Con Prince prima veniva il battito – Intervista a Matteo Silver Surf

La mia storia con il blog Trentuno Ventuno (formerly known as Treunodueuno) è durata 10 anni. Dal 2003 al 2013. Tra alti e bassi, alla ricerca di un equilibrio insperato nel mondo di Prince, gli ultimi attimi del blog vennero segnati da miei errori, incomprensioni, troll e commenti acidi. Ero percorso da una certa disillusione; l’amore per la musica di Prince non faceva da filtro a tutte le cattiverie del mondo. Era un’utopia; la sua musica non ci faceva sentire fratelli di un unico padre. Scoprii a mie spese che ognuno voleva la torta intera dell’affetto di Prince e non una delle frittelle che Prince metteva a nostra disposizione. Tutti volevano sentirsi figli unici.

Ma non proprio tutti.

Quando si chiuse il cerchio successero un po’ di cose: il blog andò in pensione e la rabbia svanì per lasciare  spazio alla vita vera. In quel momento mi fermai a elencare nella mia testa cosa mi era rimasto di quella esperienza. Una delle cose più care (e che conservo ancora, un’eccezione nella mia vita a inbox zero) fu una mail che ricevetti da Matteo Silver Surf all’indomani del mio sfogo finale.

Oggi ho chiesto a Matteo di fare due chiacchiere su Prince. Perché, come mi disse Matt Thorne, la storia di un artista è fatta dalla sua musica ma anche dai fans e dalle loro esperienze e questa è la versione di Matteo.

Dimmi un po’ della tua storia con la musica di Prince.

L’ho visto dal vivo 2 volte, molto poco. Mi sento un fan minore, ma dall’altro lato retrospettivamente è come se mi piacesse questa vicinanza barra lontananza con lui. Mi sono fatto tatuare il suo simbolo dopo che è morto. Ho sempre odiato i tatuaggi, ma avevo bisogno di averlo nella mia vita. Poi non ho molte registrazioni dal vivo. Anche quando si potevano avere i bootleg io non li compravo. E poi non ho mai seguito il merchandising. Però posso dire che non l’ho mai ascoltato in maniera banale, Prince è la colonna sonora della mia vita, le sue canzoni sono una specie di loop della giornata, ma non conosco a memoria la sua discografia.

Non vuoi avere un approccio da collezionista. Proprio come Prince desiderava.

È vero, da un lato è una modalità di fedeltà alla sua figura. A proposito dei bootleg; non erano cose che lui produceva, che pubblicava e quindi non mi interessavano. Non sono un fan bulimico che vuole avere tutto, come sei tu.

Intorno alla metà degli anni 90 spendevo molto in bootleg, poi ho cominciato a preferire la qualità alla quantità e ho smesso.

Dalle mie parti è rimasto solo un negozio di dischi degno di questo nome. Ho visto 94th east in questo negozio. Ho già in vinile questa musica. Dopo la sua morte, avevo trovato quel disco e altri lavori dello stesso periodo. Ecco: ho quelle cose.

L’altra sera ho sentito un’intervista a Jimmy Jam e Terry Lewis, dicono che bisogna avere rispetto delle scelte dell’artista. Se Prince certe cose non le ha pubblicate un motivo c’era.

Da quando lui è morto ho visto che tu ti sei interrogato molto su questa cosa. Anch’io continuo a chiedermelo. Prince ha composto tutti i giorni della sua vita, pare. La cosa curiosa per noi era il Vault.

Cosa mi dici del Vault?

Secondo me, era un archivio per mettere dentro le cose, riprenderle, cambiare gli arrangiamenti e farle diversamente. Ho scoperto molto tempo dopo, non so se vale la stessa cosa per te, che canzoni di diversi anni prima, come We Can Fuck, che erano di anni prima, avevano un arrangiamento diverso. Anche 1000 X’s & O’s.

