Jay-Z e Beyoncé a San Siro

La mia playlist di Beyoncé: Don’t worry Be Yoncé

6 luglio 2018: San Siro ha ospitato i Carter.

Venerdì sera a San Siro per vedere la coppia d’oro del musicbiz mondiale: Beyoncé e Jay-Z.

Sgombriamo subito tutti i dubbi: il concerto è stato grandioso. Il palco alto più di metà dello stadio (compresa l’amplificazione) è in gran parte occupato da un immenso schermo, sotto la curva rossonera. Due passerelle parallele lunghe fino a centrocampo completano la scenografia. L’impianto d’amplificazione presidia ogni punto occupato dal pubblico. Nella seconda sessione del concerto un’ampia parte del palco si stacca per alzarsi di una decina di metri e scorrere sopra il pubblico lungo le due passerelle. Come un drago sputa vapore sul pubblico. I diversi atti del concerto sono collegati sul grande schermo da un film.

Fermo, immagina…

Loro vestiti da Hollywood, Bronx e Montenapoleone scendono mano nella mano. Lei seria, lui si guarda in giro. Poi Beyoncé inizia a cantare. Un inizio poderoso, vigoroso e intenso. Breve introduzione sullo schermo e si entra subito nel pieno della musica e della vita dei Carter. Nelle cose belle e meno belle. Sì, perché il filo rosso che unisce la musica è la storia tra i due; i tradimenti di lui e il perdono di lei. Una casa brucia; mentre lui la guarda in fiamme lei è disperata si tiene la testa.

Non lo nascondo: mi sono scese due lacrime a vedere uno spettacolo così ben fatto e efficace.

Musicalmente lei occupa lo spazio più melodico e lui quello più misterioso. Dark. Ma capita anche che Beyoncé finisca per entrare nello stile di Jay-Z, con cura e attenzione. I colori della storia sono solo nel film; dal maxischermo la coppia fa bella mostra della ricchezza che indubbiamente possiede. Le canzoni variano tra il grigio e il nero. La conclusione con Forever Young – pessima scelta – ha l’unico merito di portare un po’ di arcobaleno. Provano così a non lasciare il pubblico con un sapore amaro in bocca, mentre tutti ci si muove verso casa con mamma Beyonce che urla: Drive Safe Home.

Per lungo tempo di musicisti non se ne vedono; saranno nascosti dietro al lungo e immenso video che accompagna le performance, penso. Nella tradizione dei concerti “moderni” i musicisti occupano uno spazio impalpabile, perché non ci devono essere altri protagonisti oltre ai Carter. In questi termini il concerto è minimalista. Quando lei si siede per cantare un brano accompagnata da una chitarra acustica, il musicista non si vede. Neppure in lontananza. Quando il palco è tutto per Jay Z, forse l’unico dei due che cerca di colloquiare con il pubblico, la musica si fa più cupa. Lui fa il Gangster nella coppia – mentre lei è la Regina – e occupa il suo spazio in ampiezza. Lei invece si eleva. Qui l’acustica dello Stadio fa il danno peggiore. Le parole di Jay Z e di Beyoncé si trasformano in un lungo parlato incomprensibile e a tratti fastidioso. Non riesco a immagine la bellezza di potere ascoltarli in un luogo adatto ai concerti.

Beyoncé canta accompagnata dalla chitarra. Ma il chitarrista dov’é?

La scaletta (rockol) del concerto non presta il fianco ad alcun momento rock, perché i ritmi hiphop sono l’unica cosa trasmessa. Purtroppo è difficile ascoltare un assolo di chitarra in questi concerti. E’ principalmente lo spettacolo di Jay-Z che ospita Beyoncé. Lei possiede una voce graffiante e grintosa che sta molto bene in coppia con le chitarre distorte. Oppure funziona come soprano. Ma è meglio non prendere il posto del maritino; lui alla fine risulta piuttosto noioso. Esteticamente, sono una coppia imitata; sono decine le ragazze che si vestono e si muovono con libertà e orgoglio grazie a quello sdoganamento dei fianchi che Beyonce (via JLo) ha fatto. L’attesa sotto la breve pioggia (io di grandine non ne ho vista, malgrado quanto raccontato da Rolling Stone) è stata riempita da questa sorta di sfilata. Non ho termini di paragone con altri concerti visti a San Siro, ma ho avuta la netta sensazione che lo spazio occupato dalla produzione andasse oltre la – ampia – disponibilità dello stadio di Milano.

Finisce lo show. Titoli di coda.

St. Vincent al Magnolia

27 giugno: inizia l’estate dei concerti con il live di St. Vincent al Magnolia in zona Idroscalo a Milano.

St. Vincent in azione al Circolo Magnolia, poco fuori Milano.

Concerto elettrico, elettronico e binario. Un impatto scenico parco nel parco, ma impressionante che esplodeva nella miriade di smartphone che fotografavano e riprendevano la scena. Latex infiniti, musicisti maschi con maschera-parrucche e bellissime luci dietro alle spalle.  Un concerto del 2018. Con tutto il carico di glamrock che ha – ovviamente – ereditato. Lei si posiziona al fianco degli altri musicisti, sulla sinistra. Non è la prima donna. Entra dalla destra con un passo marziale.

