L’eredità di Prince, intervista a Charles Koppelman e L. Londell McMillan

Da qualche tempo sono tornato a tradurre in italiano articoli stranieri; l’intento è quello di lasciare una traccia italiana di interviste e opinioni interessanti. Spesso affronto argomenti legati a Prince, come in quest’ultimo caso. Si tratta di un’intervista rilasciata da Charles Koppelman e L. Londell McMillan. Sono i due manager che in un primo momento avevano la responsabilità di gestire l’eredità musicale/artistica di Prince. L’intervista era stata pubblicata da Billboard ed era stata fatta da Jem Aswad.

Qui sotto il link per leggerla.

Onorare e monetizzare l’eredità di Prince

Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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Con Prince prima veniva il battito – Intervista a Matteo Silver Surf

La mia storia con il blog Trentuno Ventuno (formerly known as Treunodueuno) è durata 10 anni. Dal 2003 al 2013. Tra alti e bassi, alla ricerca di un equilibrio insperato nel mondo di Prince, gli ultimi attimi del blog vennero segnati da miei errori, incomprensioni, troll e commenti acidi. Ero percorso da una certa disillusione; l’amore per la musica di Prince non faceva da filtro a tutte le cattiverie del mondo. Era un’utopia; la sua musica non ci faceva sentire fratelli di un unico padre. Scoprii a mie spese che ognuno voleva la torta intera dell’affetto di Prince e non una delle frittelle che Prince metteva a nostra disposizione. Tutti volevano sentirsi figli unici.

Ma non proprio tutti.

Quando si chiuse il cerchio successero un po’ di cose: il blog andò in pensione e la rabbia svanì per lasciare  spazio alla vita vera. In quel momento mi fermai a elencare nella mia testa cosa mi era rimasto di quella esperienza. Una delle cose più care (e che conservo ancora, un’eccezione nella mia vita a inbox zero) fu una mail che ricevetti da Matteo Silver Surf all’indomani del mio sfogo finale.

Oggi ho chiesto a Matteo di fare due chiacchiere su Prince. Perché, come mi disse Matt Thorne, la storia di un artista è fatta dalla sua musica ma anche dai fans e dalle loro esperienze e questa è la versione di Matteo.

Dimmi un po’ della tua storia con la musica di Prince.

L’ho visto dal vivo 2 volte, molto poco. Mi sento un fan minore, ma dall’altro lato retrospettivamente è come se mi piacesse questa vicinanza barra lontananza con lui. Mi sono fatto tatuare il suo simbolo dopo che è morto. Ho sempre odiato i tatuaggi, ma avevo bisogno di averlo nella mia vita. Poi non ho molte registrazioni dal vivo. Anche quando si potevano avere i bootleg io non li compravo. E poi non ho mai seguito il merchandising. Però posso dire che non l’ho mai ascoltato in maniera banale, Prince è la colonna sonora della mia vita, le sue canzoni sono una specie di loop della giornata, ma non conosco a memoria la sua discografia.

Non vuoi avere un approccio da collezionista. Proprio come Prince desiderava.

È vero, da un lato è una modalità di fedeltà alla sua figura. A proposito dei bootleg; non erano cose che lui produceva, che pubblicava e quindi non mi interessavano. Non sono un fan bulimico che vuole avere tutto, come sei tu.

Intorno alla metà degli anni 90 spendevo molto in bootleg, poi ho cominciato a preferire la qualità alla quantità e ho smesso.

Dalle mie parti è rimasto solo un negozio di dischi degno di questo nome. Ho visto 94th east in questo negozio. Ho già in vinile questa musica. Dopo la sua morte, avevo trovato quel disco e altri lavori dello stesso periodo. Ecco: ho quelle cose.

L’altra sera ho sentito un’intervista a Jimmy Jam e Terry Lewis, dicono che bisogna avere rispetto delle scelte dell’artista. Se Prince certe cose non le ha pubblicate un motivo c’era.

Da quando lui è morto ho visto che tu ti sei interrogato molto su questa cosa. Anch’io continuo a chiedermelo. Prince ha composto tutti i giorni della sua vita, pare. La cosa curiosa per noi era il Vault.

Cosa mi dici del Vault?

Secondo me, era un archivio per mettere dentro le cose, riprenderle, cambiare gli arrangiamenti e farle diversamente. Ho scoperto molto tempo dopo, non so se vale la stessa cosa per te, che canzoni di diversi anni prima, come We Can Fuck, che erano di anni prima, avevano un arrangiamento diverso. Anche 1000 X’s & O’s.

Esatto, era del periodo di Diamonds and Pearls

Il Vault noi lo vediamo come una teca della sua musica. Per lui era un continuo lavorio. Come i dentisti che lavorano su diversi clienti, per piccoli interventi. Un continuo lavoro. Non credo ci siano cose strabilianti dentro il Vault. Magari brani abbozzati e accennati. Magari brani finiti, ma nulla di straordinario.

Era un aggancio nei nostri confronti. Una mossa di marketing.

Una sorta di mitologia personale. Lui era troppo autoconsapevole, per avere lì dentro un’altra Purple Rain e non tirarla fuori. Sapeva valutare il valore della sua musica. Era un artista che ragionava molto sulle sue cose. La sua consapevolezza dei suoi diversi lavori mi impedisce di pensare che gli sia sfuggito qualcosa di enorme che sia finito lì dentro e che oggi miracolosamente troveremo.

Che idea ti sei fatto del modo di lavorare di Prince?

Ho sempre pensato che lui partisse dalla base ritmica nella costruzione dei suoi brani; prima della melodia veniva un battito e poi su quello elaborava la melodia e il resto. A livello di percezione, anche per le origini culturali della sua musica: nasce nella musica nera e poi scopre in ritardo alcune cose legate alla musica bianca. Ho letto che avrebbe scoperto i Beatles grazie ai Revolution prima di Around the world in a day. Mi sembra stranissimo che lui sia stato in grado di aprirsi ai Beatles così tardi, ma capisco che il suo ambiente era più quello della Motown.

Io amavo come usava la grancassa.

L’uso della grancassa è profondamente cambiato in lui. Nel decennio anni 80 e poi dopo. All’inizio era convenzionale; il Minneapolis Sound inizia con la drum machine, per esempio con 1999 dove tutte le canzoni hanno una coda strumentale molto ampia che le prolunga. Le prime battute erano proprio delle battute, prima arrivava il ritmo, poi la voce e quello che serve. Prima la drum machine delle percussioni in generale. L’idea originaria era probabilmente una pulsazione alla quale poi si aggiungeva altro.

E del periodo successivo?

L’ho sentito da un punto di vista sonoro. Tutta la musica dal 1987 in poi l’ho filtrata attraverso i suoi occhi. E come se l’arrivo di Prince nella mia vita anche da un punto di vista musicale avesse introdotto un’unità di misura sulla quale tutto il resto veniva misurato. Non ho molti ricordi di quello che ascoltavo prima. Ricordo lo sconvolgimento che mi ha procurato Sign O’ The Times, proprio con il singolo, mentre l’album ho fatto più fatica a metabolizzarlo. Era una cosa troppo alta rispetto a quella che avevo ascoltato prima. Dal giugno del 1987 l’ascolto del resto della musica mi è sempre servito per fare comparazioni con la sua musica. È come se prima non avessi avuto questa competenza.

Cosa ti piaceva del Sign O’ The Times?

Parte con un battito, iperscarno. Un brano e un album ridotti all’essenziale per la struttura delle canzoni. Sono quasi rozze nella loro costruzione, negli arrangiamenti, nella loro struttura. È il Prince più autentico. Un artista che riesce con pochissimi mezzi strumentali a costruire qualcosa che ti tocca nel profondo. Alla ritmica aggiunge la melodia, il ritornello, aggiunge del colore alla pulsazione, e il mix tra pulsazione e colore diventa un marchio riconoscibilissimo. Profondamente emotivo ed emozionante. L’esempio è If I was Your Girlfriend, che è il suo punto più alto della produzione, la cosa più eccelsa. Basso, battito e voce in falsetto. Testo interessantissimo. Profondo nella descrizione della quotidianità: genialità ma non freddamente geniale.

Allora cos’è il genio?

Difficile da dire, quella canzone tocca delle corde emozionali in me e solo dopo riesco a razionalizzare e usare l’appellativo di genio. La scomposizione che faccio io è: una melodia semplice, ma che rimane in testa. If I Was Your Girlfriend ha questa caratteristica. La melodia ha una struttura indimenticabile. Chi la ascolta, ed è un peccato che non sia tanto conosciuta, trova qualcosa che si incastra nelle cellule del cervello. Scrive profondamente di se stesso e si mette a nudo per come mi sembra di conoscerlo per le cose che ha scritto e per l’idea che mi sono fatto io su di lui. Si mette a nudo in maniera quasi imbarazzante per quanto si spoglia. Racconta una relazione, dove lui si mette nella posizione di lei. Se io fossi la tua ragazza rivolto ad una donna; all’inizio non capivo il senso di queste parole, ma sentendo solo la melodia, il suono puro, capivo l’immensità, la sua grandezza. Un uomo fragile, alto 1,54 sui tacchi, quindi non un macho, decide di dare un quadro di se stesso, mettendosi nei panni dell’altro, ribaltando i ruoli, parlando della quotidianità con quelle frasi “se ti lavassi i capelli”, “se andassimo al cinema e piangessimo assieme”. È una cosa che tutti noi proviamo in una relazione con l’altro, un microcosmo con significati universali.

Cosa succede dopo Sign O’ The Times?

Quando lui abbandona l’uso delle drum machine anni 80, c’è stato un cambiamento sonoro, ma Prince è diventato qualcos’altro negli anni 90. Prince autentico finisce con Lovesexy, dopo ho continuato a seguirlo, ma smette di essere significativo musicalmente come lo era prima. Negli ultimi anni era soprattutto un legame con musicisti veri. Una contrapposizione con chi, senza essere musicista, imitava la sua musica per ricalcare il suo stile. Ricordo in maniera nitidissima il piacere del 1987, ma ricordo la leggera delusione dal 1990 in poi, quando lui produce Graffiti Bridge.

Veniamo a oggi, ti è piaciuto Purple Rain Deluxe?

