Art Official Age – Prince (3½)

Sono usciti a fine settembre due nuovissimi dischi di Prince. Uno di taglio rock intitolato Plectrumelectrum e firmato da Prince con le 3rdeyegirl (da pronunciare “for die girl”?), la nuova band tutta riff e rock formata dalla batterista Hannah Ford Welton, dalla chitarrista Donna Grantis e dalla bassista Ida Nielsen. L’altro è invece il più digitale e personale Art Official Age, dove con Prince hanno collaborato Joshua A.M. Welton e Chris James. I due lavori meritano recensioni separate, perché le direzioni che la musica di Prince prende sono estremamente diverse. Dopo aver recensito l’11 ottobre Plectrumelectrum, questa è la recensione di Art Official Age.

Ora che siamo a fine novembre, è arrivato il momento di recensire Art Official Age il più classico dei due album di Prince. Il più Minneapolis Sound. Il più funky. Il più Prince. Forse, però, quello più fragile dei due. Prince si riprende tastiere, voci a sinistra e a destra e adatta più di una voce femminile alle sue liriche. Che sia chiaro, Prince deve avere ritrovato ispirazione grazie ai nuovi e giovani collaboratori, ma le cadute che oramai ci si aspetta quando si ascolta un suo lavoro nuovo sono sempre presenti. E quando Prince cade fa rumore.

Art Official Age, l’album, si apre con un brano disco e moralista Art Official Cage: Prince da giudizi sui tempi dominati dal digitale. Lui che ha basato il suo successo e il suo suono sul mix tra il digitale (sintetizzatori e drum machine) e l’analogico (chitarre e fiati). Il groove batte gli ottavi, mentre la drum machina segna i quarti, Prince canta una melodia ad arco. Il brano dedicato ai club, si spegne in una parte sinfonica, con i cori che si prolungano. Lui si è risvegliato e ci ha trovati incazzati (deve essere passato dall’Italia dopo la riforma Fornero), Ghetti alla sua sinistra e Marte alla sua destra. La risposta alla Gabbia Ufficiale dell’Arte (Art Official Cage) sarà l’Età Ufficiale dell’Arte (Art Official Age) del futuro. Non mi è chiaro. Se non altro non ha coinvolto i testimoni di Geova.

Clouds parte da una parola quotidiana, parte con la ricerca analogica della stazione fm così come nel successoso Musicology e ne fa un brano molto interessante:

in questa nuova era, facciamo di tutto (…) le nostre vite sono su un palco, tutti si fermano, la realtà è sfumata, se urli forte la tua voce è più alta della folla (no), senza tatuaggi e orgoglio, sì, otterremmo qualcosa di più alto che non richiede nuvole, non abbiamo bisogno delle nuvole.

E ancora:

non dovresti mai sottostimare il potere di un bacio sul collo quando lei non se lo aspetta. Un bacio sul collo quando lei non se lo aspetta. E ogni volta che la senti cantare nella doccia, portale un fiore. (…) massaggiale la schiena, massaggiale le schiena.

Il tutto cantato in un ritornello che apre il brano. Prince canta l’ottima melodia, che nel secondo giro diventa quasi un rap, in compagnia di una voce femminile. Pare tutto chiaro, vero? Ma poi arriva Lianne La Havas che chiarisce:

Signor Nelson, signor Nelson, può sentire la mia voce? Signore, sappiamo che è un po’ intontito e  ha qualche difficoltà nel parlare.

Mix tra analogico e digitale con la drum machine e i tamburelli al centro e voci a sinistra e destra, mentre una chitarra acustica aiuta la ritmica e finale con ritornello e solo di chitarra elettrica. Bello.

Anche il successivo Breakdown (in origine suonato con 3rdeyegirl) esce dal cilindro degli ottimi brani. Un piano elettrico, con un leggero riverbero spacca la semiminima aprendo la strada alla voce in falsetto di Prince:

Questa potrebbe essere la storia più triste mai raccontata (…) ridammi il tempo, tieniti i ricordi (…) ogni libro che leggo mi dice che avrei incontrato una come te (…) vedere una porta dove si può passare dove prima c’era un muro (…) continua a buttarmi giù.

E la musica, mentre si avvicina la fine della storia, segue le parole scendendo di nota in nota (down, down, down). Solo un breve lampo che passa da sinistra a destra ci risveglia, dove la triste melodia si rincorre e racconta il buono e il cattivo della storia.

