“solosolo” la regola del “do ut des”

passati i 40 si cerca di capire dove si è arrivati, quanta strada è stata fatta e perché.

la musica ha sempre svolto un ruolo importante nella mia vita. nella pagina “chi sono” accenno di quella estate dove invece del secchiello e della paletta mi portai un pentagramma. quel pentagramma ce l’ho ancora.

non furono fortunati i miei inizi musicali: i miei non concepivano un figlio cantante, cosa che io non volevo fare, anche se in una situazione paradossale mi avevano cresciuto a pane e musica. a me piaceva la musica e un lavoro nel mondo della musica è sempre stato il mio sogno. invece, forse per competizione, non dovevo superare i risultati raggiunti dai miei famigliari e così sono rimasto dove sono.

frustrato.

ricordo il mio primo concerto. inaspettatamente, mio fratello quel weekend si fece un viaggio. da quel primo concerto uscirono distrutte le casse dell’impianto hifi di mio fratello (scusa) che io avevo utilizzato; fu un disastro acustico: non avevo proprio considerato che le persone nel teatro avrebbero assorbito il suono e la musica venne azzoppata.

ricordo quella volta che decisi di acquistare il Korg M1, i cui suoni hanno segnato (nel bene e nel male…) la musica degli anni 90. mio padre non accettò di spendere soldi per uno strumento professionale, mentre mio fratello rischiava la vita in moto, e decise di dare fondo ai miei risparmi (avevo 19 anni). per fare un esempio, mio padre avrebbe voluto prendermi il “canta tu” per il karaoke. quando arrivò a casa l’M1, mia madre disse: ora dovrai dimostrare davvero di studiare. e io risposi: mai che mi dite qualcosa di carino.

iniziò forse allora la mia solitudine: non volevo più l’aiuto degli altri e la canzone “solosolo” parla di questo. anche se potrebbe sembrare una canzone legata a un rapporto di coppia, in realtà parla solo della mia esistenza e ha più un impatto con il mio grado di socialità che è sempre stato molto basso; sto scrivendo queste righe in un bellissimo pomeriggio assolato, ma chiuso al buio, con le serrande abbassate.

e proprio “solosolo” racconta di un “organo rotolante alto” e dei “fari lampeggianti a padova” e poi dico: “come posso vivere una vita vera se queste cose mi porto?”. l’avvenimento a cui mi riferisco sono un paio di situazioni imbarazzanti (riguardanti miei famigliari) che avvennero quando avevo tra i 10 e i 18 anni. ma “solosolo” è anche il racconto di un ragazzo che si è fatto uomo grazie solo (appunto) a se stesso.

ma nell’italia di oggi, fare tutto da soli non è un pregio. la regola del do ut des è quotidiana. sul lavoro, in famiglia o per strada. è una questione di guadagnarsi dei crediti che poi si possono spendere a tempo debito.

è un metodo malato, secondo me, ma se si vuole (sopra)vivere in italia, bisogna stare a questa regola.