di 15 anni e il primo amore: si era innamorata di un ragazzo che i genitori non volevano. Nulla di importante, ma ogni tanto mi fermo a pensare: se quella ragazzina fosse rimasta con lui come sarebbe andata la mia vita? E ogni tanto questa cosa tornava, rimanendo nel cuore come una porta che non si è mai chiusa, finchè, finalmente, un giorno ho scritto una canzone accompagnata da un fiume di lacrime che hanno chiuso finalmente il libro. Lo stesso mi è successo con una cara amica. La canzone è uscita anche su di lei, ti fai un bel pianto e poi la metti via. Anche solo lo scrivere è sufficiente, ma, avendo la fortuna di essere anche musicista e quasi musicoterapista ho in mano un grande potere che mi fa affrontare e superare il dolore attraverso la canzone.

Sei circondata dalla musica: tra lo scrivere, fare concerti e poi la insegni anche. La musica è la tua vita dalla mattina alla sera.

Ho iniziato a comporre le mie prime canzoni circa 15 anni fa, ma è difficile farsi valere come cantautori; siamo troppo profondi o per qualcun altro “tristi” per il mercato attuale che non vuol far pensare troppo. Forse hanno più fortuna gli interpreti.

Quando ho ascoltato il tuo disco, io parlo sempre di disco perché comunque ho ancora in mente il vinile, potrei dividere in due gli otto brani. Come se la prima parte fosse un po’ più ottimista e la seconda parte più ricercata nei testi. Nella prima parte i testi sono più chiari, la seconda parte con La Vita Va e La Mia Stella sono più intime, quasi tristi. Come si fa a trattare bene e con cura la tristezza nei testi? Non si rischia di intristire le persone che ascoltano?

Il disco rispecchia chi sono. Diciamo che sono pervasa da una sorta di malinconico ottimismo, perchè nella mia malinconia cerco sempre uno spiraglio di speranza. I temi che ho trattato in questi due brani riguardano due persone care che sono venute a mancare. Certo che si tratta di temi tristi, la vita non è fatta solo di cose aleatorie, leggere, la vita nelle mie canzoni è quella vera, trattata nelle sue varie sfaccettature, la vita, l’amore, l’amicizia e la morte. Per esempio, La Vita Va è dedicata ad una amica che ha avuto un incidente mortale. Uscivamo insieme,  poi un giorno mi sono fidanzata ed è stato più difficile per noi incontrarci. Lei insisteva perché ci vedessimo, ma io le avevo chiesto di avere un po’ di pazienza. Lei aveva capito la mie esigenze e le sue ultime parole erano state: “Tanto c’è tempo” e così le ho lasciate nel testo. Bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché non c’è mai tempo per amare le persone. La Mia Stella racconta di una persona che è venuta a mancare dopo una lunga malattia e di cosa cambia nella vita di chi ha passato insieme a questa persona tutta la vita. E quando ti manca qualcuno che ha trascorso con te tanto tempo è come se mancasse un pezzo di te.

È bellissimo sentirti parlare e poi queste canzoni sono particolarmente indovinate; uno come me si avvicina alla tua musica, ascolta i brani, rimane colpito da quelli più leggeri, poi gli rimangono nel cuore quelli più intimi. Sei molto brava a raccogliere la melodia e farla simile al testo. Capisco che non c’è una differenza tra lo scrivere prima la melodia e poi metterci il testo. Oppure buttare giù una poesia e poi musicarla. Viene fuori tutto insieme, se ho capito bene. 

Si, testo e melodia arrivano insieme, non sono distaccate. Inoltre, parlando della melodia, nasce a seconda del mio sentimento in quel momento. Ne “La vita va”, puoi notare come la melodia non trovi uno sfogo vero e proprio nel ritornello, infatti il testo è legato ad un evento spiazzante, la morte improvvisa di un’amica tanto giovane, che ti lascia senza parole, “in questi casi non sai che cosa dire, perchè forse il silenzio è più grande di ogni cosa…”. “La Mia Stella”, come dicevo prima, narra della scomparsa di una persona dopo una lunga malattia, raccontata nei panni di chi le è stata accanto, persone nelle quali ho visto la sofferenza legata al calvario che si affronta in questi casi senza far pesare nulla alla povera malata. Quindi, dopo la liberazione dalla malattia, lo sfogo in un ritornello forte che vuole dar voce al grido stremato di queste persone.