Ma dov’è finito il funk? Torna con The Gold Standard. Il solito brano per fare festa e ballare di Prince (e anche un po’ noioso)? Sì. La melodia della strofa e del ritornello è meglio scritta del solito e pure l’accompagnamento dei fiati è curato e meno ingombrante (bentornato a Micheal B. Nelson). Poche cose: ritmica, synthbass, voci, chitarre stoppate e fiati. Alla fine perfino un organo stirato per più misure, con un urlo che ricorda molto The Black Album. Finito di colpa lo standard d’oro, arriva U Know. Qui Prince canta colpendo decine di volte il mi bemolle, mentre una donna sospira in sottofondo e una tastiera ripete sempre le stesse 3 note.

Sai quanto ti voglio, sai quanto mi preoccupo, quando lui se n’è andato, sa che ho intenzione di ostentarlo.

Chi è questo lui? Chissenefrega, è ora di fare colazione. Anzi, no, la colazione può aspettare. Anticipato, remixato e con un video supercool, Breakfast Can Wait è il Prince può classico, ma con un ritmica che sposta l’attenzione e un piano elettrico che ne fa un sospiro R&B.

Alla fine di Art Official Age si trovano tre brani poco interessanti. Uno dedicato alla sua partner di Purple Rain (Apollonia) intitolato This Could Be Us e poi ci sono What It Feels Like e Time con Andy Allo. Ritmica, chitarrine, tastierine e ritorna il pop senza anima di qualche tempo fa. Tutto molto ben fatto, curato, tutto molto già sentito, tutto bruttino.

Per fortuna, Prince s’inventa un brano come Way Back Home, incastrata tra due Affirmation, strumentali dove Lianne La Havas ci/lo guida. Cantata nelle sue corde più naturali Way Back Home, sembra una canzone molto sincera e, forse, la migliore dell’album sia dal lato musicale per le voci, con una curiosa kickdrum che si ripete al posto dell’hi-hat. Ma sono le parole che penetrano subito al primo ascolto:

Non ho mai voluto una vita normale, un ruolo scritto, una moglie trofeo. Tutto quello che ho sempre voluto, è di essere lasciato solo. Vedere i miei letti fatti di notte, perché nei miei sogni mi agito. Sto solo cercando di trovare la strada verso casa. Ci sono ragioni per cui io non appartengo a questo posto. Ma ora che ci sono, senza paura cercherò di conquistarlo. Fino a quando trovo la strada per casa. La maggior parte delle persone nasce morta, io sono nato vivo. Sono nato con questo sogno. Con un sogno fuori dalla mia testa, che sarei riuscito a trovare la mia strada per casa. È questa la strada? Grazie a chi è stato in grado di crescere un bambino come me. Il cammino era deciso, ma se osservi la verità ci farà liberi. Ho sentito di questi happy ending, ma è tutto ancora un mistero. Fammi parlare ancora di me: sono più felice quando vedo la strada verso casa. Riesci a vedere la mia strada verso casa.

Art Official Age si conclude con la versione elettronica di Funknroll, su Plectrumelectrum quella rock, costruita su un ritorno di tamburelli. Lui canta in falsetto e leggermente ritoccato. Il brano suona ben costruito ma si scontra con la versione che strizza l’occhio su Plectrumelectrum.

In conclusione, Art Official Age è un buon lavoro di Prince. Anche se non ha l’originalità di Plectrumelectrum, che rimane la novità, Art Official Age contiene alcuni esempi di quello che Prince sa fare e se nei prossimi lavori prediligerà l’onestà sia nei testi che nella musica al legacy (tradizione) dei suoi suoni, ci farà ancora felici. Piuttosto, per lunghi tratti Art Official Age sembra un obbligo contrattuale della Warner per non lasciare solo il nuovo Plectrumelectrum firmato come 3rdeyegirl (senza Prince in copertina) e accompagnarlo da qualcosa firmato Prince. Cose da commercialisti. E anche il taglio dei due album non funziona, i brani avrebbero meritato di trovare spazio in unico lavoro, dove Prince avrebbe evitato di inserire qualche momento meno ispirato.

Songwriting: belle le melodie che giocano con la tonica, ma i brani pagano uno scotto pop e commerciale: le strofe sono corte, perché è necessario dare spazio ai ritornelli, questo potrà pesare sulla durata nel tempo dei due album.