Mi è piaciuto perché alcune cose non le conoscevo. Non sapevo che Father’s song fosse una canzone e non solo un passaggio della finzione cinematografica dove suo padre la suona al piano. Non mi ero mai reso conto che era un pezzo al pianoforte, concluso in sé. La ripubblicazione di Purple Rain mi ha consentito di avere quel pezzo molto toccante. Per me era solo un passaggio del film.

Il bello è stato scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono cose non conosciute. La confezione è molto ricca, anche come oggetto. È proprio una versione di lusso. Aggiunge cose che avevo in parte o che magari non avevo mai ascoltato. Ho ascoltato le cose inedite, ma non ho ancora ascoltato la versione rimasterizzata.

E se ne facessero degli altri?

Io sarei contento perché mi sembra un arricchimento. È come vedere la stessa cosa da un altro punto di vista, magari sconosciuto. Per noi avere dei punti di vista alternativi di alcune cose che lui ha fatto è come minimo molto stuzzicante e stimolante. Mi ha convinto in quella veste.

Ma chi potrebbe prendere in mano i lavori di Prince adesso?

Sheila E; per un motivo sentimentale perché era una delle persone che gli erano vicine. Anche se secondo me nessuno gli era così tanto vicino, ma è fra quelli che l’hanno frequentato e che si è mostrata più affranta dopo la sua scomparsa. Di sicuro c’era dell’affetto reciproco, oltre la stima. Sheila avrebbe il tatto per lavorare con la musica di Prince, con rispetto. Dal punto di vista razionale Sheila l’ha accompagnato per molti anni. In Italia c’era anche lei nel 2003. Lei ha una continuità di frequentazione che potrebbe aiutarla a svolgere quel lavoro.

Wendy e Lisa?

Sarebbe bello che ci lavorassero, ma sarebbero troppo legate al loro periodo. Oppure Questlove. Lui è un fan, un musicista, quasi un idolatra. Potrebbe avere le competenze per fare bene quel lavoro, con rispetto. Abbiamo bisogno di persone che rispettino la sua musica.

La parola rispetto torna spesso.

Sì, non riesco a pensare che la sorella possa rispettarlo.

Prince ce ne ha fatta passere di tutti i colori. Ma cos’è che c’ha tenuto sempre lì?

Forse proprio questo. Anche se lui, come tutti gli artisti, ha avuto la sua parabola, la sua produzione è stata discontinua. Anche se alcune cose che ha fatto le salto; ci sono canzoni che salto oppure album che ho riscoperto dopo la morte, ma che quando erano uscite mi avevano fatto storcere il naso. Io sono legato a lui perché è stato così abile a suscitare un mistero continuo attorno a sè, alla sua musica, a ciò che faceva. Forse l’ultimo divo, di quelli degli anni 50. L’ultimo che è riuscito a gettare benzina sul fuoco per alimentare il proprio mito. Un aurea di mistero del tipo che ci faceva pensare: quale sarà la prossima cosa straordinaria? Ho molto studiato le sue cose. Dopo Purple Rain ha fatto un disco molto diverso. Dopo il caleidoscopio di colori, ha fatto un disco in bianco e nero. Questa capacità di tenerci sempre sulla corda, affinché noi scoprissimo ogni volta la mossa successiva.

E per quanto ti riguarda?

Quando il battito della sua musica mi è entrato nella testa non è più uscito. Come ti dicevo, ho avuto difficoltà ad ascoltare Sign O’ The Times interamente. Play in the Sunshine era difficile da ascoltare. Quando ho iniziato ad ascoltare il resto poi non è più uscito. Quando stava per uscire Lovesexy, in radio si sentivano Anna Stesia e Glam Slam e mi ricordo esattamente dov’ero quando sentivo quelle prime cose. E mi ricordo la fame per quelle cose che stavano per uscire.

E dov’eri?

Ah! Per il riff di chitarra all’inizio di Glam Slam ero a pochi centinaia di metri vicino a casa mia. Mi ricordo perfettamente il momento.

Come se fosse stato nel tuo DNA. L’ha scoperto o l’ha modificato il tuo DNA?

E chi lo sa? Le domande che mi fai sono le domande che ti fai, no?

Anche questo è vero.

Questa scelta di fare cose strambe. Cantare in falsetto. La scelta della ritmica. Tutte queste cose insieme.

Tanti livelli di produzione artistica da studiare.

Scardinare o scomporre il marchingegno lo trovo affascinante. Ogni volta che smontiamo le parti, queste diventano un’altra cosa. Tornando a If I Was Your Girlfriend, il testo, la melodia e il ritmo sono intelligenti. Ma la somma dei pezzi non è ancora l’unità della canzone. Potrebbe essere anche l’idea di tormento che realizza l’insieme. Le cose che mi piacciono di più di lui sono i brani tormentati. Meno Play In The Sunshine e più Ballad Of Dorothy Parker. Meno Alphabet st e più Anna Stesia. Computer Blue è tormentata. Pensa come sono due parti distinte. La prima parte era più una cosa chiusa, mentre la seconda è come un’uscita da una galleria.

Due lati che si contrapponevano.

Faceva cose che erano molto strane, come The Beautiful Ones. È sentimentale ma è troppo stramba. When Doves Cry è una canzone strambissima. Simone, dai! Posso concedere che Purple Rain l’abbia scritta qualcun altro. Che può ricordare nella progressione Stairway To Heaven. Una bellissima memorabile ballata rock. Ma When Doves Cry è una canzone fuori di testa con l’assolo finale di tastiere, l’assenza del basso.

Pendevamo dalle sue scelte

Per un periodo aveva il tocco di Re Mida; faceva funzionare tutto quanto aveva attorno. Tra l’87 e l’88 c’era Sign O’ The Times, usciva Lovesexy, Jill Jones, Sheena Easton.

E non hai detto il Black Album

Mi ricordo quando con il registratore fermavo il video per vedere la scrittaDon’t buy the black album, I’m sorry”. Quando Rai 1 ha fatto la diretta del concerto di Dortmund ho obbligato mia nonna a guardarlo che mi ha anche detto: è bravino.

Come Sheila che nella sua autobiografia dice che finito il tour con Prince si sentiva talmente superiore a tutti che mandava le persone a farle la spesa.

È necessario che queste vette di perfezione artistica finiscano perché altrimenti non riesci più a sopportarlo. E ci si ripete.

Bruno Bacelli: Scrivere dei Contrasti di Milano

Da poco è uscito il nuovo libro di Bruno Bacelli e si chiama “Autostrada Gialla”, scritto questa volta con Cristina Donati. Mi piace leggere il libri di Bruno, chè sono sempre ben scritti e originali nelle trame e nei personaggi. Su Amazon sono presenti altri due libri di Bruno: Nove guerrieri e Khaibit – Il Giorno del Giudizio, l’opera più importante. Bruno è anche l’autore del blog Mondi Immaginari un’istituzione per quanto riguarda le recensioni di libri e film fantasy, di fantascienza. Conosco da un po’ Bruno e l’uscita del suo nuovo libro scritto questa volta in coppia con un’autrice è stata l’occasione per fargli qualche domanda.

Prima di tutto il tuo blog: se non sbaglio ha compiuto 10 anni, come hai festeggiato? Dopo 10 anni che considerazioni puoi fare?

Non ho festeggiato, in verità, la scadenza è trascorsa addirittura senza che me ne accorgessi, in un post ho però sottolineato che si tratta pur sempre di un traguardo. Ma molta acqua è passata sotto i ponti e non so nemmeno se un blog sia la maniera migliore di raggiungere il pubblico, oggi.

Appunto. Rispetto a 10 anni fa quali differenze ci sono? A me sembra, per esempio, che i blog non siano più il centro del mondo come era allora. Ora dobbiamo per forza passare dai social per attirare la cosiddetta conversazione.

Il problema è che l’interazione dei social network è così limitata e di bassa qualità che non la potrei proprio definire un valido sostituto. Ma, purtroppo, a questo io non ho una soluzione, e mi tengo il mio blog.

Finito il 2017. Uno libro e un film che hai apprezzato nell’anno.

Il film è senz’altro BR2049, ovvero il nuovo Blade Runner. Una volta concessa la verità più ovvia, ovvero il fatto che la sfida di dare un seguito a un capolavoro del genere è fin troppo disperata, l’ho trovato visivamente affascinante e ricco di spunti di riflessione. Il libro del 2017 in effetti è una serie, che mi ripromettevo di leggere da tempo. Parlo dell’Invasione di Turtledove, un affresco di fantascienza un po’ vecchio stile ma gradevolissimo, almeno fin dove l’ispirazione dell’autore ha retto.

Anche me è piaciuto Blade Runner 2049. Invece mi dici il personaggio di un film o di un libro che hai sempre amato? A prescindere dal 2017.

Difficile dirlo. Inevitabilmente sono attratto dai personaggi malvagi o discutibili, anche se vorrei la vittoria del “bene,” a saperlo trovare. Uno che non era certo buono, ma aveva le sue ragioni, è l’antagonista dell’originale Blade Runner, Roy Batty, nella splendida interpretazione di Rutger Hauer. Un attore che forse non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato.

E un libro o un film che ha avuto successo ma che tu ritieni immeritato, che non ti è piaciuto?

Be’, ogni anno esce un film della saga di Star Wars… A dire il vero la puntata di quest’anno non è una delle peggiori ma questa franchise mi sembra sopravvalutata. Io però devo ammettere che continuo a vederli, qualche volta in sala, qualche volta no.

È appena uscito il tuo libro “Autostrada Gialla”, che hai scritto con Cristina Donati. L’ho letto e mi è piaciuta l’ambientazione milanese. Come nel tuo precedente Khaibit. Qual è il lato misterioso (se c’è) che ti attira di Milano?

Milano è un posto così prosaico, ma anche una delle poche città moderne del nostro paese. Più che il mistero mi attira il contrasto che può creare. Milano contesa tra un eroe disperato e un male antichissimo, Milano che scompare travolta dalla pestilenza, è così difficile crederci, e quindi è una sfida ancora maggiore.

Come ti immagini la Milano del 2100? Prevarrà ancora la modernità?

Spero di sì anche se il nostro paese rimane sempre più indietro. Ma la modernità che sta arrivando sarà fatta di grandissime disuguaglianze.

Disuguaglianze in una società fatta di caste? O quartieri separati? Come sarà? 