Questo lavoro che fai sui testi è un lavoro di riscrittura o c’è molto istinto?

C’è molto istinto. Posso correggere una o due parole, ma come senti la canzone è come l’ho scritta.

In Canzone a un amico ho trovato delle parole spinte un po’ a forza nella melodia. Generalmente sei molto attenta a trovare le giuste sillabe da inserire dentro la musica. Invece in questo brano sei stata un po’ più cantautore: “io voglio dire quella cosa lì, me ne frego della melodia e ci metto quel testo.”

Canzone a un amico è tra quelle, forse, più cantautorali, è vero. Una storia difficile da raccontare. C’ho messo un po’ di tempo a scriverla. Non mi andava di storpiare troppo il testo per cambiare il senso. È stata tribolata e difficile da mettere in musica. Persino da arrangiare.

Questo è un lavoro di protagonisti che stanno cambiando. In una fase di evoluzione?

Per il lavoro precedente, l’album “Crescere”, ero una ragazzina, oggi sono una donna e scrivo in quanto tale, e posso anche permettermi di scrivere cose anche meno impegnative come “Oggi Che Cos’Ho”, che racconta di uno dei miei tanti giorni frenetici dove avrei davvero mandato a fanculo tutti.

Non ci sono pozioni magiche per scrivere canzoni, ma una buona regola è scrivere quello che si conosce? Quello che si vive?

Come dicevo prima, a mio parere, nello scrivere belle canzoni non devono esistere regole. Bisogna seguire la propria vena, più che conformarsi al mercato discografico. Se scrivi un bel brano e lo canti nessun interprete, per bravo che sia, non potrà mai rendergli giustizia perchè è nato dai tuoi sentimenti e chi meglio di te capisce il significato di ciò che hai scritto? A proposito di interpreti e di autori, vorrei far leva su un argomento che mi fa arrabbiare, cioè sul fatto che di un brano si conosce solo il cantante e si dice che quello è l’autore. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori. Sarei felice di essere apprezzata da quelle poche persone che vanno a studiare chi è l’autore.

Chi metti tra le tue influenze?

Johnny Cash, Fabrizio De Andrè, Pierangelo Bertoli e Bob Dylan, ma anche molti altri.

Come ti ho scritto su Facebook hai dei riferimenti americani molto forti nella tua musica. Trovo una certa schiettezza nelle tue parole. Gli americani, ne parlo da appassionato e non da critico, sono quelli che dicono: “noi facciamo così, poi vedete voi.” Nel bene e nel male loro agiscono così. Io riconosco questa filosofia nelle tue canzoni e ora che ti ho parlato per un’ora anche nel tuo modo di fare. Sento lo stesso modo di essere.

Amo le sonorità che arrivano dall’America, come ti dicevo soprattutto il country e il bluegrass perché sono suoni semplici. Un cantautore non ha bisogno di arrangiamenti complessi, gli è sufficiente anche una sola nota. Con una chitarra è sufficiente una sola corda per creare una canzone. Se fuori piove, un accordo in La be molle minore mi è sufficiente per fare una canzone. Con un violino puoi imitare un pianto. Sono strumenti onomatopeici. Non c’è bisogno di aggiungere molto.

il tutorial di Lorde (?)

una delle voci più interessanti della musica degli ultimi anni è sicuramente Lorde (pron. Lord)

la cantante neozelandese è esplosa qualche anno fato con un brano perfetto: Royals

grazie a questo successo Lorde ha raggiunto picchi alti: “La celebre rivista Time l’ha inclusa tra i teenager più influenti del 2013 e, nell’anno successivo, è stata inserita anche nella medesima classifica stilata da Forbes” così dice wikipedia. a parte questi successi effimeri, Ella Marija Lani Yelich-O’Connor si è guadagnata anche una medaglia di bronzo delle olimpiadi.