Esatto, era del periodo di Diamonds and Pearls

Il Vault noi lo vediamo come una teca della sua musica. Per lui era un continuo lavorio. Come i dentisti che lavorano su diversi clienti, per piccoli interventi. Un continuo lavoro. Non credo ci siano cose strabilianti dentro il Vault. Magari brani abbozzati e accennati. Magari brani finiti, ma nulla di straordinario.

Era un aggancio nei nostri confronti. Una mossa di marketing.

Una sorta di mitologia personale. Lui era troppo autoconsapevole, per avere lì dentro un’altra Purple Rain e non tirarla fuori. Sapeva valutare il valore della sua musica. Era un artista che ragionava molto sulle sue cose. La sua consapevolezza dei suoi diversi lavori mi impedisce di pensare che gli sia sfuggito qualcosa di enorme che sia finito lì dentro e che oggi miracolosamente troveremo.

Che idea ti sei fatto del modo di lavorare di Prince?

Ho sempre pensato che lui partisse dalla base ritmica nella costruzione dei suoi brani; prima della melodia veniva un battito e poi su quello elaborava la melodia e il resto. A livello di percezione, anche per le origini culturali della sua musica: nasce nella musica nera e poi scopre in ritardo alcune cose legate alla musica bianca. Ho letto che avrebbe scoperto i Beatles grazie ai Revolution prima di Around the world in a day. Mi sembra stranissimo che lui sia stato in grado di aprirsi ai Beatles così tardi, ma capisco che il suo ambiente era più quello della Motown.

Io amavo come usava la grancassa.

L’uso della grancassa è profondamente cambiato in lui. Nel decennio anni 80 e poi dopo. All’inizio era convenzionale; il Minneapolis Sound inizia con la drum machine, per esempio con 1999 dove tutte le canzoni hanno una coda strumentale molto ampia che le prolunga. Le prime battute erano proprio delle battute, prima arrivava il ritmo, poi la voce e quello che serve. Prima la drum machine delle percussioni in generale. L’idea originaria era probabilmente una pulsazione alla quale poi si aggiungeva altro.

E del periodo successivo?

L’ho sentito da un punto di vista sonoro. Tutta la musica dal 1987 in poi l’ho filtrata attraverso i suoi occhi. E come se l’arrivo di Prince nella mia vita anche da un punto di vista musicale avesse introdotto un’unità di misura sulla quale tutto il resto veniva misurato. Non ho molti ricordi di quello che ascoltavo prima. Ricordo lo sconvolgimento che mi ha procurato Sign O’ The Times, proprio con il singolo, mentre l’album ho fatto più fatica a metabolizzarlo. Era una cosa troppo alta rispetto a quella che avevo ascoltato prima. Dal giugno del 1987 l’ascolto del resto della musica mi è sempre servito per fare comparazioni con la sua musica. È come se prima non avessi avuto questa competenza.

Cosa ti piaceva del Sign O’ The Times?

Parte con un battito, iperscarno. Un brano e un album ridotti all’essenziale per la struttura delle canzoni. Sono quasi rozze nella loro costruzione, negli arrangiamenti, nella loro struttura. È il Prince più autentico. Un artista che riesce con pochissimi mezzi strumentali a costruire qualcosa che ti tocca nel profondo. Alla ritmica aggiunge la melodia, il ritornello, aggiunge del colore alla pulsazione, e il mix tra pulsazione e colore diventa un marchio riconoscibilissimo. Profondamente emotivo ed emozionante. L’esempio è If I was Your Girlfriend, che è il suo punto più alto della produzione, la cosa più eccelsa. Basso, battito e voce in falsetto. Testo interessantissimo. Profondo nella descrizione della quotidianità: genialità ma non freddamente geniale.

Allora cos’è il genio?