Io ho immaginato una società divisa fisicamente. Chissà se ce la farò anche a scriverne.

Pregi dello scrivere un libro in coppia?

Ho fatto una fatica enorme e ci sono state tutte le difficoltà e le incomprensioni che ci potevano essere, e una serie di disavventure personali che non sto a descrivere, ma non escludo di farlo di nuovo. Un altro punto di vista può essere un grosso aiuto.

Cosa farai di diverso nel 2018?

Spero di scrivere di più.

Libri o post del blog?

Certamente libri. Sarebbe bello però rendere più vivace anche il blog.

E Khaibit 2?

Chi lo sa. Di trame ne avevo studiate un paio, stavo quasi per mettermici, ma non ho trovato l’ispirazione. Khaibit è la mia più grande storia, forse, che abbia visto la luce. Ma la posta in gioco della sfida descritta in quel libro è così alta che proporre un seguito convincente è molto, molto difficile.

Quando inizi a scrivere arriva prima la storia o i personaggi?

Può essere l’una o l’altra cosa, ma una forte visione dei personaggi, con il loro aspetto, il figurarsi i loro dialoghi, si collega fin dall’inizio al mio processo creativo.

Esiste un genere letterario che non hai mai affrontato con un tuo libro ma che ti attira? 

Una narrativa strettamente militare, come potrebbe essere Fanteria dello Spazio di Heinlein.

Cosa si potrebbe fare in Italia per avere più lettori?

Penso che lo scarso amore per la lettura da parte degli Italiani, potremmo talvolta parlare di odio vero e proprio, derivi da problemi economici e storture sociali così profondi da escludere qualsiasi speranza di risolverlo con soluzioni estemporanee.

Non mi hai parlato di libri di autori italiani, come mai? Come sta la narrativa italiana

Non sono un grande osservatore anche se, ovviamente, di italiani leggo qualcosa. Talenti ce ne sono. Mancano i lettori, purtroppo.

Jenni Gandolfi: Scrivere Canzoni Per Lasciare Un Segno

Di gente che fa musica ce n’è tanta in giro, ma sono pochi quelli che scrivono qualcosa di nuovo. Girando per internet mi è arrivata questa notizia dalla Gazzetta di Mantova “Jenni è “Come l’acqua” Un album 10 anni dopo”. Si parla di Jenni Gandolfi. Lei una cantautrice ed è mantovana, due buoni motivi per ascoltare cos’ha da dire. Così ho visto il suo sito jennigandolfi.com e ho scritto a Jenni che è stata cortese dal dedicarmi qualche momento per rispondere alle mie domande.

Mi sono ascoltato bene il tuo disco e mi è piaciuto tantissimo. Soprattutto perché è tutto bello suonato, dall’inizio alla fine. Racconti delle storie quotidiane. Hai anche una certa schiettezza nei testi che mi piace molto.

Scrivo tutto io: testo e musica. Ho iniziato studiando il sax contralto, poi da autodidatta il pianoforte, che era il mio sogno. Ora compongo principalmente al piano, alcune volte alla chitarra.

Com’è il tuo processo creativo?

Quando mi arriva un’idea in testa la devo scrivere, la devo registrare immediatamente. Generalmente di notte oppure la mattina presto. Mi martella finchè non l’ho messa su carta.

Cosa fai in quel caso? Ti metti al pianoforte? Registri qualcosa?

Corro al piano, la registro su cellulare o iPad e butto giù un testo sulla carta. La maggior parte delle volte rimango sul brano fino a quando non l’ho finito. Non ci crederai mai, ma un giorno ho scritto 3 canzoni, una dietro l’altra.

È qualcosa che è finito nell’ultimo disco o in quello prima?

Non ancora. Perché i brani che ho raccolto nell’ultimo disco sono nati da tre o quattro anni a questa parte.

Come continua il tuo processo creativo?

Come gli ultimi brani nati, di cui ti parlavo prima, anche quelli dell’album “Come l’acqua” sono arrivati grazie all’ispirazione del momento. Poi si lavora sull’arrangiamento, che è un discorso importante poiché non mi piace come sono arrangiati i brani nella discografia contemporanea italiana. È un mercato impossibile.

Cosa intendi con mercato impossibile?

I miei brani possono essere arrangiati in qualsiasi maniera, pop, rock, ecc, ma a me non piace come la discografia italiana tende ad utilizzare arrangiamenti che inseguono una sorta di stile moderno, come sappiamo bene le mode cavalcano una stagione. Un brano pop il giorno dopo è già dimenticato, perché ne arriva un altro che lo sostituisce. Preferisco utilizzare degli strumenti standard, che non tramonteranno mai: chitarra, banjo, violino e contrabbasso, che non hanno neppure bisogno, volendo, di amplificazione. Strumenti che hanno fatto la storia della musica. Il mio obiettivo è che questo lavoro venga apprezzato nella sua semplicità e rimanga nel tempo. La stessa cosa vale per i testi delle mie canzoni, vorrei che la gente ascoltasse, inoltre, ciò che ho da dire e che riflettesse sui temi che tratto.

Fantastico. Ascoltando la tua musica si sente proprio questa voglia di lasciare un segno: i brani, i testi, le melodie, le armonie, non ultimi gli strumenti che utilizzate per registrare i brani trasmettono questo senso di voler rimanere. Nell’arrangiamento spesso la tua linea melodica è accompagnata dal violino. È una cosa inusuale nella musica pop ed è una cosa interessante.

Il violino riprende gli arrangiamenti country e bluegrass ai quali ci siamo ispirati per questo lavoro. Nella musica non c’è un modo giusto di fare le cose; l’artista dona la propria anima, fa quello che si sente. Può capitare che invece non vada così, soprattutto per chi è solo autore e scrive le canzoni a tavolino per inseguire il mercato. Per utilizzare un esempio, spaziando anche nell’altra mia grande passione, la pittura, mi sono stati commisionati a volte dei quadri, dove mi richiedevano di mettere il sole in alto a destra, lo sfondo di un certo colore. A quel punto io prendo la tela e la do a chi mi ha commissionato il dipinto e gli dico: fattelo tu. Mi si può suggerire un tema , ma i dettagli sono i miei anche nella mia musica e mi devo sentire libera di lavorare come preferisco. Ciò che non riguarda il sentimento reale, per me non esiste, si tratta di bugie che si vogliono raccontare per fare audience con i brani costruiti a tavolino. Non è per artisti veri ma per gli operai di una catena di montaggio.

C’è qualcuno che salvi tra i cantautori?

Salvo tutti i cantautori. Non salvo gli autori che seguono il mercato che decidono le multinazionali, con tutto il rispetto per coloro che scrivono bene, o che fanno belle melodie.

A Sanremo una è la copia dell’altra. Una cosa che volevo chiederti riguarda i tuoi testi e l’essere vicina alla realtà. Prendendo come esempio il tuo ultimo lavoro, ho notato che ci sono alcuni brani che sono davvero delle storie. Quando mi hai detto di essere una pittrice ho ritrovato la stessa filosofia. Alcuni brani sono dei ritratti. Per esempio La Lotteria è un bel ritratto di amiche e colleghe che lavorano assieme e, come tutti noi, sognano di vincere la fortuna per scappare dalla quotidianità. Anche Le Malelingue. Raccontami di queste storie che racconti. 

Sono storie vere, storie che ho vissuto io o che mi sono state racconte di chi ha sofferto. Ho un debole per i deboli, come diceva anche De Andrè. Sono cresciuta in questo modo. Capisco i loro sentimenti e anche quando fanno degli errori, cerco sempre di raccontare lo spiraglio di luce.

Le Malelingue, sia come testo che come melodia è ispirata da De Andrè. È un omaggio?

Amo alla follia De Andrè. È chiaro che fa parte del mio percorso artistico. Come insegnante di canto ho messo in piedi un paio di spettacoli con la sua musica. Le Malelingue non è stato un omaggio, perché non ho voluto scrivere un brano simile ai suoi, è venuto così. Sono stata ispirata, per il testo, dalle persone che, in ogni piccolo paese, non si fanno i fatti propri.

È una storia che ti riguarda questa?

In parte il brano è ispirato alla mia storia, in parte dalle vite delle persone prese di mira nei piccoli paesi come quello dove sono cresciuta io. Per quanto riguarda le melodie, per raccontare un evento non c’è bisogno di un ritornello che esploda. È sufficiente un racconto che parli della storia che hai in mente. Anzi se hai un ritornello che spacca è peggio, perché la melodia, più delle parole, può rimane maggiormente nella testa di chi ti ascolta,  a me , invece, interessa che le persone capiscano il significato delle mie parole.

Lo scrivere canzoni ha un aspetto terapeutico?

Assolutamente Sì. Ti racconto una storia di tanti anni fa, della ragazzina di 15 anni e il primo amore: si era innamorata di un ragazzo che i genitori non volevano. Nulla di importante, ma ogni tanto mi fermo a pensare: se quella ragazzina fosse rimasta con lui come sarebbe andata la mia vita? E ogni tanto questa cosa tornava, rimanendo nel cuore come una porta che non si è mai chiusa, finchè, finalmente, un giorno ho scritto una canzone accompagnata da un fiume di lacrime che hanno chiuso finalmente il libro. Lo stesso mi è successo con una cara amica. La canzone è uscita anche su di lei, ti fai un bel pianto e poi la metti via. Anche solo lo scrivere è sufficiente, ma, avendo la fortuna di essere anche musicista e quasi musicoterapista ho in mano un grande potere che mi fa affrontare e superare il dolore attraverso la canzone.

Sei circondata dalla musica: tra lo scrivere, fare concerti e poi la insegni anche. La musica è la tua vita dalla mattina alla sera.

Ho iniziato a comporre le mie prime canzoni circa 15 anni fa, ma è difficile farsi valere come cantautori; siamo troppo profondi o per qualcun altro “tristi” per il mercato attuale che non vuol far pensare troppo. Forse hanno più fortuna gli interpreti.

Quando ho ascoltato il tuo disco, io parlo sempre di disco perché comunque ho ancora in mente il vinile, potrei dividere in due gli otto brani. Come se la prima parte fosse un po’ più ottimista e la seconda parte più ricercata nei testi. Nella prima parte i testi sono più chiari, la seconda parte con La Vita Va e La Mia Stella sono più intime, quasi tristi. Come si fa a trattare bene e con cura la tristezza nei testi? Non si rischia di intristire le persone che ascoltano?

