Il Black Album di Prince

Discogs, il noto sito per collezionisti di album in vinile, ha stilato la classifica dei 30 dischi più costosi venduti sul loro marketplace in gennaio (link). La prima posizione è stata meritatamente raggiunta da un Black Album di Prince, che è venuto via a quasi 5.600 dollaruzzi. L’edizione venduta per questa cifra (g)astronomica avrebbe una lettera di accompagnamento a conferma della sua autenticità. Oltre a un bel numero 0002 di produzione.

Come mai tutta ‘sta cifra?

Il Black Album avrebbe dovuto uscire poco dopo Sign O’ The Times. Secondo le precise richieste di Prince doveva andare sul mercato senza crediti e senza l’elenco dei brani. In una copertina rigorosamente nera. L’ispirazione era il White Album dei Beatles, e, in parte, il compleanno di Sheila. Alla fine degli anni 80, ma anche all’inizio dei successivi anni 90, se volevi essere una fan Prince figo, ma non solo, dovevi avere ascoltato/comprato/duplicato il Black Album di Prince.

Perché?

La storia del Black Album è tristemente nota.

Per una crisi mistica, forse dovuta a una pastiglia di extasi passata nelle lasagne al barolo, Prince chiese alla Warner di ritirare il Black Album dal mercato dopo che la casa discografica li stava distribuendo. Si parlò anche di uno sgarbo verso Madonna. Alcuni vinili finirono comunque nelle mani dei collezionisti; si disse che nessuno riuscì a fermare la spedizione di una nave che già solcava l’oceano verso l’Europa con il nero vinile di Prince in stiva. Il risultato fu esplosivo: Prince aveva un disco acquistabile solo nel mercato nero. Fu una mossa, probabilmente non voluta, che ottenne il risultato di creare o accentuare il mito verso l’artista.

Ma c’era molto di più.

Forse.

Il Blue Tuesday (una storia mai confermata).

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Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up

Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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Mai andare a vedere un film italiano al cinema

Ho un paio di regole quando scelgo un film da vedere al cinema.

Mai scegliere un film italiano. i film italiani scontano un depressione romanocentrica e una lentezza che non è mai facile da digerire. Raccontano storie tristi di sinistroidi senza ironia che hanno paura di vivere, ma che poi girano in Ferrari. Sarà anche colpa degli yankee che ci hanno invaso con i loro ritmi ed effetti speciali. Tranne rari casi, tipo Nanni Moretti, i film italiani sono da scartare.

Corollario nr.1

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione. Tempi, facce e ambientazioni non sono quelle più che sufficienti nel piccolo schermo. Così come la semplicistica sceneggiatura televisiva non può (e non deve) essere riportata al cinema. Tranne rari casi, tipo Aldo Giovanni e Giacomo degli esordi al cinema, i film con attori italiani della televisione sono da scartare.

Corollario nr.2

Mai scegliere un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig. L’effetto risata obbligatoria dopo il tormentone (ereditato da Drive In) e l’applauso ripetitivo anche senza battute a effetto (ereditato da Fazio) sono il male del 2018. Tranne rari casi, tipo nessuno perché fanno tutti cagare, i film italiani dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig sono da scartare.

Corollario nr.3

Al posto di Zelig nel corollario nr.2 si può inserire Colorado, qualsiasi trasmissione di Abatantuono, della Gialappa’s o una puntata con Francesco Facchinetti.

Chiarito questo l’altra sera abbiamo visto “un film italiano dove gli attori arrivano dalla televisione e hanno fatto Zelig“. Si tratta del nuovo (o il primo?) film con Nuzzo e Di Biasi dal titolo originale, mai sentito prima: “Vengo anch’io” (titolo provvisoro “Diversamente Family”). La trama del film racconta di un assistente sociale fallito e una ex carcerata appena uscita di galera. I due condividono un’auto per scendere verso il sud. Lui si porterà dietro un ragazzo problematico, cioè con la sindrome di Asperger. Lei vuole arrivare in Puglia prima che la figlia partecipi a una gara di canottaggio.

