Le ginocchia nella schiena (al concerto di Giorgia)

Anni 2000, frequento un nuovo gruppo di amici. Senza che io lo sappia, a qualcuno piace la musica nera. Scopro che c’è il concerto di Giorgia e propongo a tutti di andarci. Apprezzano in 3. Prendo i biglietti. Con Giorgia suonano gli ex Npg Sonny T e Michael B. Se non ricordo male, Sonny, era direttore musicale del tour. I due ex musicisti di Prince suonano in maniera scolastica; fanno il loro lavoro, ma senza sforzi. Nulla rispetto a quanto producevano con Prince. Lui era speciale nel mettere in evidenza i suoi musicisti. Forse il suo vero e unico talento.

Siamo al Forum. Un sacco di gente. Non mi aspettavo Giorgia avesse così tanto seguito. Cinicamente penso: “sarà merito del suo ex.” Le canzoni più emozionanti sono proprio dedicate a lui. La commozione sua e del pubblico è tangibile. In realtà quello che ascolto non è male, ma non è nulla di eccezionale.

Abbiamo solo qualche problema con i ragazzi nella fila dietro di noi. Una di loro si è allungata fino a puntare le ginocchia nella nostra schiena. A nulla valgono gli sguardi che periodicamente le lanciamo girandoci verso di lei. La scena è questa: lei si allunga e punta le ginocchia. Noi si sbuffa, ci si gira e si fissa incazzati la persona che disturba. Di solito la si usa al cinema. Ma non serve a nulla al cinema : così come non serve a nulla quella sera.

Continua il concerto e verso la fine Giorgia fa i grandi successi. Il brano di Sanremo. A quel punto la vicina con le ginocchia nella nostra schiena chiama al cellulare un’amica per farle ascoltare il concerto urlando: “senti, senti, è bravissima!”. Una rincoglionita.

Frida Kahlo al Mudec

Fino al 3 giugno al Mudec di Milano è da visitare la mostra dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo. Come si dice in questi casi, si tratta di un evento. Pare siano riusciti a riunire in un’unica sede italiana tutte le opere provenienti delle 2 collezioni più importanti dedicate a Frida.

Grazie ai suoi numerosi autoritratti Frida è la pittrice più riconoscible tra tutti; nei suoi autoritratti gli attributi maschili come i baffetti e il monociglio sono molto calcati e accentuati. In fin dei conti, la rendono più brutta di quella che è. Al termine della mostra le foto e il filmato rendono giustizia alla sua bellezza.

Eppure i suoi dipinti non sono veri autoritratti: Frida vuole usare se stessa per raccontare gli stati d’animo dell’essere umano. Ma anche se è sempre lei nei suoi ritratti, non si può dire che visto un dipinto si sono visti tutti. Dipinge il viso di Diego Rivera vicino al suo per ritrarre l’essenza del loro rapporto; sono immersi in uno sfondo rosso passione e sangue. Così come è il loro rapporto. Un rapporto che dire difficile, complicato o strano non è sufficiente, tanto che Frida non evita nulla e dipinge anche il proprio aborto. Da sola, senza Diego. La solitudine è il sentimento che più si rincorre in questa mostra. Anche la solitudine dell’uomo per le battaglie importanti; niente cattolicesimo ma attenzione all’ambiente e critica della globalizzazione. E pensare che la sua arte nasce da un incidente che la obbliga a rimanere a letto per 18 mesi. Durante questo periodo il padre le costruisce un apposito cavalletto. Il cavalletto è dotato di uno specchietto che le permette di vedersi. Lei inizierà così a dipingere.

Emozionanti le fotografie che integrano, completano e danno spessore alla persona che c’era dietro questi dipinti.

La mostra è davvero godibile anche grazie agli ampi spazi del Museo delle Culture.

 

Leonardo, che genio! al Teatro Elfo Puccini

Siamo stati al teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires a Milano, per vedere lo spettacolo di Elena Russo Arman intitolato “Leonardo, che genio!”. 70 minuti di divertimento e riflessioni, che passano in un attimo. La storia è dedicata a Leonardo da Vinci, le sua vita dalla famiglia in Toscana alla morte in Francia. Passando da Milano e gli Sforza. Lo spettacolo ha la caratteristica di essere basato su un libro pop-up, ovviamente di dimensioni importanti, e recitato solamente da Elena.