Il disco rispecchia chi sono. Diciamo che sono pervasa da una sorta di malinconico ottimismo, perchè nella mia malinconia cerco sempre uno spiraglio di speranza. I temi che ho trattato in questi due brani riguardano due persone care che sono venute a mancare. Certo che si tratta di temi tristi, la vita non è fatta solo di cose aleatorie, leggere, la vita nelle mie canzoni è quella vera, trattata nelle sue varie sfaccettature, la vita, l’amore, l’amicizia e la morte. Per esempio, La Vita Va è dedicata ad una amica che ha avuto un incidente mortale. Uscivamo insieme,  poi un giorno mi sono fidanzata ed è stato più difficile per noi incontrarci. Lei insisteva perché ci vedessimo, ma io le avevo chiesto di avere un po’ di pazienza. Lei aveva capito la mie esigenze e le sue ultime parole erano state: “Tanto c’è tempo” e così le ho lasciate nel testo. Bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché non c’è mai tempo per amare le persone. La Mia Stella racconta di una persona che è venuta a mancare dopo una lunga malattia e di cosa cambia nella vita di chi ha passato insieme a questa persona tutta la vita. E quando ti manca qualcuno che ha trascorso con te tanto tempo è come se mancasse un pezzo di te.

È bellissimo sentirti parlare e poi queste canzoni sono particolarmente indovinate; uno come me si avvicina alla tua musica, ascolta i brani, rimane colpito da quelli più leggeri, poi gli rimangono nel cuore quelli più intimi. Sei molto brava a raccogliere la melodia e farla simile al testo. Capisco che non c’è una differenza tra lo scrivere prima la melodia e poi metterci il testo. Oppure buttare giù una poesia e poi musicarla. Viene fuori tutto insieme, se ho capito bene. 

Si, testo e melodia arrivano insieme, non sono distaccate. Inoltre, parlando della melodia, nasce a seconda del mio sentimento in quel momento. Ne “La vita va”, puoi notare come la melodia non trovi uno sfogo vero e proprio nel ritornello, infatti il testo è legato ad un evento spiazzante, la morte improvvisa di un’amica tanto giovane, che ti lascia senza parole, “in questi casi non sai che cosa dire, perchè forse il silenzio è più grande di ogni cosa…”. “La Mia Stella”, come dicevo prima, narra della scomparsa di una persona dopo una lunga malattia, raccontata nei panni di chi le è stata accanto, persone nelle quali ho visto la sofferenza legata al calvario che si affronta in questi casi senza far pesare nulla alla povera malata. Quindi, dopo la liberazione dalla malattia, lo sfogo in un ritornello forte che vuole dar voce al grido stremato di queste persone.

Questo lavoro che fai sui testi è un lavoro di riscrittura o c’è molto istinto?

C’è molto istinto. Posso correggere una o due parole, ma come senti la canzone è come l’ho scritta.

In Canzone a un amico ho trovato delle parole spinte un po’ a forza nella melodia. Generalmente sei molto attenta a trovare le giuste sillabe da inserire dentro la musica. Invece in questo brano sei stata un po’ più cantautore: “io voglio dire quella cosa lì, me ne frego della melodia e ci metto quel testo.”

Canzone a un amico è tra quelle, forse, più cantautorali, è vero. Una storia difficile da raccontare. C’ho messo un po’ di tempo a scriverla. Non mi andava di storpiare troppo il testo per cambiare il senso. È stata tribolata e difficile da mettere in musica. Persino da arrangiare.

Questo è un lavoro di protagonisti che stanno cambiando. In una fase di evoluzione?

Per il lavoro precedente, l’album “Crescere”, ero una ragazzina, oggi sono una donna e scrivo in quanto tale, e posso anche permettermi di scrivere cose anche meno impegnative come “Oggi Che Cos’Ho”, che racconta di uno dei miei tanti giorni frenetici dove avrei davvero mandato a fanculo tutti.

Non ci sono pozioni magiche per scrivere canzoni, ma una buona regola è scrivere quello che si conosce? Quello che si vive?

Come dicevo prima, a mio parere, nello scrivere belle canzoni non devono esistere regole. Bisogna seguire la propria vena, più che conformarsi al mercato discografico. Se scrivi un bel brano e lo canti nessun interprete, per bravo che sia, non potrà mai rendergli giustizia perchè è nato dai tuoi sentimenti e chi meglio di te capisce il significato di ciò che hai scritto? A proposito di interpreti e di autori, vorrei far leva su un argomento che mi fa arrabbiare, cioè sul fatto che di un brano si conosce solo il cantante e si dice che quello è l’autore. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori. Sarei felice di essere apprezzata da quelle poche persone che vanno a studiare chi è l’autore.

Chi metti tra le tue influenze?

Johnny Cash, Fabrizio De Andrè, Pierangelo Bertoli e Bob Dylan, ma anche molti altri.

Come ti ho scritto su Facebook hai dei riferimenti americani molto forti nella tua musica. Trovo una certa schiettezza nelle tue parole. Gli americani, ne parlo da appassionato e non da critico, sono quelli che dicono: “noi facciamo così, poi vedete voi.” Nel bene e nel male loro agiscono così. Io riconosco questa filosofia nelle tue canzoni e ora che ti ho parlato per un’ora anche nel tuo modo di fare. Sento lo stesso modo di essere.

Amo le sonorità che arrivano dall’America, come ti dicevo soprattutto il country e il bluegrass perché sono suoni semplici. Un cantautore non ha bisogno di arrangiamenti complessi, gli è sufficiente anche una sola nota. Con una chitarra è sufficiente una sola corda per creare una canzone. Se fuori piove, un accordo in La be molle minore mi è sufficiente per fare una canzone. Con un violino puoi imitare un pianto. Sono strumenti onomatopeici. Non c’è bisogno di aggiungere molto.

Prince: intervista a Matt Thorne

Matt Thorne ha scritto quello che è (secondo me) il migliore libro sulla vita di Prince. Ho contattato Matt e ho chiacchierato di Prince con lui per più di un’ora. In quest’ora con lui ho potuto scoprire che ha una grande passione per Prince, dimostrata nel libro dove ha raccontato la vita del musicista. Oltretutto, Matt scrive e pubblica la biografia mentre Prince ancora vivo. In questa maniera ha potuto mantenere una sana distanza da tutto quello che è successo da quel maledetto 21 aprile 2016. Insomma, per questi motivi il libro di Matt rimane il migliore e più corretto su Prince. Ecco la prima parte dell’intervista. Vi evito le prime domande di rito (piacere di conoscerti, ecc), per poter subito entrare subito nel vivo. Buona lettura.

Ci domandavamo: hai mai incontrato Prince?

Ho una risposta piuttosto complicata a questa domanda; quando ho deciso di scrivere il libro, prima di tutto ho parlato con il biografo di un altro artista e lui mi disse che la prima cosa che dovevo fare prima di tutto era contattare l’artista direttamente per vedere la sua reazione, lui può rispondere o meno, ma vale sempre la pena provare. Perciò gli scrissi direttamente e ricevetti una risposta; non me lo aspettavo, ma mi arrivò un biglietto aereo per andare in America, a Los Angeles. Lui viveva lì all’epoca, poi è arrivata un’auto a prendermi all’albergo e mi ha portato alla casa dove lui viveva, e poi….questo è tutto nel libro, all’inizio del libro…sono entrato in questa sorta di soggiorno, non era un soggiorno, una zona dedicata alle esibizioni e lui è uscito. Ero abituato ad aspettare Prince anche se era molto tardi, ma è uscito quasi immediatamente, erano circa le 11.30 di sera, ma lui è uscito e si è esibito. Dopo lo spettacolo ho parlato al suo manager e gli ho chiesto se tutto questo significava che avevo il benestare per proseguire con il mio progetto, e il manager ha risposto di si, che però Prince preferiva che non parlassi con nessuno, che non intervistassi nessuno, allora per un po’ così ho fatto, ma il libro mi sembrava poco credibile in quel modo senza tutto il resto. Così gradualmente, dapprima sono state Wendy e Lisa e qualche altra altra persona e poi avevo amici che li conoscevano e i contatti sono iniziati in questo modo e ho iniziato a intervistare persone. Più o meno in quel momento è arrivato un altro invito da Prince per andare a New York dove si sarebbe esibito presto; ero un po’ preoccupato che fosse un po’ arrabbiato per le mie interviste e invece mentre si stava esibendo, nel mezzo di Purple Rain, ha camminato in mezzo al pubblico e mi ha detto “Cosa ne dici di quell’intervista adesso?” e ho detto “Certo che vorrei fare quell’intervista” e lui ha continuato a camminare. Sono rimasto li fino al mattino alle sei per vedere se sarebbe tornato indietro per l’intervista, ma non ne ho avuto la possibilità. Quindi a parte questo non ho avuto altre occasioni, non ho avuto molto contatto diretto con lui ma ho parlato con tutte le persone che ho potuto e che potevano darmi una loro visione degli anni trascorsi lavorando con lui. E poi c’è stata questa esibizione, dopo l’uscita del libro, in cui lui ha fatto molti dei pezzi che avevo scritto che mi piacevano, e poi c’è stata un’altra occasione in cui sono stato piuttosto sicuro che stesse leggendo quello che stavo scrivendo; avevo scritto un articolo sul Daily Telegraph sulla canzone Electric Intercourse, una canzone inedita, e il giorno dopo lui l’ha suonata dopo 35 anni per la prima volta, perciò deve averlo… deve.. cioè, non c’era ragione per cui lui la suonasse in quel momento era piuttosto insolito.. so che molti fans di Prince trovano spiegazioni nei suoi gesti che davvero potrebbero non esistere, ma almeno in questo caso, siccome il suo manager mi aveva detto che lui leggeva tutto quello che si scriveva su di lui, penso sia una prova che doveva avere quell’articolo, non so se lo ha letto, ma almeno gli ha dato un’occhiata.

Cosa hai pensato quando hai letto che lui stava scrivendo una autobiografia?