tornando alla musica, il suo brano Royals ha delle caratteristiche per essere ritenuto perfetto:

  • il minimalismo della ritmica
  • le differenti melodie (ad arco) che si succedono (forse il punto più importante di questa lista)
  • la voce rotta dall’incoscienza di Lorde
  • la linea di basso a supporto dell’inciso
  • il synth sincopato

il testo, secondo quanto scritto da wikipedia, criticherebbe la vita degli artisti hip-hop. questa la (mia) traduzione in italiano

Non ho mai visto un diamante nella carne
Nei film ho tagliato i denti su anelli di nozze
E non sono fiero del mio indirizzo, nella città strappata
Nessun
invidia del
codice postale
Ma ogni canzone è come denti d’oro, Gray Goose, scatenato nel bagno
Macchie di sangue, abiti da sfera, spogliando la camera d’albergo
Non ci importa, stiamo guidando la Cadillac nei nostri sogni
Ma tutti sono come Cristal, Maybach, diamanti sul tuo orologio
Aerei jet, isole, tigri su un guinzaglio d’oro
Non ci importa, non siamo intrappolati nella tua relazione d’amore
e noi non saremo mai dei reali
Non funziona nel nostro sangue
Quel tipo di lusso è proprio per noi
Noi desideriamo un diverso tipo di sballo
Non sono il tuo governatore, puoi chiamarmi la Regina B
E il bambino che regnerò (che regnerò che regnerò che regnerò)
Lasciami vivere quella fantasia
Miei cari

figlia di una poetessa, che l’ha introdotta alla lettura da piccolissima, Lorde usa metafore e immagini nel suo testo. se noi italiani rimaniamo in un primo momento incantati dalla voce, leggendo il testo ci accorgiamo della profondità delle liriche.

ora, se prendiamo questo piccolo tutorial e lo riapplichiamo possiamo ricostruire il successo di Lorde? non è detto. e se lo stesso tutorial lo riprende Lorde può ottenere lo stesso successo? ancora, non è detto. ma il nuovo album Melodrama parte con un singolo davvero promettente: Green Light.

Il Film The Wall di Roger Waters

ho visto il film del concerto The Wall di Roger Waters. un lavoro impressionante. il Waters riprone la propria musica in un concerto che lascia senza parole per la sua grandiosità e l’impegno. una produzione che rimane impensabile per le nostre latitudini; l’inglese permette a un’opera di questo genere di diffondersi in tutto il mondo. è forse grazie a questo che un poeta visionario come l’ex Pink Floyd può costruire e spendere così tanto. il palco deve essere stato lungo 200 metri. il muro del titolo che lentamente si costruisce tra il pubblico e la band nella prima parte del concerto, offre lo spazio a immagini, animazioni e effetti speciali sincronizzati con la musica, con i musicisti che spesso lasciano spazio alla drammaticità e coinvolgendo i giovani delle prime file. Roger Waters con la sua faccia da Richard Gere è perfetto. lo spettacolo è una completa integrazione tra musica e immagini, teatro e cinema, animazione e fotografia. la registrazione è di una qualità eccelsa, con un dolby surround ben sfruttato, mentre il video del concerto misteriosamente non sembra disturbato da flash di cellulare.

Roger Waters parla grazie alla splendida musica di rock sinfonico che ha nel repertorio, ma anche per il suo passato; il padre e il nonno del Waters morirono rispettivamente nella seconda e nella prima guerra mondiale lasciando i loro figli piccolissimi. è solo così che un autore parla di qualcosa che conosce bene. mentre il concerto si divide tra musica dal vivo e musical, il film è contemporaneamente un documentario che accompagna il Waters nel visitare i luoghi dove sono morti i suoi parenti, tra Francia e Italia. e non si dimenticano i caduti di tutte le guerre; il primo  brano viene accompagnato dalle immagini di caduti in guerra in attacchi terroristici; si parte dal padre ma si arriva ai morti degli ultimi anni. Per dire c’è anche Olof Palme il pm svedese morto nel 1985.

un concerto imperdibile per chiunque voglia raccontare storie con le canzoni. Roger Waters rappresenta un’ideologia precisa che nel tempo diventa un suo marchio di fabbrica.

qui sotto riporto l’intervista che il formigli di piazzapulita su la7 gli fa per l’uscita del film su dvd, pochi giorni dopo gli attentati di parigi del 2015.