Nella piccola, ma preziosa Sala Bausch del Teatro Elfo Puccini eravamo circondati da un pubblico formato soprattutto da bambini, che hanno corso e saltato fino a un secondo prima dell’inizio. Ma quando si sono abbassate le luci, si è chiusa la porta ed è iniziato lo spettacolo hanno seguito con una disciplina e attenzione commoventi. Tutto questo a dimostrazione che quando si fa teatro con un lavoro pensato per i bambini con cura e attenzione, i bambini rispondono in maniera ammirevole. Appunto commovente. Fino a sommergere l’autrice, attrice (e artigiana) con decine di domande alla fine dello spettacolo.

Attenzione, però, perché il Leonardo di Elena non è solo per bambini, perché di Leonardo sappiamo il genio, i dipinti, ma dimentichiamo spesso la vita, le sofferenze e i momenti di riflessione. Ed è qui che lo spettacolo dell’Elfo Puccini fa centro; fa riflettere su come la vita del Rinascimento avesse delle regole non scritte, ma conosciute da tutti.

Il bel spettacolo di Elena Russo Arman al Teatro Elfo Puccini continua fino al 25 marzo e poi riprende dal 4 all’8 aprile.

Per maggiori informazioni: www.elfo.org/stagioni/20172018/leonardochegenio

In questo filmato il making of del libro pop-up

cesura (ma manca una enne?)

mollo un attimo i discorsi musicali soliti, per affrontare una questione che mi sta molto a cuore. la libertà d’espressione e la censura.

prima di tutto una notizia personale. chi scrive questo blog (e anche questo articolo) è ateo.

secondo di tutto: in italia esiste questa associazione chiamata UAAR, acronimo di Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, “che rappresenta le ragioni dei cittadini atei e agnostici”. tra le cose che fanno gli UAAR ci sono iniziative come la mitica “sbattezzo“.

ma non solo

recentamente, quelli dell’UAAR hanno pensato ad una campagna chiamata “Posso scegliere da grande?”, che in pratica “Vuole che tutti si fermino un attimo a riflettere se non sia meglio che un bambino possa, autonomamente e nel tempo necessario, sviluppare proprie convinzioni, o se invece è giusto che i genitori gli impongano le loro, qualunque esse siano.”

la campagna avrebbe dovuto toccare anche i mezzi pubblici milanesi se non che…

atm ha detto no all’utilizzo dei mezzi pubblici per la campagna dell’UAAR sottolineando che esisterebbe un divieto alle campagne pubblicitarie … religiose (cliccare sull’immagine per andare al sito atm).

 

Peccato, però, che la stessa ATM abbia ospitato in passato il bergoglio.

è censura?

anche all’estero la triste risposta di atm si è fatta notare

è l’inquisizione?

mentre il movimento 5 stelle si è mosso con un’interrogazione

rimane da capire cosa c’è scritto nel regolamento

Kandinskji al Mudec di Milano

fino al 9 luglio al Mudec di Milano c’è la mostra su Kandinskji (qui il link). non sapevo nulla del pittore russo e per questo ho detto di sì quando mi è stata proposta la visita.

ho scoperto così un personaggio davvero particolare. anche se borghese, la vita di Kandinskji non è proprio tra le più tranquille, per esempio a 32 anni lascia il lavoro di avvocato, e di conseguenza viene lasciato dalla moglie, e torna a scuola con ragazzi di 12anni per fare l’artista. l’esposizione di Milano parte dallo studio dell’etnografia e di come l’ha ispirato. poi si ripercorre il primo periodo  sfiorandone l’espressionismo che l’ha reso famoso.

i quadri mi hanno affascinato, ma soprattutto hanno parlato una lingua che conosco quando hanno affrontato il rapporto tra l’artista russo e la musica: per Kandinskji i colori avevano (o hanno) la forza di mandare messaggi e quando chiude gli occhi per ascoltare la musica del Lohengrin di Wagner vede colori che diventeranno i suo quadri. la sinestesia?

nel suo trattato “lo spirituale nell’arte” (presente anche su Amazon) confronta il pittore al pianista: la corda del pianoforte è l’anima legata al colore.