Ero molto entusiasta, cioè era molto interessante perché, non sapevo molto della persona che ha scelto come ghost-writer, penso sia stato scelto in virtù del fatto che aveva scritto un articolo su Prince per Paris Review e so da amici che hanno fatto da ghost writers per dei musicisti che accade in molti modi diversi. Qualche volta il musicista è molto coinvolto, ma altre volte loro si limitano a parlare in un microfono ed è necessario trascrivere le minute, ma ovviamente a Prince non piaceva che si registrasse la sua voce, perciò non credo che avrebbe fatto questo, non posso tuttavia immaginarlo seduto a discutere con l’autore. Non so, può ancora essere che questa cosa veda la luce, o almeno parte di essa, non mi sembra che sia stata detta la parola definitiva da parte dell’editore in proposito. In generale sono entusiasta, cioè, penso… in merito alle biografie dei musicisti, anche le migliori, per esempio, quelle di Bob Dylan o il libro di Keith Richards sulla sua vita, io sento che c’è sempre spazio per un’altra interpretazione, un altro punto di vista. Ossia, tu hai la visione dell’artista, ma sai, anche se è la loro storia, non necessariamente sanno tutto quello che c’è da sapere, perché dall’altra parte della storia ci sono i fans e le loro esperienze, i critici e chi fa recensioni e tutto il resto. Perciò sarei stato affascinato da questa lettura, ma non avrei pensato che si trattasse del documento finale e definitivo, che quello fosse tutto ciò che si poteva scrivere e pensare di Prince. Ero entusiasta e poi dispiaciuto che non sia uscito.

Io adoro il tuo libro e ciò che mi piace, è che l’hai scritto prima del 21 aprile 2016. Oggi è molto più facile; tutti dicono che lui era il più grande di tutti e che era un genio. Invece nel tuo libro non hai paura di criticare la sua musica; non tutta la musica di Prince è memorabile. E ti soffermi molto su come lui produceva i brani, una cosa che adoro leggere. Però, come ti dicevo, dal 21 aprile 2016 non sono più riuscito a leggere nulla dal tuo libro. Tu cosa pensi di quello che è successo a Prince negli ultimi giorni della sua vita?

E’ stato piuttosto scioccante per me, cioè, ho appreso della notizia quando una radio irlandese mi ha telefonato per chiedermi dove…cioè, in effetti mi hanno detto che lui era morto e volevano chiedermi quando potevo andare alla radio per parlarne. e non ho avuto tempo per elaborare il tutto. E’ stato incredibilmente scioccante e non volevo crederci quando me lo hanno detto. Cioè, avevo sentito un po’ di disagio quando l’aereo è atterrato, non pensavo fosse niente di terminale o davvero necessariamente serio. Avevo semplicemente un po’ di disagio, cioè c’era la sensazione che fosse un po’ strano, non combaciava con il suo personaggio abituale, non sembrava essere lui, ma è stato un grosso shock. No. Non ho avuto tempo di elaborarlo perché il libro era appena uscito in America, la versione americana del libro, e perciò mi fu immediatamente chiesto di partecipare a tantissimi programmi in TV e radio e ho passato praticamente 24 ore in vari studi a parlare di lui e non ho avuto tempo di elaborare le mie emozioni. E mi rendevo conto che quelle persone che mi parlavano, (come è tipico dell’America) che loro non necessariamente sapevano granché di Prince; ovviamente i fans sapevano tutto quello che lui faceva, ma per le persone al di fuori di quel mondo, loro non avevano necessariamente seguito la sua carriera così da vicino, perciò mi sentivo come se avessi dovuto spiegare alla gente quanto importante fosse Prince, quanto fosse geniale. E questa è stata un’esperienza piuttosto strana. E poi immediatamente dopo, come ti ho già accennato, non sono più riuscito ad ascoltare la sua musica per un po’, sembrava troppo triste, troppo tragico e penso siano passati più o meno due o tre mesi, ed è stato strano, perché, cioè, quando è morto David Bowie, qualche mese prima, trovavo ascoltare la sua musica piuttosto confortante, ma con Prince è stato totalmente diverso e semplicemente non sono riuscito ad ascoltarlo per qualche mese poi lentamente ho ricominciato ad ascoltarlo, ma ho dovuto essere attento perché ci sono periodi della sua musica che non hanno troppo legame emotivo per me, ma altri li sento molto e quindi ascoltavo quelli per cui sapevo che non mi sarei sconvolto troppo ascoltandoli poi lentamente ho ascoltato sempre di più la sua musica, ma sembra ancora un po’ strano, allo stesso tempo, lo sento ancora irreale, anche se si rinforza ogni giorno di più, ma penso sia molto strano.

Irreale purtroppo è la parola giusta. Come ti dicevo nel mio sito parlo dell’essere un autore, di scrivere canzoni. Prince era un maestro nell’arte del songwriting. Credo che dovremmo studiare il suo approccio da autore e di come sia cambiato nel tempo. Per esempio il periodo di Wendy e Lisa, poi ha scritto molte cose da solo. So che è una domanda complicata, ma quale è secondo te il suo periodo migliore come autore di canzoni?

E’ interessante, cioè, come dici ha attraversato molte fasi e quando si guarda la sua carriera, le canzoni… il suo modo di scrivere cambia drasticamente. E anche la struttura delle canzoni. Le mie canzoni preferite sono quelle più spinte dallo spirito narrativo, come I could never take the place of your man, per esempio, dove ogni verso è molto chiaro, ma allo stesso modo mi piace come si evolve in seguito; mi piacciono le canzoni che diventano più criptiche e più difficili da seguire e parla sempre con un linguaggio in codice. Mi piace tutto quanto. Penso che questo sia in parte il motivo per cui non viene apprezzato appieno come scrittore solista, penso che siano molto apprezzate le canzoni del primo periodo della sua carriera che le persone capiscono. Almeno fino ad ora; questo sta cambiando, le persone non hanno scavato fino in fondo nei suoi lavori più recenti e non si rendono conto quanto buoni fossero alcuni dei suoi lavori come cantautore. Una delle domande che mi sarebbe davvero piaciuto fargli se avessi avuto la possibilità di intervistarlo era a proposito della sua tecnica di scrittura e come scriveva. Perché ancora non lo so, cioè, sappiamo che già agli esordi scriveva canzoni, ci sono esempi di testi scritti con la sua grafia. Sappiamo che faceva questo, portava con sé un blocco per gli appunti e scriveva canzoni mentre si spostava. Un’altra cosa che sappiamo e che più tardi, diciamo negli anni ’90, improvvisava probabilmente un po’ di più nello studio e che le persone andavano da lui con un giro di percussioni o con una base e lui componeva su quella musica. Non conosco esattamente i processi dei diversi periodi o delle diverse epoche, non so quanto spesso andasse nello studio con i testi più o meno pianificati. Il bello di Prince era che provava sempre a fare tutto quanto, la risposta è che lui faceva tutto. A volte, semplicemente improvvisava per ore senza sosta e se ne usciva con un verso o (componeva parte di un verso) o un po’ di musica altre volte aveva qualcosa di davvero appassionante e doveva scriverlo subito. Siccome non sono un cantautore è sempre stato molto interessante per me incontrare e parlare con cantautori, perché non capisco sempre del tutto quel processo; io sono uno scrittore oltre che di biografie anche di narrativa, ma quello è un processo molto diverso… scrivere canzoni è più vicino a scrivere poesie e questa non è una disciplina con cui ho confidenza, perciò mi affascina, ma penso che lui…penso che dovrei tornare sull’argomento.. penso che lui fosse sottovalutato come autore. Cioè, tutti sanno che era un grande chitarrista, tutti sanno che era grandioso sul palco, tutti sanno che ha scritto alcune canzoni sorprendenti, ma non penso che aldilà del mondo dei fan, lo si stimi come si dovrebbe. No, non lo si vede come un Bon Dylan, cioè Prince ha avuto i suoi problemi con Bob Dylan perciò forse sarebbe più contento di paragonarsi a un Miles Davis. Io penso che Prince sia uno, no, sia il miglior cantautore che sia mai stato.

A proposito delle sue collaborazioni, come Miles Davis o ancora Wendy Lisa. Abbiamo visto diversi lati della sua anima, ma lui era sempre se stesso. Lo sapevamo, perché lo conoscevamo. Produceva della grande musica, ma era differente ogni volta. Come è stato possibile che noi come fan della sua musica fossimo sempre lì ad aspettarlo?

Questa è una buona domanda poiché in parte perché stava sempre facendo qualcosa… cioè, noi c’eravamo sempre per lui… ma lui in un certo qual modo lui era sempre lì per noi… C’erano periodi in cui lui non c’era così tanto, ma in generale… certamente nel periodo in cui stavo scrivendo il libro, per sette anni, quasi ogni giorno si andava su internet e c’era qualcosa, che poteva essere il fatto che stava segretamente facendo uscire una canzone o uscivano un po’ di prove o stava scrivendo sui siti dei fans, perciò c’era sempre qualcosa come un concerto in corso. Era un musicista entusiasmante da seguire. Molti musicisti scompaiono, poi esce un album, poi passa un anno e hanno un ciclo, c’è il periodo dal vivo, poi il ritorno allo studio e non li senti per un anno o giù di lì, ma Prince stava sempre facendo qualcosa tutto il tempo: se non era l’uscita di un lavoro da studio allora era un’esibizione dal vivo o era sulla stampa o c’era un video o c’era una storia, una strana storia al tg. Cioè c’era sempre qualcosa per te e il corpo del suo materiale era così vasto che c’era sempre qualcosa di nuovo da esplorare per tutti i suoi fans Ho sempre avuto l’abitudine di ritornare ai suoi vecchi album, andando indietro per così dire di due. Usciva un album e provavo un’emozione, poi usciva il successivo e poi il successivo ancora e io tornavo a due album prima. Era sempre notevolmente diverso. Era sempre occupato. Parlavi del capitolo che ho scritto su Graffiti Bridge; è stato il primo album del periodo per cui io fui un po’ deluso, ma ritornandoci più tardi ho scoperto un mare di cose nuove e questo succedeva con tutti quanti i suoi album. Non ce n’è nemmeno uno, forse uno o due, che si possa completamente scartare nella sua totalità, è come… ma mi spiace sto un po’ divagando. C’era questo processo, ogni volta che un nuovo album usciva pensavo: ok, questo è quello che sarà Prince da ora in poi e questo era preoccupante. Sarà lo stesso per sempre? E poi usciva l’album seguente ed è di nuovo tutto diverso e poi non ero più così preoccupato per quello prima e fai: ok, non hai perso tutto questo. La psicologia era questa per me, pensavo oh no, sta diventando molto più conservatore, questa è la direzione verso cui sta andando e poi usciva l’album seguente ed era di nuovo totalmente diverso e perciò non c’era quella sensazione che ti potessi fidare, se ne sarebbe uscito sempre con qualcosa di nuovo, interessante nel futuro, non avrebbe semplicemente ripetuto la stessa cosa all’infinito per diventare noioso e conservatore e mantenere la stessa faccia troppo a lungo.

