Jenni Gandolfi: Scrivere Canzoni Per Lasciare Un Segno

Di gente che fa musica ce n’è tanta in giro, ma sono pochi quelli che scrivono qualcosa di nuovo. Girando per internet mi è arrivata questa notizia dalla Gazzetta di Mantova “Jenni è “Come l’acqua” Un album 10 anni dopo”. Si parla di Jenni Gandolfi. Lei una cantautrice ed è mantovana, due buoni motivi per ascoltare cos’ha da dire. Così ho visto il suo sito jennigandolfi.com e ho scritto a Jenni che è stata cortese dal dedicarmi qualche momento per rispondere alle mie domande.

Mi sono ascoltato bene il tuo disco e mi è piaciuto tantissimo. Soprattutto perché è tutto bello suonato, dall’inizio alla fine. Racconti delle storie quotidiane. Hai anche una certa schiettezza nei testi che mi piace molto.

Scrivo tutto io: testo e musica. Ho iniziato studiando il sax contralto, poi da autodidatta il pianoforte, che era il mio sogno. Ora compongo principalmente al piano, alcune volte alla chitarra.

Com’è il tuo processo creativo?

Quando mi arriva un’idea in testa la devo scrivere, la devo registrare immediatamente. Generalmente di notte oppure la mattina presto. Mi martella finchè non l’ho messa su carta.

Cosa fai in quel caso? Ti metti al pianoforte? Registri qualcosa?

Corro al piano, la registro su cellulare o iPad e butto giù un testo sulla carta. La maggior parte delle volte rimango sul brano fino a quando non l’ho finito. Non ci crederai mai, ma un giorno ho scritto 3 canzoni, una dietro l’altra.

È qualcosa che è finito nell’ultimo disco o in quello prima?

Non ancora. Perché i brani che ho raccolto nell’ultimo disco sono nati da tre o quattro anni a questa parte.

Come continua il tuo processo creativo?

Come gli ultimi brani nati, di cui ti parlavo prima, anche quelli dell’album “Come l’acqua” sono arrivati grazie all’ispirazione del momento. Poi si lavora sull’arrangiamento, che è un discorso importante poiché non mi piace come sono arrangiati i brani nella discografia contemporanea italiana. È un mercato impossibile.

Cosa intendi con mercato impossibile?

I miei brani possono essere arrangiati in qualsiasi maniera, pop, rock, ecc, ma a me non piace come la discografia italiana tende ad utilizzare arrangiamenti che inseguono una sorta di stile moderno, come sappiamo bene le mode cavalcano una stagione. Un brano pop il giorno dopo è già dimenticato, perché ne arriva un altro che lo sostituisce. Preferisco utilizzare degli strumenti standard, che non tramonteranno mai: chitarra, banjo, violino e contrabbasso, che non hanno neppure bisogno, volendo, di amplificazione. Strumenti che hanno fatto la storia della musica. Il mio obiettivo è che questo lavoro venga apprezzato nella sua semplicità e rimanga nel tempo. La stessa cosa vale per i testi delle mie canzoni, vorrei che la gente ascoltasse, inoltre, ciò che ho da dire e che riflettesse sui temi che tratto.

Fantastico. Ascoltando la tua musica si sente proprio questa voglia di lasciare un segno: i brani, i testi, le melodie, le armonie, non ultimi gli strumenti che utilizzate per registrare i brani trasmettono questo senso di voler rimanere. Nell’arrangiamento spesso la tua linea melodica è accompagnata dal violino. È una cosa inusuale nella musica pop ed è una cosa interessante.

Il violino riprende gli arrangiamenti country e bluegrass ai quali ci siamo ispirati per questo lavoro. Nella musica non c’è un modo giusto di fare le cose; l’artista dona la propria anima, fa quello che si sente. Può capitare che invece non vada così, soprattutto per chi è solo autore e scrive le canzoni a tavolino per inseguire il mercato. Per utilizzare un esempio, spaziando anche nell’altra mia grande passione, la pittura, mi sono stati commisionati a volte dei quadri, dove mi richiedevano di mettere il sole in alto a destra, lo sfondo di un certo colore. A quel punto io prendo la tela e la do a chi mi ha commissionato il dipinto e gli dico: fattelo tu. Mi si può suggerire un tema , ma i dettagli sono i miei anche nella mia musica e mi devo sentire libera di lavorare come preferisco. Ciò che non riguarda il sentimento reale, per me non esiste, si tratta di bugie che si vogliono raccontare per fare audience con i brani costruiti a tavolino. Non è per artisti veri ma per gli operai di una catena di montaggio.

C’è qualcuno che salvi tra i cantautori?

Salvo tutti i cantautori. Non salvo gli autori che seguono il mercato che decidono le multinazionali, con tutto il rispetto per coloro che scrivono bene, o che fanno belle melodie.