Difficile da dire, quella canzone tocca delle corde emozionali in me e solo dopo riesco a razionalizzare e usare l’appellativo di genio. La scomposizione che faccio io è: una melodia semplice, ma che rimane in testa. If I Was Your Girlfriend ha questa caratteristica. La melodia ha una struttura indimenticabile. Chi la ascolta, ed è un peccato che non sia tanto conosciuta, trova qualcosa che si incastra nelle cellule del cervello. Scrive profondamente di se stesso e si mette a nudo per come mi sembra di conoscerlo per le cose che ha scritto e per l’idea che mi sono fatto io su di lui. Si mette a nudo in maniera quasi imbarazzante per quanto si spoglia. Racconta una relazione, dove lui si mette nella posizione di lei. Se io fossi la tua ragazza rivolto ad una donna; all’inizio non capivo il senso di queste parole, ma sentendo solo la melodia, il suono puro, capivo l’immensità, la sua grandezza. Un uomo fragile, alto 1,54 sui tacchi, quindi non un macho, decide di dare un quadro di se stesso, mettendosi nei panni dell’altro, ribaltando i ruoli, parlando della quotidianità con quelle frasi “se ti lavassi i capelli”, “se andassimo al cinema e piangessimo assieme”. È una cosa che tutti noi proviamo in una relazione con l’altro, un microcosmo con significati universali.

Cosa succede dopo Sign O’ The Times?

Quando lui abbandona l’uso delle drum machine anni 80, c’è stato un cambiamento sonoro, ma Prince è diventato qualcos’altro negli anni 90. Prince autentico finisce con Lovesexy, dopo ho continuato a seguirlo, ma smette di essere significativo musicalmente come lo era prima. Negli ultimi anni era soprattutto un legame con musicisti veri. Una contrapposizione con chi, senza essere musicista, imitava la sua musica per ricalcare il suo stile. Ricordo in maniera nitidissima il piacere del 1987, ma ricordo la leggera delusione dal 1990 in poi, quando lui produce Graffiti Bridge.

Veniamo a oggi, ti è piaciuto Purple Rain Deluxe?

Mi è piaciuto perché alcune cose non le conoscevo. Non sapevo che Father’s song fosse una canzone e non solo un passaggio della finzione cinematografica dove suo padre la suona al piano. Non mi ero mai reso conto che era un pezzo al pianoforte, concluso in sé. La ripubblicazione di Purple Rain mi ha consentito di avere quel pezzo molto toccante. Per me era solo un passaggio del film.

Il bello è stato scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono cose non conosciute. La confezione è molto ricca, anche come oggetto. È proprio una versione di lusso. Aggiunge cose che avevo in parte o che magari non avevo mai ascoltato. Ho ascoltato le cose inedite, ma non ho ancora ascoltato la versione rimasterizzata.

E se ne facessero degli altri?

Io sarei contento perché mi sembra un arricchimento. È come vedere la stessa cosa da un altro punto di vista, magari sconosciuto. Per noi avere dei punti di vista alternativi di alcune cose che lui ha fatto è come minimo molto stuzzicante e stimolante. Mi ha convinto in quella veste.

Ma chi potrebbe prendere in mano i lavori di Prince adesso?

Sheila E; per un motivo sentimentale perché era una delle persone che gli erano vicine. Anche se secondo me nessuno gli era così tanto vicino, ma è fra quelli che l’hanno frequentato e che si è mostrata più affranta dopo la sua scomparsa. Di sicuro c’era dell’affetto reciproco, oltre la stima. Sheila avrebbe il tatto per lavorare con la musica di Prince, con rispetto. Dal punto di vista razionale Sheila l’ha accompagnato per molti anni. In Italia c’era anche lei nel 2003. Lei ha una continuità di frequentazione che potrebbe aiutarla a svolgere quel lavoro.

Wendy e Lisa?

Sarebbe bello che ci lavorassero, ma sarebbero troppo legate al loro periodo. Oppure Questlove. Lui è un fan, un musicista, quasi un idolatra. Potrebbe avere le competenze per fare bene quel lavoro, con rispetto. Abbiamo bisogno di persone che rispettino la sua musica.

La parola rispetto torna spesso.

Sì, non riesco a pensare che la sorella possa rispettarlo.

Prince ce ne ha fatta passere di tutti i colori. Ma cos’è che c’ha tenuto sempre lì?