Parlando di Wendy e Lisa, e anche Susannah, che insieme a Prince formavano un team fantastico. Cosa pensi del tour dei Revolution e delle critiche che sono state mosse nei loro confronti?

E’ una domanda difficile per me, perché, cioè, non sta a me dire cosa dovrebbero o non dovrebbero fare se capisci cosa intendo. Sappiamo come si sentiva al riguardo di cose come queste quando era vivo, ma allo stesso tempo, loro sono musicisti, hanno giocato un ruolo in tutto questo e stanno suonando la loro musica di cui loro sono parte, perciò non è come se fossero un gruppo tributo, cosa che avrebbe un carattere differente.

Va bene, hai ragione; loro sono stati parte del fenomeno Purple Rain e hanno diritto di raccontarlo in concerto. Parliamo del tuo libro, che non è ancora uscito in italiano, stai pensando di aggiungere altri capitoli?

Sì, per prima cosa il libro è uscito in Germania in aprile e ho scritto un nuovo capitolo per l’edizione tedesca che aggiorna la storia e copre l’anno e percorre la fase due e il Piano and Microphone tour. Ho parlato al mio editore della possibilità di fare una versione aggiornata del libro, abbiamo pensato di chiamarlo una sorta di remix del libro. Ma non lo voglio fare ancora perché ho ancora sentimenti contrastanti e lo trovo piuttosto difficile… come hai detto prima è molto più facile parlare alla gente adesso che se ne parla di più. Ci sono molti libri in uscita e mi sento come se fosse un po’ troppo presto per tutto questo. Non ci sono problemi per tutti quelli che ne vogliono parlare, questo mi sta bene, ma non mi interessano i libri in cui qualcuno muore e tutti iniziano a scrivere di loro prima che morissero. Penso che girino più notizie dalla sua morte; ci saranno cose interessanti da mettere nel mio libro, penso ci siano due punti in cui potrei aggiungere. perciò penso che questo è probabilmente quello che farò, ma penso anche che voglio vedere cosa viene fuori dal Vault nel corso dei prossimi due anni perché potrebbe esserci qualcosa che cambia la storia in alcuni punti. Perciò eccoci, sto lavorando ad alcuni altri progetti, niente di immediato, ma ho scritto qualcosa in più per gli editori tedeschi, questa è una cosa davvero difficile perché da un lato vorrei metterci un punto e dire ho finito di scrivere di questo, ma penso che sia impossibile perché la storia ha così tanto da offrire e la storia continua perciò devo elaborarlo, così ha funzionato, sono pensieri in corso.

Cosa ti aspetti che sbucherà dal Vault, il misterioso luogo dove Prince avrebbe immagazzinato anni di musica e di video? A quanto dicono, conterrebbe tanta roba sconosciuta ai più. Forse sbucherà un Prince che non abbiamo mai visto o sentito?

Sì. Nel Vault c’è tutto quello che noi sappiamo come fans, ma oltre a quello c’è ovviamente tutto quello che non sappiamo. Al momento ancora non sappiamo come verrà gestito il materiale; potrebbe essere resa pubblica una lista di tutto quello che c’è nel Vault, non penso che questo accadrà, ma è un’eventualità. Ciò che è più probabile è che scopriremo dei pezzetti qua e là man mano che passa il tempo. Ovviamente la prima cosa è la nuova uscita di Purple Rain e un po’ di materiale extra ad esso relativo. Chi ha i diritti di tutto quello che resta nel Vault che potrebbe voler fare qualcosa con quel materiale forse l’anno prossimo. Penso ci sia spazio per molte cose che ancora non sappiamo su cui lavorare. È interessante come ci siano aree che sono davvero molto ben documentate come quando stava registrando al Sunset Sound di Los Angeles; conosco alcune persone che lavoravano con lui e che tenevano diari molto dettagliati. Eric Leeds teneva traccia di tutto. Prendeva nota di ogni singola cosa che lui faceva. Però ci sono notti quando stava registrando nello studio in cui non c’era nessun altro, non sappiamo niente di questo. Quando era vivo questa roba usciva e non sapevamo necessariamente da quale album fosse venuta o da che periodo. Non so se saranno rivelazioni roboanti che ci faranno cambiare la nostra visione di Prince per sempre, penso sia più probabile che riempiano dei vuoti di aree di cui non sappiamo molto; in generale abbiamo idea di cosa stesse facendo nella maggior parte dei periodi, gli strumenti che usava, i collaboratori che aveva, ma penso che ci siano anche molte sorprese che ci aspettano. La questione è: come gli eredi useranno tutto quel materiale? Sappiamo più o meno tutto, ci sono un paio di spettacoli che non sono stati registrati, ma in generale abbiamo un idea di quello che accadeva nella maggior parte degli spettacoli, ma per ciò che accadeva in studio penso che ci sia ancora molto da scoprire.

Io ho un’opinione su Prince non condivisa da molti. Secondo me, per la sua musica erano molto importanti le persone che gli stavano intorno. Prima di tutti i musicisti che gli davano ispirazione. Sei d’accordo con me?

Sì, sono d’accordo con te. È lo stesso per me ed è parte del motivo per cui ho scritto questo libro e il modo in cui l’ho fatto è stato per mostrare come le persone che gli stavano attorno erano parte del processo e il mio pensiero al riguardo. Penso che siamo d’accordo su questo. Ma il mio sentimento in proposito è che le persone che lo circondavano hanno decisamente migliorato la sua musica; parte della sua genialità era la sua abilità nel permettere alle persone di esibirsi al meglio delle loro capacità. Come sai, spesso c’è quest’idea che lui fosse un uomo molto autoritario/dispotico, che fosse molto severo per tutto ciò che accadeva intorno a lui, e certamente lo era in alcuni periodi, ma in altri momenti era totalmente aperto. Come quando i Revolution gli portavano delle registrazioni, Gli portavano idee, gli aprivano la mente verso la musica classica, l’arte allargandogli davvero gli orizzonti. Poi c’erano altri periodi, come attorno al periodo di Sign o’ the times in cui lui si teneva stretto tutto quello che aveva: “questo è mio e non voglio altre ispirazioni che entrino nel mio mondo.” E mentre la sua carriera procedeva ci sono state molte persone che hanno portato qualcosa di nuovo al suo suono e che sono state importanti; ho amato tutte le persone con cui lui ha lavorato, mi piaceva anche il fatto che la maggior parte delle volte lui cercasse delle persone di cui altrimenti non avremmo probabilmente mai sentito parlare, come Mike Phillips. Non necessariamente lavorava con persone che fossero già famose, semplicemente sceglieva persone che avessero un suono unico, perciò uno dei motivi per cui mi piace ascoltare le registrazioni è anche ascoltare quei musicisti, quel suono unico di quel periodo, diverso da quello di un tour solitario. In alcuni periodi dico: “quel gruppo è fantastico, voglio davvero sentire altre loro cose.” Oppure “mi piace il suono o mi piace il modo in cui lui si diverte.” Poi lui era anche un “capo gruppo” era capace di essere in certi momenti molto “limitativo”, mentre altre volte molto rilassato.

In un’intervista a Pharrell Williams gli avevano chiesto con chi avrebbe voluto collaborare e lui aveva risposto: “me l’hanno già domandato diverse volte e ogni volta dico Prince.” Sarebbe stata una collaborazione esplosiva. D’altra parte sono d’accordo con te che lui preferiva scoprire musicisti sconosciuti e lavorare con loro. Per esempio i nuovi arrangiamenti del concerto di Montreux del 2009, che abbiamo visto dal vivo, erano frutto del lavoro di quella fantastica band (John Blackwell, Renato Neto e Rhonda Smith). Fino adesso abbiamo parlato del musicista, delle collaborazioni, ora ti chiedo cosa possiamo imparare da Prince come uomo d’affari? L’utilizzo di Internet fino al passaggio a Tidal. Che eredità ci lascia?

È molto interessante questa sorta di dibattito tra i fans su quanto lui fosse bravo negli affari, perché molte delle decisioni che ha preso all’epoca sono sembrate strane ma si sono poi rivelate ottime, a fatto compiuto. Non penso che abbia sempre preso la decisione migliore, non sempre, ma penso che se si guarda alla sua carriera era sempre guidata da desideri puri. Uno era quello di creare musica, il più possibile, l’altro era di essere pagato adeguatamente per questo e questi due mi sembrano più che giusti. Gli si potrebbe obiettare che cercava sempre il prezzo più alto e questo qualche volta gli impediva di fare cose che avrebbero potuto essere interessanti, oppure occasionalmente questo poteva essere un ostacolo. C’è quest’intervista, penso fosse nel ’96 più o meno dove lui dice, stava vantandosi con il giornalista dei suoi soldi, e poi disse verso la fine_ “vedi, non sono i soldi, quanto la libertà che loro mi danno di fare ciò che voglio, perciò prendo i soldi che mi danno e poi mi metto sul palco con Larry Graham o Chaka Khan.” Così era in grado di aiutare la carriera di altre persone. Una delle cose che mi ha fatto proprio prima che morisse era proprio quanta beneficenza facesse. Abbiamo sempre saputo che aveva inclinazioni caritatevoli, ma faceva spettacoli in alcuni posti per aiutare alcune associazioni. L’ultima volta che l’ho visto dal vivo a Londra stava suonando a un concerto apposta per poter aiutare i bambini affetti da autismo e aveva programmato di farlo pagandosi il viaggio in modo da poterlo fare, questa cosa è straordinaria. Faceva queste cose continuamente nel corso di tutta la sua carriera; usava i suoi poteri per fare cose buone per lo più, non era una persona venale, le cose per cui voleva soldi era la musica. Viveva per la musica era una persona che voleva essere in studio tutto il tempo e qualunque cosa fosse d’intralcio usava i soldi per eliminarlo.

