Giappone

Ancora in giro per il Giappone. Ancora a Tokyo. Qui sotto appassionati di auto che guidano Go Kart in mezzo alle strade della città. Pare che oltre al Go Kart si possa noleggiare anche un costume di carnevale.

A Tokyo, giri l’angolo e (com’è, come non è) trovi un tempio. Chiuso, come se fosse un ufficio. Sulla cartina i templi sono indicati con un simbolo nefasto dalle nostre parti.

Asakusa (pron. Asaksa), il quartiere dove abbiamo dormito, non è proprio un quartiere turistico. Vicino al nostro albergo si trovava il bellissimo e grande tempio Sensō-ji (wikipedia), tappa obbligata per tutti i turisti di Tokyo. Ma il quartiere è conosciuto, perché ci sono molti negozi di prodotti per ristoranti; quasi tutti i ristoranti giapponesi in vetrina propongono degli esempi “finti” di piatti che si possono ordinare. In questo quartiere ci sono i negozi che vendono questi piatti finti. Questo signorone con i baffoni che si trovava su un angolo faceva proprio pubblicità per un negozio di quel genere.

Mentre questi sono esempi di gelati, sushi e sashimi che i ristoratori possono acquistare da mettere in vetrina.

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

Bloom: Morgan e The Van Houtens

Sabato scorso (nella notte tra il 19 e il 20 maggio), come testimoniato da un post su instagram, siamo stati al concerto di Morgan al Bloom di Mezzago (storico locale brianzolo). Nel concerto Morgan, coadiuvato da Megahertz, si è buttato in un live di stampo elettronico, tra la jam e la casualità. Brani di Castoldi e cover varie (tipo De Andrè, Pink Floyd). Una di quelle serate che lo rendono immortale, o mortale per il pubblico.

La serata è stata un’esplosione di dissonanze. Tutto molto impreciso, rumoroso, senza controllo e poco coordinato. Causa anche una lunga attesa condito dalla musica sparata nelle casse, (caro Bloom perché soffocare le persone con un doloroso rock?) dopo circa un’ora di concerto di Morgan siamo venuti via. Il costo del concerto è stato davvero basso e sapevamo che poteva essere una scommessa, ma ho trovato questo spettacolo troppo difficile.

Troppo improvvisato.

E (francamente) uscire sul palco fumando è una cosa che non si fa più: non è neppure una trasgressione. E’ solo tristezza.

Prima del duo MM, hanno ben suonato The Van Houtens; loro sono fratello e sorella (Alan e Karen). Hanno già dei passaggi televisivi (Strafactor) e collaborazioni illustri (la ginnasta Carlotta Ferlito) nel curriculum e quindi non li scopro di certo io. La band sul palco del Bloom era formata dai due già citati e da una chitarrista/bassista (dalle doti evidenti) e da un musicista alle tastiere/computer.

Giappone

Continua la mia galleria di foto scattate in Giappone.

La prima l’ho scattata all’interno della Tower Records, un palazzo di 4 piani dedicato alla musica, libri e qualsiasi altra occasione di divertimento per il tempo libero. Mi commuove vedere la grana della pellicola che abbraccia i colori dei libri nel lato destro della foto.

Poco distanti un palazzo mi ha permesso di esprire la mia emozione nel vedere i colori del cielo sui vetri.

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

Giappone

In questi giorni scoprire una foto in bianco e nero, veramente in bianco e nero, è un’impresa. Io, per fortuna, ho salvato dalle grinfie dei traslochi una macchina fotografica regalata da mio nonno a mio papà. E’ una Voigtländer, 250 anni di macchine fotografiche austriache che su ebay sparano fino a 900 euro. La mia ne vale molti di meno, ma arrivando da metà degli anni 50 del 900 ha fatto la sua bella storia. Mi era stata, per così dire, regalata, perché potessi giocarci. Nessuno più la voleva. E così io me ne sono affezionato. La portavo sempre con me. Nei miei giri con la zia. Nelle mie gite di scuola. Ho imparato a fare foto con lei. Ed è lei che mi ha insegnato come gestire velocità e otturatore; dentro al contenitore dell’obiettivo c’è un piccolo schema che dice così: sole forte… 125 -16, sole normale 125 – 11 ecc. Una tabella inserita in italiano dall’ottico Gino Manafra di Via Porpora a Milano, dove (credo) i miei hanno preso la macchina. Ho portato la macchina fino in Giappone e lì ho fatto un paio di rullini di foto. Con un vecchio rullino in bianco e nero, che ha reagito bene.

 

Foto sviluppate da un rullino analogico, scattate con una macchina fotografica Voigtländer. Scanner Epson. Postproduzione Affinity.

Per vedere tutti post dedicati al viaggio in Giappone clicca qui.

la copertina del nuovo album

sto lavorando a un nuovo album. la copertina l’ha disegnata Ariadne.

Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.