Forse proprio questo. Anche se lui, come tutti gli artisti, ha avuto la sua parabola, la sua produzione è stata discontinua. Anche se alcune cose che ha fatto le salto; ci sono canzoni che salto oppure album che ho riscoperto dopo la morte, ma che quando erano uscite mi avevano fatto storcere il naso. Io sono legato a lui perché è stato così abile a suscitare un mistero continuo attorno a sè, alla sua musica, a ciò che faceva. Forse l’ultimo divo, di quelli degli anni 50. L’ultimo che è riuscito a gettare benzina sul fuoco per alimentare il proprio mito. Un aurea di mistero del tipo che ci faceva pensare: quale sarà la prossima cosa straordinaria? Ho molto studiato le sue cose. Dopo Purple Rain ha fatto un disco molto diverso. Dopo il caleidoscopio di colori, ha fatto un disco in bianco e nero. Questa capacità di tenerci sempre sulla corda, affinché noi scoprissimo ogni volta la mossa successiva.

E per quanto ti riguarda?

Quando il battito della sua musica mi è entrato nella testa non è più uscito. Come ti dicevo, ho avuto difficoltà ad ascoltare Sign O’ The Times interamente. Play in the Sunshine era difficile da ascoltare. Quando ho iniziato ad ascoltare il resto poi non è più uscito. Quando stava per uscire Lovesexy, in radio si sentivano Anna Stesia e Glam Slam e mi ricordo esattamente dov’ero quando sentivo quelle prime cose. E mi ricordo la fame per quelle cose che stavano per uscire.

E dov’eri?

Ah! Per il riff di chitarra all’inizio di Glam Slam ero a pochi centinaia di metri vicino a casa mia. Mi ricordo perfettamente il momento.

Come se fosse stato nel tuo DNA. L’ha scoperto o l’ha modificato il tuo DNA?

E chi lo sa? Le domande che mi fai sono le domande che ti fai, no?

Anche questo è vero.

Questa scelta di fare cose strambe. Cantare in falsetto. La scelta della ritmica. Tutte queste cose insieme.

Tanti livelli di produzione artistica da studiare.

Scardinare o scomporre il marchingegno lo trovo affascinante. Ogni volta che smontiamo le parti, queste diventano un’altra cosa. Tornando a If I Was Your Girlfriend, il testo, la melodia e il ritmo sono intelligenti. Ma la somma dei pezzi non è ancora l’unità della canzone. Potrebbe essere anche l’idea di tormento che realizza l’insieme. Le cose che mi piacciono di più di lui sono i brani tormentati. Meno Play In The Sunshine e più Ballad Of Dorothy Parker. Meno Alphabet st e più Anna Stesia. Computer Blue è tormentata. Pensa come sono due parti distinte. La prima parte era più una cosa chiusa, mentre la seconda è come un’uscita da una galleria.

Due lati che si contrapponevano.

Faceva cose che erano molto strane, come The Beautiful Ones. È sentimentale ma è troppo stramba. When Doves Cry è una canzone strambissima. Simone, dai! Posso concedere che Purple Rain l’abbia scritta qualcun altro. Che può ricordare nella progressione Stairway To Heaven. Una bellissima memorabile ballata rock. Ma When Doves Cry è una canzone fuori di testa con l’assolo finale di tastiere, l’assenza del basso.

Pendevamo dalle sue scelte

Per un periodo aveva il tocco di Re Mida; faceva funzionare tutto quanto aveva attorno. Tra l’87 e l’88 c’era Sign O’ The Times, usciva Lovesexy, Jill Jones, Sheena Easton.

E non hai detto il Black Album

Mi ricordo quando con il registratore fermavo il video per vedere la scrittaDon’t buy the black album, I’m sorry”. Quando Rai 1 ha fatto la diretta del concerto di Dortmund ho obbligato mia nonna a guardarlo che mi ha anche detto: è bravino.

Come Sheila che nella sua autobiografia dice che finito il tour con Prince si sentiva talmente superiore a tutti che mandava le persone a farle la spesa.

È necessario che queste vette di perfezione artistica finiscano perché altrimenti non riesci più a sopportarlo. E ci si ripete.

Simone