Quando sei un artista immortale

Una volta il successo era vero successo se un artista appariva sulla Settimana Enigmistica; in altre parole, la presenza di un cantante o di un gruppo come risposta ad una definizione di un cruciverba nella rivista “che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione!” significava avere raggiunto l’immortalità. Oggi esistono altri modi per capire se un artista ha raggiunto il successo vero.

Il primo sono l’esistenza di Tribute Band: sono quei gruppi musicali che rifanno per filo e per segno la musica dell’artista famoso. Le Tribute Band sono deleterie per la musica italiana, ma non posso farci nulla (ne ho già parlato qui). Insisto: il numero crescente di ottimi musicisti che si cimentano in queste operazioni culturalmente denigranti per chi le ascolta mi fa paura. Ma tant’è.

Sembrano simili alle Tribute Band, ma in realtà si discostano leggermente, sono le orchestre che dedicano dei medley ai musicisti. In questo caso, l’opera di riarrangiare brani pop con taglio orchestrale è un esercizio delicato che permette e promette di raggiungere quote spettacolari; chi suona nelle orchestre fa davvero fatica, si è in tanti e le personalità si incrociano solo grazie alla sensibilità del direttore di orchestra. Al contrario delle Tribute Band che copiano (volgarmente, direi) gli artisti famosi, le orchestre rifanno a modo loro, mettendoci la propria personalità ereditata dagli strumenti che suonano, ripercorrendo l’arte magica delle cover. Ascoltate la bellezza di questo medley di brani Pooh fatto dai Filarmonici.

Altro parametro per misurare la popolarità di un musicista è la sua presenza in altre arti. Un caso classico è quando i brani di un cantante vengono utilizzati come colonna sonora di un film. Il primo che mi viene in mente è Paolo Conte che con Via Con Me accompagna un film americano ambientato a Parigi. Si tratta di French Kiss con Meg Ryan: un musicista italiano che affresca con il suo stile inconfondibile un film di Hollywood in Francia, complimenti. Così come i brani di David Byrne che entrano prepotentemente, così come la presenza dell’ex Talking Heads, nel film di Sorrentino “This Must Be The Place”.

Andando oltre, e parlando di libri e di un mio vecchio pallino, vi riporto il romanzo di Hanif Kureishi (nella foto a sinistra) intitolato come il mitico The black album di Prince. Ecco cosa c’è scritto nella descrizione presente su Amazon:

Shahid, un giovane pakistano stabilitosi da molto tempo in Inghilterra, si trasferisce dal Kent a Londra per ragioni di studio. Dopo l’incontro con Deedee Osgood, l’eccentrica professoressa che nelle sue lezioni mescola disinvoltamente le canzoni di Prince coi saggi di Lacan.

Il libro consolida la popolarità di Prince, proprio come una volta faceva la Settimana Enigmistica.