Il tuo libro è denso di sorprese. Non sapevo che avevano iniziato il tour di Gold in Inghilterra con una scenografia mastodontica, che è stata mollata in giro per il paese man mano che il tour procedeva. Probabilmente qualcuno ha in cantina un pezzo della scenografia di un tour di Prince. Tutto ciò descrive bene chi fosse Prince. E gli errori che faceva. Errori che, ne sono convinto, ha pagato in prima persona. Ogni volta che faceva uno sbaglio ne soffriva. Cosa avrebbe potuto fare per cambiare la sua vita? Penso soprattutto al periodo della battaglia contro la Warner. Cosa avrebbe dovuto fare per ottenere un trattamento diverso?

È interessante quello che dici; il periodo di Gold Experience è uno di quei periodi che, se facessi un’altra versione del libro, non mi interesserebbe andare ad analizzare ancora. Penso ci fosse molta roba buona in quel periodo che non era necessariamente evidente qui in Europa. Quello accadeva in America, poiché stava facendo tanti spettacoli là e i notiziari britannici riportavano tutto in maniera molto critica. Sembrava che avesse perso la testa ed è stato l’unico periodo in cui ho iniziato ad avere dei dubbi su di lui. Questo prima che scrivessi il libro. Dubbi solo come fan. Mi piaceva la musica, ma ero scoraggiato; inizialmente non l’ho comprato: penso che The Gold Experience sia stato il primo album che non ho comprato appena è uscito e poi l’ho sentito a casa di qualcun altro, che è piuttosto insolito per me. E poi: eccolo lì era fantastico, sorprendente e mi chiesi perché non ne sapevamo niente? Gli amici non lo avevano sentito. Il suo profilo era al minimo storico. La gente non lo capiva.

Fu un errore litigare con la Warner?

Se si guarda alla sua carriera io penso che si possa dire, lo dico nel libro, che il contratto con la Warner che lui ha lasciato scadere prima del tempo, è stato un cattivo contratto. Anche il modo in cui apertamente lo gonfiava e lo sventolava. Tutto quello che voleva era lo stesso contratto di Madonna. Fecero un contratto molto significativo, ma era tutto fumo e niente arrosto; era una cosa del tipo tu vendi questo numero di copie, e otterrai tot milioni. Se farai questo avrai un anticipo più grosso nel prossimo album. Il contratto non era buono come sembrava. In parte è il motivo per cui voleva tirarsene fuori. Lui aveva un’idea: era buono sulla carta per attirare i riflettori, ma in realtà si è rivelato non essere così buono come lui sperava. E penso che liberarsi di tutte le persone che gli stavano attorno al tempo è stato un errore perché aveva davvero un bel gruppo di collaboratori. Non è stato creativamente il suo momento più alto, ma commercialmente è stato piuttosto fortunato e ha contribuito a rimetterlo in carreggiata. Solo più tardi ha cominciato ad avere problemi. Sì, ci sono state cattive decisioni. Il suo talento ha dimostrato che c’era sempre della roba buona che usciva fuori. Oddio, alcuni degli album di quel periodo non erano tanto buoni, ma contenevano canzoni fantastiche: era parte della sua vita. Confrontiamo la vicenda di Prince e la Warner con artisti dello stesso calibro. Prendi Bob Dylan che è rimasto sempre con la Columbia e ha attraversato i suoi problemi negli anni ’80, ma per lui è andato tutto bene e non ha avuto conseguenze. O Neil Young che ha avuto problemi con un’etichetta che lo ha querelato per aver fatto un album non presentabile. Con Prince avremmo preferito che fosse tornato alla Warner o a un’altra etichetta. Guardando a quel periodo la cosa che si può dire è che molta della sua musica non ha raggiunto un pubblico così vasto come avrebbe dovuto; ha perso molti fans in quel periodo. Quelli che sono rimasti si sono appassionati ancora di più, questo è il lato positivo; la sua musica non era inascoltata, l’hanno ascoltata i fans, ma tutti gli altri non l’hanno sentita: le vendite erano bassissime. Penso che non abbia ottenuto di nuovo il grande successo di vendite fino a Musicology, Rave non è stato un grande successo commerciale in termini di vendite e penso che sia passato parecchio prima che di tornare ai suoi soliti livelli.

Ho ancora un paio di domande per te. Posso andare avanti?

Certo

Hai fatto un sacco di interviste per il tuo libro. Con chi vorresti parlare ancora oggi?

Ne hai citate tre che sono molto interessanti: Wendy, Lisa e Susanna. Ma penso che la persona con cui davvero vorrei parlare più a lungo sia Eric Leeds, perchè sono riuscito ad intervistarlo solo tramite internet ed era molto abbottonato. Alan Leeds, suo fratello, era molto più aperto e penso di aver ottenuto da lui tutto quello che potevo. Se riparlassi con Eric, non so se sarebbe più aperto. Credo che a un certo punto della sua vita potrebbe essere disposto a raccontare l’intera storia. Teneva dei diari. Penso che questo sia il tipo di materiale interessante e denso di informazioni. La questione è: Wendy e Lisa e Susanna, hai ragione, sono musiciste estremamente intelligenti e brillanti, Wendy è fantastica, ma ci sono molti musicisti che possono dire tanto e che ricordano tutta la storia quando parli con loro. Ci sono altre persone che intervisti, persino ingegneri, che non ricordano ma che dovrebbero ricordare. Non tirerai fuori molto da loro. C’è bisogno di persone che possono dirti cose che non sai o che ti raccontino quello che altre persone non ti hanno detto. Penso che questo sarebbe davvero il non-plus-ultra.

Eric era di grande ispirazione per Prince

Infatti. Loro hanno trascorso molto tempo insieme. Suo fratello Alan mi ha detto che Eric era un musicista sofisticato e che Prince lo ascoltava. Voleva avere conversazioni con lui e parlava con lui di musica in un modo in cui non faceva necessariamente con altre persone. È interessante che dopo la sua morte siano usciti alcuni articoli con altri membri della New Power Generation della metà degli anni ’90 e non mi dispiacerebbe parlare con loro perché non mi hanno voluto parlare all’epoca del libro.

Pensi che prima non ti avessero parlato a causa del contratto che Prince faceva firmare loro?

Sì, questa cosa è uscita spesso mentre stavo scrivendo il libro. Dopo che ho parlato con Wendy e Lisa è uscito un articolo sulla rivista Spin dove Prince era in copertina; era un articolo (penso) su Purple Rain. Ho capito che Prince fosse piuttosto sconvolto al pensiero che loro fossero riusciti ad avere la sua faccia in copertina senza parlare con lui. E del fatto che parlavano della musica che aveva fatto in passato e non di quello che avrebbe fatto in futuro. Dopodiché penso ci furono minacce legali a questo riguardo e verso queste persone. Ci sono state molte persone che hanno firmato quel documento, non potevano o non volevano parlare, perciò penso che sia proprio così e penso che ci siano persone che…

Vedo che ne soffri pure tu

Guarda, è una questione complicata, perché da un lato vorresti che le persone attorno a Prince fossero state leali verso di lui, e noi possiamo capirlo, ma anche come scrittore ho il diritto di ascoltare. Non stavo cercando materiale da sfruttare, cercavo di scoprire di più della storia, perciò volevo che le persone parlassero e lo facevo nel modo più rispettoso possibile. C’è sempre quel conflitto tra Prince, che non vuole che niente esca fuori persino a discapito della sua carriera e della sua musica e tutto il resto, e il desiderio di uno scrittore, io o chiunque altro, di scoprire di più. Non stiamo cercando di uccidere il mistero o di ridurlo, stiamo solo cercando di scoprire di più. Ne vuoi sempre di più. Questa è stata la ragione per cui ho iniziato a scrivere il libro. Da bambino, da adolescente non riuscivo a capire cosa fosse successo tra Sign o’ the times, Love sexy e poi Batman e Graffiti Bridge.

Aveva sconvolto tutti quel cambiamento

C’era un buco nero; guardando quel passaggio e anche quelli dei bootlegs pensavo: c’è un cambiamento radicale in atto qui e non lo capisco, non capisco come è andato da un album all’altro. Quando ho iniziato a scrivere il libro ho capito che c’erano così tanti cambiamenti radicali perché la musica di alcuni periodi veniva da altri progetti o veniva da tempi precedenti. Lovesexy è stato realizzato in un’unica esplosione concentrata, in modo simile il Black Album. Con Batman, con Graffiti Bridge lui stava andando a ripescare nel Vault combinando con roba nuova e poi iniziava a rendersene conto. Insomma, questa è una storia incredibilmente complicata e ci sono sempre strati sopra quello che vedi e poi altri strati. Ci sono tanti misteri da esplorare e questo mi ha portato a scrivere il libro.

Cos’altro ti ha spinto a scrivere?

Riflettevo sulla questione estetica; la maggior parte dei musicisti, quando si guarda alle loro carriere, sono molto lineari, c’è il momento in cui hanno registrato quell’album che ha quel suono, c’era quel periodo nelle loro vite in cui si sono sposati, sono cresciuti e poi hanno divorziato. Poi c’è l’album di rottura. Si vede chiaramente quello che sta succedendo. Ma con Prince no. Lui stava seminando indizi. Ancora dopo tutto questo tempo, dopo tutta la ricerca che ho messo in campo, ci sono ancora elementi che sono misteriosi. Pensi solo: perché se ne è uscito con quella canzone? da dove è venuta quella canzone? perché ha citato improvvisamente quell’indirizzo? Ecco perché era brillante e non sembra nemmeno che lo facesse apposta, sembra che questo semplicemente succedesse, che gli accadesse naturalmente.

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Grazie a Marica per la traduzione in italiano.

