La coda lunga è corta

Chris Anderson

Lanciata dal libro di Chris Anderson, alcuni anni fa si era sparsa l’idea della coda lunga, un modello economico (semplifico/generalizzo) secondo cui i piccoli artisti messi tutti insieme, avrebbero realizzato un mercato di massa, in competizione con quello esistente formato dalle grandi multinazionali.

Chiunque, grazie all’accesso ai media digitali, avrebbe potuto diventare produttore di contenuti. Un accesso trasversale, dalla musica all’editoria.

L’opportunità di sfruttare la coda lunga avrebbe permesso alle aziende della new economy di fare sghei (scusate ma sono appena tornato dal Veneto).

E così è stato.

Guardate Amazon, Spotify o iTunes: sfruttano un catalogo infinito di piccoli contenuti che, venduti su larghissima scala, fanno ricavi altissimi.

Spotify, per esempio

spotify headquarters!

Spotify propone un servizio di streaming musicale, ha nel catalogo circa 20 milioni di canzoni. Nel 2012 ha ricavato da abbonamenti e pubblicità la bella cifra di 434,7 milioni di euro. Un anno dopo, a dicembre 2013, gli abbonati al servizio di streaming musicale sono ben 24 milioni, di cui 6 milioni in possesso di un abbonamento Premium (come il sottoscritto) a 9,99 Euro al mese.

Ma come li ripartisce questi ricavi Spotify con (per esempio) gli artisti?

Per chiarire tutte le questioni Spotify ha reso disponibile il sito spotifyartists.com dove spiega che Spotify tiene per sé il 30% dei ricavi. Il 70% sarebbe -quindi- riconosciuto ai produttori dei contenuti.

La coda lunga vince o no?

I ricavi raccolti (streaming e vendita su Internet, concerti, cd), come si distribuiscono? La coda lunga di artisti ha superato nei ricavi i grandi nomi della musica internazionale?

Secondo la ricerca The Death of the Long Tail di Midia Consulting  ben il 77% di tutti i ricavi musicali andrebbero dritti dritti alle superstar, cioè solo all’1% degli artisti.

Se volessimo rigirare la frittata, il 99% degli artisti (la coda lunga) serve solo a fare numero, cioè le 20 milioni di canzoni di Spotify che attirano i clienti per far fare soldi ai soliti noti.

O, ancora peggio, il 99% degli artisti è stato dimenticato dal pubblico. Su Spotify si parla di 4 milioni di brani mai ascoltati (http://is.gd/NAbW7W), neppure una volta, e per questo è nato un servizio apposito intitolato Forgotify.

In Italia non è una novità

Esiste una mancanza grave italiana in questo ambito; da noi la coda lunga non si è mai concretizzata. I musicisti non mancano, ma (non potendo pagare il mutuo con la propria arte) preferiscono rifugiarsi nelle tribute band, cioè la band che rifanno per filo e per segno tutta la musica di un cantante famoso. Sono utili per le amministrazioni comunali che riempiono le piazze con le copie sbiadite di quelli famosi e li pagano meno. Ma inutili per il bene della musica italiana; continuano imperterriti a rifare la stessa musica, noiosamente. L’assenza di creatività è disarmante per chi come me naviga cercando nuove composizioni (qui tutti i musicisti che ho scovato).

In Italia non si è mai voluto imparare dalle nuove generazioni.

Conductor Mauro Pagani - La notte della Taranta Orchestra #2A Sanremo si continua a proporre sempre la stessa musica. E questo malgrado negli ultimi tempi la commissione musicale avesse tra i componenti un grande artista come Mauro Pagani. Ma Pagani non può certo inventarsi un artista di sana pianta; è obbligato a lavorare con il materiale che le case discografiche gli sottopongono. A Sanremo si prepara un menù con tanto pop banale in salsa di Talent Show, pochi ritmi sincopati, e una spruzzatina di rock. Senza l’attenzione a quell’1% di artisti sconosciuti.

Cosa si salva?

Anche da noi ci sono piccole isole dove i musicisti sconosciuti vengono considerati. La mia preferita è sempre stata la trasmissione di Radio Rai intitolata Demo, che però è stata chiusa da qualche tempo. Demo aveva l’obiettivo di far pubblicità ai musicisti non presenti nei circuiti di Sanremo/Festivalbar, dei media tradizionali Rai o Mediaset e, pensa che pazzi, di riconoscere loro i diritti SIAE. L’evoluzione di Demo è demodrome.com.

All’estero, il Guardian (leggete il Guardian, non i giornali italiani!) ci prova; propone musica consigliata da blog indipendenti in una pagina intitolata New Music From Around the World (http://is.gd/BGjL7D).

La musica italiana più interessante è nascosta tra quei generi che il pop non frequenta quotidianamente: tra il jazz o il rap, per esempio, si ritrovano piccoli gioielli, che hanno ancora qualcosa da raccontare. Qui la coda lunga trova spazio.

Gli altri continuano a rifare la stessa canzone, per entrare in quell’1% che domina la musica.

Credits: articolo scritto su spunto di Bruno. Altri articoli sullo stesso argomento: qui, qui e qui. Foto di Chris Anderson di Carito Orellana – Foto di Mauro Pagani di Von Boot – foto di Spotify di Zenra.