St. Vincent (wikipedia) è il lato artistico di Annie Clark. Dal 2003 oggetto delle attenzioni del mondo musicale (in tour con David Byrne nel 2012). Ha uno stile originale – molto – riconoscibile. Sia esteticamente, che musicalmente.

Un’ora e mezza di suoni e ritmi-distopici. Distorti. Passaggi sinfonici e di sperimentazione d’insieme. Armonie improvvisate ben costruite. Arrangiamenti non banali. Tastiere a creare l’ampiezza del suono. Ben distribuite. St. Vincent suona la chitarra principale, onorevole, ma un po’ semplice. Effettata pesantemente. Con una raccolta di immagini inquiete, cupe, dark, di solitudine e di disciplina.

Melodie ossessive. Come ci si merita nel 2018. Melodie complesse. Del 2018. Il cantautore è morto. Non ci sono canzoni. Qui siamo in una forma di qualcos’altro, forse dovuta all’elettronica, forse dovuta a una certa confusione generale o che hanno finito tutte le note e non sanno più dove trovarle e metterle. Nascono questi insiemi di musica che non è soltanto una melodia con la “strofa – ritornello – strofa – ritornello – ponte”. Non è solo la struttura.

Eppure dopo tanto disco elettronica, il concerto termina con due ballate; alla fine bisogna piangere perché si conclude la festa? ma bisogna festeggiare per la bellezza della musica!

Annie costuisce un concerto ben definito e internazionale. Semplice e complesso. Grazie a quella capacità di raccontare le storie che solo gli americani hanno (chissà come mai).

La scenografia che impressiona e impressiona le miriade di smartphone. Che foto di merda.

Rockol con la scaletta del concerto.

Le ginocchia nella schiena (al concerto di Giorgia)

Anni 2000, frequento un nuovo gruppo di amici. Senza che io lo sappia, a qualcuno piace la musica nera. Scopro che c’è il concerto di Giorgia e propongo a tutti di andarci. Apprezzano in 3. Prendo i biglietti. Con Giorgia suonano gli ex Npg Sonny T e Michael B. Se non ricordo male, Sonny, era direttore musicale del tour. I due ex musicisti di Prince suonano in maniera scolastica; fanno il loro lavoro, ma senza sforzi. Nulla rispetto a quanto producevano con Prince. Lui era speciale nel mettere in evidenza i suoi musicisti. Forse il suo vero e unico talento.

Siamo al Forum. Un sacco di gente. Non mi aspettavo Giorgia avesse così tanto seguito. Cinicamente penso: “sarà merito del suo ex.” Le canzoni più emozionanti sono proprio dedicate a lui. La commozione sua e del pubblico è tangibile. In realtà quello che ascolto non è male, ma non è nulla di eccezionale.

Abbiamo solo qualche problema con i ragazzi nella fila dietro di noi. Una di loro si è allungata fino a puntare le ginocchia nella nostra schiena. A nulla valgono gli sguardi che periodicamente le lanciamo girandoci verso di lei. La scena è questa: lei si allunga e punta le ginocchia. Noi si sbuffa, ci si gira e si fissa incazzati la persona che disturba. Di solito la si usa al cinema. Ma non serve a nulla al cinema : così come non serve a nulla quella sera.

Continua il concerto e verso la fine Giorgia fa i grandi successi. Il brano di Sanremo. A quel punto la vicina con le ginocchia nella nostra schiena chiama al cellulare un’amica per farle ascoltare il concerto urlando: “senti, senti, è bravissima!”. Una rincoglionita.

Bloom: Morgan e The Van Houtens

Sabato scorso (nella notte tra il 19 e il 20 maggio), come testimoniato da un post su instagram, siamo stati al concerto di Morgan al Bloom di Mezzago (storico locale brianzolo). Nel concerto Morgan, coadiuvato da Megahertz, si è buttato in un live di stampo elettronico, tra la jam e la casualità. Brani di Castoldi e cover varie (tipo De Andrè, Pink Floyd). Una di quelle serate che lo rendono immortale, o mortale per il pubblico.

La serata è stata un’esplosione di dissonanze. Tutto molto impreciso, rumoroso, senza controllo e poco coordinato. Causa anche una lunga attesa condito dalla musica sparata nelle casse, (caro Bloom perché soffocare le persone con un doloroso rock?) dopo circa un’ora di concerto di Morgan siamo venuti via. Il costo del concerto è stato davvero basso e sapevamo che poteva essere una scommessa, ma ho trovato questo spettacolo troppo difficile.

Troppo improvvisato.

E (francamente) uscire sul palco fumando è una cosa che non si fa più: non è neppure una trasgressione. E’ solo tristezza.

Prima del duo MM, hanno ben suonato The Van Houtens; loro sono fratello e sorella (Alan e Karen). Hanno già dei passaggi televisivi (Strafactor) e collaborazioni illustri (la ginnasta Carlotta Ferlito) nel curriculum e quindi non li scopro di certo io. La band sul palco del Bloom era formata dai due già citati e da una chitarrista/bassista (dalle doti evidenti) e da un musicista alle tastiere/computer.