Prince mi ha preso per mano – intervista a Vampy

Prince.

cosa si può dire di Prince che non sia stato già detto? a questa domanda ci sono tante risposte. Prince è una fonte continua di idee, informazioni, ispirazioni e amore. soprattutto amore. un sentimento che Prince ha sempre dimostrato a chi lo ascoltava (pare non amasse la parola fan). per questo, ho pensato di intervistare una delle più grandi fan di Prince in Italia. forse la più grande. lei si chiama Vampy e gestisce da tantissimo tempo il forum I love U in me e il sito Vampy o(+>’s World. Le ho chiesto se le potevo fare qualche domanda su Prince e lei ha gentilmente accettato. Ecco il resoconto del nostro colloquio.

grazie per il favoloso lavoro che fai nel tuo sito. come ti ho già scritto, il tuo sito è quello che preferisco perché si sente che è fatto con il cuore. noi amiamo la sostanza e nel tuo sito c’è tanta sostanza. il nostro blog Italian Jam parla principalmente del mestiere dell’autore, vorrei affrontare questo lato di Prince con te. ma prima di cominciare, una breve introduzione di Daria Vampy. come ti posso chiamare? chi sei?

Mi puoi chiamare Vampy, molti amici che seguono Prince quando sentono il nickname Vampy lo associano subito alla mia persona. Sono una ragazza nata diversamente abile, con un carattere deciso. Niente e nessuno mi ferma. Sono tosta e caparbia e quando decido di fare una cosa la tiro avanti fino al compimento. Mi piace definirmi una persona immobile, ma che viaggia nel mondo viola di Prince.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con una delle guardie del corpo di Prince.

come inizia la tua passione per Prince?

Quando Prince si è presentato nella mia vita avevo appena 11 anni [ora ne ho 43]. Purple Rain è stato il suo primo 33 giri che ho comprato. Al dire il vero Prince era personaggio ambiguo al quel tempo, ed io ero ancora  una fanciulla e non capivo bene ‘chi fosse’ quel ragazzo, ma mi attirava così tanto. Era come un vaso di Pandora; con tante cose da scoprire. In primo luogo mi attirava la sua musica, con il suo ritmo incalzante e il personaggio che si era creato, ma poi andando avanti ho capito che dietro al personaggio di ‘The KID’, si celava un ragazzo totalmente diverso; timido e schivo. E’ stato questo che mi ha fatto scattare quella che tu chiami passione.

ci racconti di quando sei stata vicina a Prince?

con questa domanda hai aperto il mio di ‘vaso di Pandora’. E’ stata la più bell’esperienza della mia vita. Il viaggio a Minneapolis è nato dal proverbio:”Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”. Ti spiego meglio. Era da tanto tempo che Prince non veniva in tour in Italia. Con i miei problemi era difficile muovermi, quindi quando ho visto che organizzava una seconda CelebrationWeek (una settimana ai Paisley Park), ho mosso mari e monti e in poco tempo (relativo) abbiamo organizzato il viaggio. Sono stata accompagnata.
In quella settimana, il mio sogno è stato il più bello che ho realizzato. Ho fatto in modo che Prince mi notasse. Sempre in modo equilibrato, mai scene d’isterismo, anche perché Paisley Park e Prince stesso ti trasmettevano calma e tranquillità.
Non so se riesco a parole a descrivere l’emozioni che ho provato la prima volta che mi sono avvicinata a lui. Mi sono detta:”O la va o la spacca”. E’ andata! Da quella sera i nostri occhi si sono incrociati e così è continuato per tutto il periodo della Celebration. La settimana è stata pieni di sguardi e regali sia   da parte mia, sia da parte sua. I suoi due regali più belli sono stati il plettro e quel bacio che mi  ha lanciato alle 5 di mattina, l’ultima notte ai Paisley Park. Potrei continuare per ore a raccontare giorno per giorno quella settimana di giugno 2001, ma a questo punto vi rimando al racconto che ho redatto sul mio sito.

Giugno 2001. Vampy all’entrata di Paisley Park (7801 Audubon Road).

tu parli di vaso di pandora, cosa hai trovato nel vaso che pensavi non ci fosse?

Beh, essendo al tempo, una fanciulla ancora acerba, musicalmente parlando, ho trovato in lui un musicista, un cantante, una persona che mi ha preso per mano e mi ha portato in un mondo molto più ampio di quello che conoscevo all’epoca, fatto di buona musica, sì, ma che si è volatizzata in una decade (gli anni ’80). Lui, la sua musica, con tutte le sue sfumature, ha continuato ad essere sempre un punto fermo nella mia vita. Ha superato ogni moda e ne ha creato lui stesso di nuove.
All’epoca, ripeto ancora, credevo, come tutti i gruppi che ascoltavo, fosse una meteora nel firmamento musicale, invece è quello che è diventato: una leggenda.

c’è un periodo della vita musicale di Prince che non ami?

Posso cambiare la domanda? E’ impossibile dire ‘questo periodo non mi piace’. Potrei azzardare… Around The World in A Day… ma certo subito dopo Purple Rain, tutti si aspettavano un secondo Purple Rain, invece Prince si è gettato nella psicodelia. Ma anche questo album ha delle gemme, come Paisley Park, The Ladder, la stessa Around The World in A Day, ma ripeto anche io ho storto il naso. Ma al tempo ero ancora un’adolescente. Crescendo ho apprezzato quest’album molto di più.
Venendo a giorni più attuali, posso dire che il periodo di “Come”, non mi ha entusiasmato più di tanto, ma lo ammetto, non lo ascolto da tanto tempo. Potrei cambiare idea. In parole povere, non c’è un periodo di Prince che non amo. Prince è, e puntualizzo il presente, è un genio che riesce ad abbracciare tutti i generi musicali.

Paisley Park, giugno 2001. Vampy con le guardie del corpo e l’assistente di Prince.

che idea ti sei fatta sulla sua morte? perché non ha lasciato un testamento?

La sua morte. Quel 21 Aprile, l’ho vissuto in diretta. E’ stato il giorno più brutto della mia vita. Prince era morto! Ti ammetto che ancora non ci posso credere. Per una settimana intera non ho voluto sentire nessuno. E ancora oggi, dopo 9 mesi, posso ritrovarmi con le lacrime agli occhi. E’ ancora uno shock!
Cosa penso della sua morte? Penso che fosse una persona sola, bisognosa di amici, ma amici ‘veri’. Certamente soffriva. Il fatto lampante lo ha dimostrato organizzando il suo ultimo tour “Microphone & Piano”: lui, un’animale da palcoscenico, si limita a stare davanti ad un piano? Innovativa come idea, geniale, [tanto da vincere un premio], ma scavando più a fondo, io ho trovato tanta sofferenza in una persona tanto orgogliosa da non chiedere ‘aiuto’, e lui ne aveva tanto bisogno.
Il testamento? Penso che la sua stessa dipartita lo abbia preso in contropiede. Aveva appena finito di stare nello studio di registrazione a comporre la sua musica, quando si è sentito male in quell’ascensore.  Penso l’idea di lasciare un testamento, gli abbia sfiorato la mente, subito dopo Moline (ndr l’atterraggio d’emergenza del 15 aprile), ma non ha fatto in tempo. Ha pensato di organizzare un party per rassicurare tutti noi fa. Lui pensava sempre al prossimo. Love 41Another, giusto?

chi è l’erede musicale di Prince?

Domanda interessante. Guardando il mondo musicale attuale, non credo che ci possa essere un’artista in grado di soppiantarlo. Posso parlare anche di Micheal Jackson, David Bowie, Freddy Mercury, Elvis Presley, sono personaggi intramontabili, a cui gli artisti di oggi possono vedere solo come modelli da seguire, imitare. Ma non vedo alcun artista che possa prendere il posto di Prince.
Non vedo nessun artista che sia un polistrumentista come Prince, che abbracci tutti i generi musicali con tanta facilità come faceva Prince.
Non vedo nessuno che possa essere nominato l’erede di Prince. No.

qual è stato il pregio e il difetto di Prince nel rapporto con I suoi fan?

E’/era diretto, spontaneo, diceva cosa pensava. E questo potrei dire è un suo pregio. In tutta la sua carriera ci ha messo il cuore e dal cuore, credo, penso vengono le cose più spontanee e sincere e soprattutto più belle.
Ma essendo dei Gemelli aveva sempre due lati e molte volte ci metteva in totale confusione [e questo era il difetto]. Ma dal mio punto di vista, poteva e fare il contrario di tutto e lo capivo. Era la sua personalità e nessuno lo poteva cambiare. Bisognava accettare i suoi capricci. D’altronde è diventato quello che è diventato anche grazie alla sua personalità eccentrica.

anch’io sono convinto che una delle sue migliori qualità fosse la sua ambivalenza, dei suoi due lati che convivevano. eppure, spesso le contraddizioni erano fonte di dolore. Non è così?

Credo che ogni sua esperienza di vita, triste o felice che fosse trascritta in musica. Lui si esprimeva in questo modo. Lui viveva per la musica. La musica era il suo ambiente ideale. Era circondato da persone che a volte non capivano cosa volesse e naturalmente, questo lo infastidiva parecchio, ma, secondo me, certe volte, anche lui non riusciva ad esprimersi in modo che gli interlocutori capissero, e si rinchiudeva in se stesso e, il solo modo di esprimere il suo ‘mood’ del momento era quello di scrivere, e lo faceva in musica.

Prince come autore di canzoni. secondo te qual è il brano che lo rappresenta meglio?

Molti possono citare un brano singolo, ma secondo me in 40 anni di carriera, quale è stata la sua, esistono molti brani che lo rappresentano. Non vado ad elencarli, perché in ogni sua epoca Prince ha scritto diversi brani che lo hanno rappresentato nel modo migliore.  Credo che ogni canzone che Prince ha scritto sia una piccola sfaccettatura della sua persona e per cogliere la grandezza di questo piccolo genio bisogna ascoltare tutto il suo repertorio, da ‘For You’ a ‘Hit’nrun Phase 2′ e fare la somma di tutte le emozioni che ti regala e il risultato è quello che lo rappresenta al meglio. E’ quello che penso.

qual è il pregio di Prince come autore di canzoni?

Quello di essere un’artista a tutto tondo. Un genio in parole povere.
Nella sua vasta discografia puoi trovare tutti i generi musicali. Dal funk puro al rock, dal jazz e dal reggae alla disco.
Prince aveva questa abilità di abbracciare tutti questi generi. Gli piaceva sperimentare. Cosa che gli veniva molto bene.
E il suo pregio come autore, secondo me, è che riusciva a trasmettere sempre emozioni nuovi anche all’ennesimo ascolto