(spoiler alert: il giornalista dice che Roger Waters è americano, mentre è nato nel Regno Unito)

Link: wikipediaimbd

Songwriting: come vincere la crisi del foglio bianco con la top 5

nel tempo sto mettendo insieme un po’ di regole sull’arte dello scrivere canzoni, per cui mi piacerebbe condividere un paio di cose che ho imparato e che poi ho messo in pratica, male.

la prima cosa che mi è servita molto, è una piccola astuzia per vincere la crisi del foglio bianco. spesso, infatti, capita che ti trovi davanti alla tastiera, vorresti mantenere una certa regolarità nello scrivere canzoni e cerchi di non perdere la battaglia contro la pigrizia invincibile (© mondi immaginari). e non hai idee.

applicando una buona dose di disciplina, la soluzione è sfruttare e/o lasciarsi ispirare da ciò che già è stato pubblicato.

per avere qualcosa da cui partire, è sempre una buona cosa tenersi un elenco di brani d’ispirazione. faccio un esempio classico: satisfaction dei rolling stones. potete amarli o odiarli, ma il riff di chitarra e la melodia semplice e rock sono alla base di molta musica. però, per non essere sempre ispirati dallo stesso brano, l’idea è quella di tenersi da parte una top 5; 5 (e non più di 5) brani che contemporaneamente ci assomigliano e ci sfidano.

una volta che uno di questi 5 brani ci ha ispirato qualcosa, allora è il momento di toglierlo dalla classifica per farne entrare un altro.

la mia attuale top 5 è la seguente

  1. Robbie Williams – Hot Fudge
  2. The Head and the Heart – Rivers and Roads
  3. Scotty McCreery – Feelin’ It
  4. Lucio Battisti – La Collina Dei Ciliegi
  5. The Artist formerly known as Prince – Dolphin

in conclusione, quando vi passa tra le mani (o le orecchie) un brano che potrebbe ispirarvi non lasciatelo scappare, infilatelo in una playlist (su spotify o su youtube); prima o poi vi tornerà utile.

Songwriting: 10 regola per la creatività

dopo l’uscita del mio nuovo mini album Con Te (qui per acquistarlo su iTunes), e per altri motivi, mi sono preso un attimo di tempo per capire cosa serve nel futuro della mia musica. capire come (e dove) posso migliorarmi. sto scrivendo alcuni nuovi brani, perché vorrei dare continuità alla mia produzione musicale. nel frattempo mi guardo in giro, perché vorrei lasciare musica contemporanea. per esempio, sto ascoltando tantissimo il nuovissimo album di annalisa.

con un po’ di serendipity, ho incrociato un video su youtube di Beppe Severgnini (BS), uno dei miei giornalisti/scrittori (e molto altro visto che fa trasmissioni in tivù) preferiti. ricordo che anni fa avevo organizzato su internet una minicompetizione internazionale e il premio era un suo libro inglese (che finì a new york…). a parte questo ricordo, BS ha una lettura della vita che è tra l’ironico britannico e l’interista ottimista, e io l’apprezzo.

mettendo insieme queste due cose (la scrittura di brani e BS) mi piace proporre questo video del 2014 di registrato al Festival della Mente di Sarzana. il titolo è “creare non vuol dire improvvisare” e si parla, principalmente, di immaginazione. di rapporto con la creatività. 10 regole da tenere su un post-it.

la scheda dell’intervento di BS la puoi leggere in questo link. qui sotto, invece, il video.