Quando sei un artista immortale

Una volta il successo era vero successo se un artista appariva sulla Settimana Enigmistica; in altre parole, la presenza di un cantante o di un gruppo come risposta ad una definizione di un cruciverba nella rivista “che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione!” significava avere raggiunto l’immortalità. Oggi esistono altri modi per capire se un artista ha raggiunto il successo vero.

Il primo sono l’esistenza di Tribute Band: sono quei gruppi musicali che rifanno per filo e per segno la musica dell’artista famoso. Le Tribute Band sono deleterie per la musica italiana, ma non posso farci nulla (ne ho già parlato qui). Insisto: il numero crescente di ottimi musicisti che si cimentano in queste operazioni culturalmente denigranti per chi le ascolta mi fa paura. Ma tant’è.

Sembrano simili alle Tribute Band, ma in realtà si discostano leggermente, sono le orchestre che dedicano dei medley ai musicisti. In questo caso, l’opera di riarrangiare brani pop con taglio orchestrale è un esercizio delicato che permette e promette di raggiungere quote spettacolari; chi suona nelle orchestre fa davvero fatica, si è in tanti e le personalità si incrociano solo grazie alla sensibilità del direttore di orchestra. Al contrario delle Tribute Band che copiano (volgarmente, direi) gli artisti famosi, le orchestre rifanno a modo loro, mettendoci la propria personalità ereditata dagli strumenti che suonano, ripercorrendo l’arte magica delle cover. Ascoltate la bellezza di questo medley di brani Pooh fatto dai Filarmonici.

Altro parametro per misurare la popolarità di un musicista è la sua presenza in altre arti. Un caso classico è quando i brani di un cantante vengono utilizzati come colonna sonora di un film. Il primo che mi viene in mente è Paolo Conte che con Via Con Me accompagna un film americano ambientato a Parigi. Si tratta di French Kiss con Meg Ryan: un musicista italiano che affresca con il suo stile inconfondibile un film di Hollywood in Francia, complimenti. Così come i brani di David Byrne che entrano prepotentemente, così come la presenza dell’ex Talking Heads, nel film di Sorrentino “This Must Be The Place”.

Andando oltre, e parlando di libri e di un mio vecchio pallino, vi riporto il romanzo di Hanif Kureishi (nella foto a sinistra) intitolato come il mitico The black album di Prince. Ecco cosa c’è scritto nella descrizione presente su Amazon:

Shahid, un giovane pakistano stabilitosi da molto tempo in Inghilterra, si trasferisce dal Kent a Londra per ragioni di studio. Dopo l’incontro con Deedee Osgood, l’eccentrica professoressa che nelle sue lezioni mescola disinvoltamente le canzoni di Prince coi saggi di Lacan.

Il libro consolida la popolarità di Prince, proprio come una volta faceva la Settimana Enigmistica.

8 Saturnalia (Playlist)


Venite a festeggiare Saturnali. Non fatevi attrarre dal consumismo. Disperdete i vostri avere alla fermata del tram e lasciate che il vostro corpo brilli alla luce della musica di Pharrell Williams (Happy), danzate con Justin Timberlake per tutta la notte. Che la voce angelica di Lorde (gran bel disco il suo!), la dolce novità dei Tinavie o di Josephine rimescoli la vostra anima. Incrociate le braccia ascoltando Asgeir. Chiudete gli occhi muovendo i menischi al ritmo di dei Redrum Alone. Che le lacrime di Miley non scorrano invane! E che le urla di Katy Perry vi rendano degli animali liberi. Sapete che Prince ha lavorato con Janelle Monàe? o che i Goldfrapp hanno dedicato un brano a me? Ora tocca a me. Oppure chiediamo alla prima bitch che passa di qui.

Ricordate: Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia.

E comunque, se avete Spotify, potete ascoltare i brani qui.

Miles Davis: 1986-1991 The Warner Years

La Warner – o ciò che ne rimane – ha pubblicato un cofanetto irrinunciabile:

In 5 cd pieni zeppi gli ultimi anni di Miles Davis.

Sia che si arrivi dal pop/rock, sia che si arrivi dal jazz, il godimento è massimo.

Tra gli extra, la versione di Dune Mosse con Zucchero e un brano di Chaka Khan prodotto e scritto da Prince.

Ed intanto, la trasmissione Birdland sulla Radio Svizzera Italiana incorona la vita e la musica di Miles – a 20 anni dalla morte – con alcune serie di trasmissioni:

Il resto lo si trova sul podcast di Birdland