A Sanremo una è la copia dell’altra. Una cosa che volevo chiederti riguarda i tuoi testi e l’essere vicina alla realtà. Prendendo come esempio il tuo ultimo lavoro, ho notato che ci sono alcuni brani che sono davvero delle storie. Quando mi hai detto di essere una pittrice ho ritrovato la stessa filosofia. Alcuni brani sono dei ritratti. Per esempio La Lotteria è un bel ritratto di amiche e colleghe che lavorano assieme e, come tutti noi, sognano di vincere la fortuna per scappare dalla quotidianità. Anche Le Malelingue. Raccontami di queste storie che racconti. 

Sono storie vere, storie che ho vissuto io o che mi sono state racconte di chi ha sofferto. Ho un debole per i deboli, come diceva anche De Andrè. Sono cresciuta in questo modo. Capisco i loro sentimenti e anche quando fanno degli errori, cerco sempre di raccontare lo spiraglio di luce.

Le Malelingue, sia come testo che come melodia è ispirata da De Andrè. È un omaggio?

Amo alla follia De Andrè. È chiaro che fa parte del mio percorso artistico. Come insegnante di canto ho messo in piedi un paio di spettacoli con la sua musica. Le Malelingue non è stato un omaggio, perché non ho voluto scrivere un brano simile ai suoi, è venuto così. Sono stata ispirata, per il testo, dalle persone che, in ogni piccolo paese, non si fanno i fatti propri.

È una storia che ti riguarda questa?

In parte il brano è ispirato alla mia storia, in parte dalle vite delle persone prese di mira nei piccoli paesi come quello dove sono cresciuta io. Per quanto riguarda le melodie, per raccontare un evento non c’è bisogno di un ritornello che esploda. È sufficiente un racconto che parli della storia che hai in mente. Anzi se hai un ritornello che spacca è peggio, perché la melodia, più delle parole, può rimane maggiormente nella testa di chi ti ascolta,  a me , invece, interessa che le persone capiscano il significato delle mie parole.

Lo scrivere canzoni ha un aspetto terapeutico?

Assolutamente Sì. Ti racconto una storia di tanti anni fa, della ragazzina di 15 anni e il primo amore: si era innamorata di un ragazzo che i genitori non volevano. Nulla di importante, ma ogni tanto mi fermo a pensare: se quella ragazzina fosse rimasta con lui come sarebbe andata la mia vita? E ogni tanto questa cosa tornava, rimanendo nel cuore come una porta che non si è mai chiusa, finchè, finalmente, un giorno ho scritto una canzone accompagnata da un fiume di lacrime che hanno chiuso finalmente il libro. Lo stesso mi è successo con una cara amica. La canzone è uscita anche su di lei, ti fai un bel pianto e poi la metti via. Anche solo lo scrivere è sufficiente, ma, avendo la fortuna di essere anche musicista e quasi musicoterapista ho in mano un grande potere che mi fa affrontare e superare il dolore attraverso la canzone.

Sei circondata dalla musica: tra lo scrivere, fare concerti e poi la insegni anche. La musica è la tua vita dalla mattina alla sera.

Ho iniziato a comporre le mie prime canzoni circa 15 anni fa, ma è difficile farsi valere come cantautori; siamo troppo profondi o per qualcun altro “tristi” per il mercato attuale che non vuol far pensare troppo. Forse hanno più fortuna gli interpreti.

Quando ho ascoltato il tuo disco, io parlo sempre di disco perché comunque ho ancora in mente il vinile, potrei dividere in due gli otto brani. Come se la prima parte fosse un po’ più ottimista e la seconda parte più ricercata nei testi. Nella prima parte i testi sono più chiari, la seconda parte con La Vita Va e La Mia Stella sono più intime, quasi tristi. Come si fa a trattare bene e con cura la tristezza nei testi? Non si rischia di intristire le persone che ascoltano?

Il disco rispecchia chi sono. Diciamo che sono pervasa da una sorta di malinconico ottimismo, perchè nella mia malinconia cerco sempre uno spiraglio di speranza. I temi che ho trattato in questi due brani riguardano due persone care che sono venute a mancare. Certo che si tratta di temi tristi, la vita non è fatta solo di cose aleatorie, leggere, la vita nelle mie canzoni è quella vera, trattata nelle sue varie sfaccettature, la vita, l’amore, l’amicizia e la morte. Per esempio, La Vita Va è dedicata ad una amica che ha avuto un incidente mortale. Uscivamo insieme,  poi un giorno mi sono fidanzata ed è stato più difficile per noi incontrarci. Lei insisteva perché ci vedessimo, ma io le avevo chiesto di avere un po’ di pazienza. Lei aveva capito la mie esigenze e le sue ultime parole erano state: “Tanto c’è tempo” e così le ho lasciate nel testo. Bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché non c’è mai tempo per amare le persone. La Mia Stella racconta di una persona che è venuta a mancare dopo una lunga malattia e di cosa cambia nella vita di chi ha passato insieme a questa persona tutta la vita. E quando ti manca qualcuno che ha trascorso con te tanto tempo è come se mancasse un pezzo di te.