Songwriting: collaborare

la collaborazione è il sale della musica, così come di tante altre cose. ma nella musica c’è (quasi sempre) la collaborazione dietro ai grandi successi. negli anni 70/80 dietro ai testi romantici e strappa mutande di baglioni c’era la moglie paola massari. nei beatles di george martin c’era la collaborazione, che era più una competizione, tra lennon mc cartney. i due firmavano i brani di uno o dell’altro con i loro due cognomi, ma paul ha raccontato che quando uno arrivava con un brano, l’altro rispondeva con qualcosa per non essere da meno. battaglia dei pooh ha sottolineato che pure tra loro 4 la competizione fu alla base del successo della seconda metà degli anni 70 e dei primi 80 (il tutto gestito dalla maturità di facchinetti).  pure prince non è mai stato un artista solitario: al contrario di quello che si pensa, sono state le collaborazioni a renderlo immenso. wendy e lisa prima, sheila e, michael bland e sonny thompson poi, fino alle 3rdeyegirl. lui ne era il collante; loro senza di loro sono poco più che ascoltabili, ma con lui diventano immensi.

poi ci sono le collaborazioni a distanza, che possiamo chiamare ispirazione. un brano, un libro, un film, li riprendi, li fai tuoi, e da lì parti per scrivere la tua storia.

si potrebbe continuare, ma anch’io (a mie spese) ho capito che le collaborazioni sono indispensabili; le parole che bruno ha utilizzato per raccontare la storia del soldato italiano nella prima guerra mondiale o i sentimenti espressi da giò sono molto più importanti delle note o gli arrangiamenti che io ho raccolto per raccontarli. e pure tempo fa, avevo un amico con cui scrivevo canzoni. lui si chiamava C e sapeva davvero scrivere bei brani. era libero dalle recinti. ascoltava i brani degli altri e poi ne riprendeva le idee, le rielaborava. ci sapeva davvero fare. non che mi manchi, non esageriamo, ma oggi mi dispiace pensare a quando lo criticavo perché lo vedevo farsi ispirare da altri cantanti (r.zero, baglioni, pooh) mentre io ero convinto che i ns brani dovessero essere davvero nostri, senza alcuna ispirazione esterna.

oggi ho capito che la collaborazione interna o esterna (ispirazione) è alla base di tutto.

Songwriting: 6 regole per scrivere canzoni

Un ottimo articolo di Lukas Camenzind, pubblicato sull’interessante musicthinktank.com, prova a elencare 6 semplici regole che i songwriter devono seguire quando scrivono canzoni. Le traduco in italiano mettendoci un po’ del mio:

  1. Le parole sono importanti: occhio ai testi!
  2. Concentratevi su un’idea e sfruttatela a fondo.
  3. Aggiungete dettagli specifici: no alle parole generiche!
  4. Dipingete un quadro: a colori oppure in bianco e nero.
  5. Condividete il vostro modo di vivere: chi è il vostro pubblico?
  6. Raccontate una storia, con un inizio e una fine.

Il resto è nell’articolo che potete leggere qui.

Songwriting: la crisi

‘stà di fatto, che uno come me che scrive canzoni da qualche decennio (e senza portare a casa il becco di un quattrino) si ritrova a dover ridiscutere tutte le proprie convinzioni.

Questo, ovviamente, fa molto bene, perché permette di crescere (evito tutta la menata relativa), ma la prima reazione è produrre una crisi, che dovrebbe essere incanalata per sfruttarne l’energia: il paradosso classico di tutti i depressi.

Ora.

Parliamoci chiaro.

Quando produco un nuovo brano, provo sempre la stessa emozione nel pubblicarlo su soundcloud, nel proporlo agli amici fidati. Puntualmente, però, a quel brano manca sempre qualcosa. C’è quello che non apprezza le parole, l’amico a cui ricorda un’altra canzone, e l’ennesimo amico che fa finta di ascoltarlo, ma (per qualche motivo strano) non vuole darti la sua opinione.

Forse sono due punti di vista differenti, opposti. L’ascoltatore medio cerca di confrontare il brano nuovo che gli propongo con i suoi gusti personali. L’insegnante Berklee, invece, ha le sue convinzioni basate su studi e esperienze nel mondo americano della musica. Non è poco, vero?

(Teoria Musicale)