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Una domanda per Lisa

Ho fatto un’intervista con [il bassista dei Revolution] Brown Mark e [il tastierista] Doc [Matt “Dr.” Fink] prima dell’ultimo concerto di Philadelphia. Se ricordo bene mi dicevano che prima della morte di Prince c’era nell’aria il progetto di una riunion dei Revolution. E ‘questo il tuo ricordo? Eri coinvolta in quello progetto?

Certo. Ne abbiamo sempre parlato. Veniva fuori tipo ogni 2 anni. Ci pensavamo, poi qualcuno ne parlava con Prince. Lui ci pensava un po’ e poi se ne faceva niente. La cosa delle Tribute Band non gli piaceva. Voleva sempre fare qualcosa di nuovo. Potevamo organizzare la reunion, ma poi Prince diceva: “ma perché tutto vogliono parlare delle superiori? come se fosse il momento più bello della vita…” Se vuoi fare l’artista devi pensarla in questo modo. Non puoi avere la parte migliore della tua vita dietro di te. Devi sempre … avere un obiettivo di fronte a te. Però ci siamo sempre voluti bene e ci chiamava in diverse situazioni per aiutarlo nei progetti. Diceva: “Mark, vieni a suonare il basso da me domani”. Oppure: “Wendy, vieni a suonare la chitarra con questa cosa che sto facendo”. Eravamo sempre legati. L’unica cosa difficile era come fare una reunion senza scontrarsi con le esigenze di Prince. E sembra che la cosa si ripeta.

http://bit.ly/2DdDgnH

Quando narrare fa rima con camminare

perché creare?

perché non rimaniamo nel nostro simpatico (insomma), routinario (mah!), sicuro (per ora) lavoro dalle 9 alle 5?

perché lanciarci in un progetto creativo che non ci aiuterà a pagare le bollette?

perché scriviamo?

Philip Roth (il grande autore di Pastorale Americana) rispose così a una domanda del Le Nouvel Observateur nel 1981 (http://bit.ly/2Hs3y92).

scrivo “per essere liberato dalla mia prospettiva soffocante, noiosa e ristretta sulla vita e per essere attratto in simpatia immaginativa con un punto di vista narrativo pienamente sviluppato differente dal mio”.

se anche voi state cercando un punto di vista narrativo differente, probabilmente state raccontando una storia.

su questo sito (http://bit.ly/2HquzKb) della Commissione Europea ho trovato un articolo relativo ai film sponsorizzati dall’Europe Film Commission alla Berlinale di Berlino.

l’introduzione dell’articolo parla di storie e mi è parsa particolarmente interessante:

Le storie sono potenti maniere per connettersi. Costruiscono dei ponti tra la cultura e la società.

I film, in particolare, riflettono le sfide affrontate dalle nostre società. Il loro ruolo è stato spesso quello di preparare la strada al progresso, alla tolleranza, all’accettazione e all’inclusione.

Attraverso la creatività e la libertà artistica, l’industria cinematografica ha contribuito a sensibilizzare su questioni importanti.

In definitiva, i film possono toccare ogni individuo con messaggi potenti e quindi incoraggiare l’impegno dei cittadini nella società.

dobbiamo avere di fronte questo obiettivo anche per le nostre storie che vogliamo raccontare.

sia canzoni o che libri.

ma come fare sfrutturare la creatività e la libertà artistica?

qui mi viene in aiuto Marily Oppezzo. in questo intervento a Ted spiega cosa bisogna fare per essere creativi.

cioè cosa?

camminare!

è breve e divertente, dategli un’occhiata.

ecco le 5 cinque regole in italiano

  1. scegliere un argomento o un problema sul quale trovare una soluzione (brainstorming)
  2. camminare a un ritmo adatto mentre si fa brainstorming
  3. tirare fuori tutte le idee che passano per la mente (non fermarsi alla prima)
  4. registratele sul vostro telefono (scriverle sarebbe già un atto di selezione che non deve essere fatto durante il brainstorming)
  5. datevi un limite (se non esce qualcosa di buono durante il brainstormig, ritornateci su dopo)