È bellissimo sentirti parlare e poi queste canzoni sono particolarmente indovinate; uno come me si avvicina alla tua musica, ascolta i brani, rimane colpito da quelli più leggeri, poi gli rimangono nel cuore quelli più intimi. Sei molto brava a raccogliere la melodia e farla simile al testo. Capisco che non c’è una differenza tra lo scrivere prima la melodia e poi metterci il testo. Oppure buttare giù una poesia e poi musicarla. Viene fuori tutto insieme, se ho capito bene. 

Si, testo e melodia arrivano insieme, non sono distaccate. Inoltre, parlando della melodia, nasce a seconda del mio sentimento in quel momento. Ne “La vita va”, puoi notare come la melodia non trovi uno sfogo vero e proprio nel ritornello, infatti il testo è legato ad un evento spiazzante, la morte improvvisa di un’amica tanto giovane, che ti lascia senza parole, “in questi casi non sai che cosa dire, perchè forse il silenzio è più grande di ogni cosa…”. “La Mia Stella”, come dicevo prima, narra della scomparsa di una persona dopo una lunga malattia, raccontata nei panni di chi le è stata accanto, persone nelle quali ho visto la sofferenza legata al calvario che si affronta in questi casi senza far pesare nulla alla povera malata. Quindi, dopo la liberazione dalla malattia, lo sfogo in un ritornello forte che vuole dar voce al grido stremato di queste persone.

Questo lavoro che fai sui testi è un lavoro di riscrittura o c’è molto istinto?

C’è molto istinto. Posso correggere una o due parole, ma come senti la canzone è come l’ho scritta.

In Canzone a un amico ho trovato delle parole spinte un po’ a forza nella melodia. Generalmente sei molto attenta a trovare le giuste sillabe da inserire dentro la musica. Invece in questo brano sei stata un po’ più cantautore: “io voglio dire quella cosa lì, me ne frego della melodia e ci metto quel testo.”

Canzone a un amico è tra quelle, forse, più cantautorali, è vero. Una storia difficile da raccontare. C’ho messo un po’ di tempo a scriverla. Non mi andava di storpiare troppo il testo per cambiare il senso. È stata tribolata e difficile da mettere in musica. Persino da arrangiare.

Questo è un lavoro di protagonisti che stanno cambiando. In una fase di evoluzione?

Per il lavoro precedente, l’album “Crescere”, ero una ragazzina, oggi sono una donna e scrivo in quanto tale, e posso anche permettermi di scrivere cose anche meno impegnative come “Oggi Che Cos’Ho”, che racconta di uno dei miei tanti giorni frenetici dove avrei davvero mandato a fanculo tutti.

Non ci sono pozioni magiche per scrivere canzoni, ma una buona regola è scrivere quello che si conosce? Quello che si vive?

Come dicevo prima, a mio parere, nello scrivere belle canzoni non devono esistere regole. Bisogna seguire la propria vena, più che conformarsi al mercato discografico. Se scrivi un bel brano e lo canti nessun interprete, per bravo che sia, non potrà mai rendergli giustizia perchè è nato dai tuoi sentimenti e chi meglio di te capisce il significato di ciò che hai scritto? A proposito di interpreti e di autori, vorrei far leva su un argomento che mi fa arrabbiare, cioè sul fatto che di un brano si conosce solo il cantante e si dice che quello è l’autore. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori. Sarei felice di essere apprezzata da quelle poche persone che vanno a studiare chi è l’autore.

Chi metti tra le tue influenze?

Johnny Cash, Fabrizio De Andrè, Pierangelo Bertoli e Bob Dylan, ma anche molti altri.

Come ti ho scritto su Facebook hai dei riferimenti americani molto forti nella tua musica. Trovo una certa schiettezza nelle tue parole. Gli americani, ne parlo da appassionato e non da critico, sono quelli che dicono: “noi facciamo così, poi vedete voi.” Nel bene e nel male loro agiscono così. Io riconosco questa filosofia nelle tue canzoni e ora che ti ho parlato per un’ora anche nel tuo modo di fare. Sento lo stesso modo di essere.

Amo le sonorità che arrivano dall’America, come ti dicevo soprattutto il country e il bluegrass perché sono suoni semplici. Un cantautore non ha bisogno di arrangiamenti complessi, gli è sufficiente anche una sola nota. Con una chitarra è sufficiente una sola corda per creare una canzone. Se fuori piove, un accordo in La be molle minore mi è sufficiente per fare una canzone. Con un violino puoi imitare un pianto. Sono strumenti onomatopeici. Non c’è bisogno di aggiungere molto.

Simone

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