Kandinskji lascia allo spettatore la massima libertà: chi guarda un suo quadro può decidere come farlo, e non sempre partendo dal centro. e quando la fotografia arriva nel mondo dell’arte, Kandinskji capisce che non è più obbligato a raccontare scientificamente un luogo ma usare i colori per raccontare le emozioni. la mostra a quel punto vira verso l’espressionismo: cosa c’è dentro ad un uomo? dobbiamo ascoltarci dove le cose non sono mai definite. possiamo partire da un pensiero positivo (che può essere rappresentato da un cerchio bianco) e vederlo cambiare nel tempo. i colori sono l’oasi sicura di Kandinskji, persino quando, finita la prima guerra mondiale, usa quelli che giudica più tristi o incerti come il grigio.

nota sul personaggio, osservando i suo quadri era giudicato un drogato dai suoi contemporanei, anche considerando le esperienze con l’assenzio di modigliani e picasso, ma Kandinskji era al contrario un  metodico che ripeteva sempre gli stessi gesti tutti i giorni.

la mostra di Kandinskji è un’esplosione di colori, forse incomprensibile, ma affascinante. e, cosa da non dimenticare, un’esibizione dove le opere si possono fotografare (senza usare il flash).

 

il cavaliere errante è al Mudec il bel museo delle culture in zona tortona a Milano fino al 9 luglio.

Keith Haring a Milano

Negli anni 80 la popart è riuscita, a mio parere, a sfondare quel muro che separa le diverse discipline. Con la popart le differenze tra la musica, la fotografia e la pittura sono diventate sfumate. Capita ancora di vedere copertine di musicisti contemporanei ispirate dagli artisti pop, così come alcuni lavori pop partono dalla musica che li accompagnava. Uno degli artisti apprezzati in questo campo è Keith Haring, americano nato nel fortunato 1958. A Milano si sta celebrando la sua arte con una mostra densa, più di 100 lavori, e affascinante intitolata “About Art”. Ci sono stato qualche giorno fa e questo è ciò che ho visto (e capito).

Keith Haring è diventato famoso principalmente per i suoi omini, facilmente riconoscibili e interpretabili: figure stilizzate che ballano o si agitano ammalati con una grossa in X interna. Ma Keith è anche molto altro e la mostra di Milano ne rende giustizia; ne mostra il lato più oscuro, come il disturbante Walking in the rain (guardalo qui) e non dimentica la fondazione che curerà i suoi interessi dopo la morte in seguito all’AIDS nel 1990. Il tutto è splendidamente illuminato; guarda l’unica foto che ho pubblicato su Instagram, anche se non si poteva scattare, che mette bene in evidenza il risultato ottenuto.

Haring è un artista mosso da una forte critica nei confronti della televisione o delle religioni; dobbiamo pensare con la nostra testa, prima che ascoltare cosa ci dicono gli altri. Chissà cosa avrebbe da dichiarato oggi con Internet, le fake news, Trump e tutto il resto.

Tra le cose che non conoscevo di Keith Haring, il rapporto tra i suoi lavori e altri artisti come Picasso o Il Giardino delle Delizie di Bosch.  Keith Haring ha a cuore gli artisti che l’hanno preceduto e si ritiene un anello di una catena. Al contrario di quegli artisti che si ritengono importanti e che non lo sono, perché vogliono chiudere con il passato. E non solo, Haring è ben cosciente del presente e del passato della sua nazione; c’è una bellissima cartina degli Stati Uniti su una (finta?) pelle di bisonte (o bufalo?).

In definitiva, un’ottima mostra, ben organizzata, che fa apprezzare l’artista, prima che l’uomo.

La mostra si tiene a Palazzo Reale di Milano, fino al 18/6

Altre informazioni qui.

Il catalogo è in vendita su Amazon, clicca qui sotto per acquistarlo.

Recensione: Italian Songbook Vol.2 di Morgan

Malgrado la mia passione per la musica sia infinita, non sono un grande frequentatore di concerti. Con certezza, però, credo che uno dei migliori mai ascoltato fu quello di Morgan allo Zythum di Milano del 27 febbraio 2010. Morgan possiede una capacità di analisi non comune. Ascolta, spezza le note in tanti campioni che poi rimette assieme secondo il suo gusto. Lavora freneticamente. Sul palco fuma e beve. Sembra scendere da una Time Machine proveniente dagli anni settanta.
In questi giorni è uscito il suo nuovo lavoro Italian Songbook Vol.2. in cui, nuovamente, Morgan preferisce dare largo spazio ai brani di altri. Il risultato è un lavoro complicato. Al primo ascolto si è sballottati tra diverse armonie e progressioni che arrivano dagli anni sessanta, settanta e ottanta 90 100 1000, per giungere attraverso il mix di Morgan stesso ai giorni nostri. Al secondo ascolto si è (s)travolti: Morgan sembra cercare solo e soltanto un gioco di stile. Più le cose sono cattive e difficili, più lui gode. Mescolando malinconia e depressione. Suicidi. Giochi infantili da film horror.

 
Per dimostrare cosa?

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