Silvia Bencivelli: tra razionale e irrazionale

Ho scambiato due chiacchiere con Silvia Bencivelli. Silvia è una giornalista scientifica (e molte altre cose che potete leggere sul suo sito http://www.silviabencivelli.it/about/) e nel 2017 è uscito il suo primo romanzo che vi consiglio intitolato “Le mie amiche streghe“. Il libro, attualmente in finale al Premio Chianti 2018, racconta di Alice e delle sue amiche. Tra le loro passioni per il bio, le soluzioni magiche e la razionalità di Alice.

Silvia scrive semplice, scorrevole e leggero, anche se affronta argomenti scientifici importanti. La sue pagine sono dense di ironia, e di una dolcissima autoironia. Ho chiesto a Silvia di avere qualche consiglio su come scrivere un romanzo come il suo.

Come scrivi un libro?

Non ho un vero e proprio metodo: scrivo tante cose diverse e cerco di declinarle in maniera diversa a seconda del pubblico che mi immagino. Forse in generale mi faccio influenzare dalle cose che accadono intorno a me.

Ho notato che non ti descrivi come una divulgatrice.

Il termine divulgazione non mi piace; lo trovo difficile da riferire a me e lo trovo vecchio. Per me divulgare significa raccontare le cose dall’alto in basso. Fare evolvere il volgo, che si abbevera del tuo sapere. E’ una cosa un po’ vecchia nella storia della scienza. Valeva soprattutto negli anni 80, quando arrivavano tante nuove cose sul mercato della comunicazione, si espandevano i pubblici, e anche gli scienziati sentivano il dovere (giustamente!) di raccontare il proprio lavoro. Ma gli scienziati non conoscono la macchina comunicativa e il loro approccio alla comunicazione, soprattutto a quei tempo, a volte è ingenuo: sono convinti che una volta raccontata la scienza il pubblico ti dia retta e ti segua. Senza discuterti e con convinzione.

Allora qual è il tuo approccio?

Il mio approccio considera che il pubblico non è inerte, non ti legge per imparare qualcosa, ma per impegno, per critica. Non c’entra la didattica. Per di più il pubblico non fa esattamente quello che vuoi tu, e non ha solo te come fonte di informazione, ma fa quello che gli pare. Potrebbe avere mille fonti d’informazione: potrebbe essere persino informato dalla pubblicità. E nella comunicazione della scienza, oggi, conoscere questa complessità è fondamentale.

Nel tuo libro volevi raccontare le storie delle tue amiche e di tua nonna, con Alice. Ma forse volevi chiarire da dove vengono alcune bufale che girano in rete.

Io non voglio insegnare niente a nessuno! E poi quel discorso che dici può funzionare per qualcuno, ma viene accolto bene solo in certi contesti, solo da chi sa usare l’autoironia. Mi sono accorta che c’è anche un altro messaggio, che è stato colto soprattutto da chi è vicino alla scienza, la usa per lavoro, e si crede iper-razionale, un po’ come me. Dobbiamo capire che siamo tutti umani, tutti un po’ tendenti al pensiero magico. La vita è irrazionale. Alice (la protagonista) inizia nella prima parte del libro come un essere una persona pedante e razionale. Dopo essersi a sua volta ammalata cade anche lei nelle paure e nei tranelli della mente irrazionali. Quando si attraversano esperienze critiche e delicate è facile cascare in una situazione di fragilità e di debolezza, per tutti.

Ho apprezzato il forte rapporto di amicizia che lega Alice alle sue amiche. Cosa suggerisci a chi vorrebbe scrivere dei propri amici?

Non pensare che i tuoi amici lo leggeranno, altrimenti ti paralizzi dal terrore. Perché poi considera che nella vita siamo prevedibili, in un romanzo devi evidenziare il lato caricaturale delle persone. Devi descrivere i tuoi amici come degli stereotipi. Nel mio caso certi personaggi sono fatti da più amiche. Come la mia amica omeopata che fa il medico. Man mano che scrivevo il suo personaggio diventava qualcosa d’altro.

Ho letto il tuo libro sul mio Kindle e mi hanno colpito le annotazioni degli altri lettori. Per esempio della frase di Darwin “non è più forte chi sopravvive, e nemmeno il più intelligente, ma chi si adatta meglio alle novità”. Il mio Kindle dice che ci sono 4 lettori che l’hanno sottolineata. E pure io l’ho fatto, poi però tu ricordi che quella frase non può essere di Darwin.

Ora capisco come mai quella frase l’ho ritrovata in giro e in alcune e.mail che mi hanno scritto. Ma vedi tu i memi come circolano…

Devo farti una confessione; solo in questi giorni leggendo cos’altro hai scritto ho scoperto un libro sulla musica.

Considera che “Perché ci piace la musica” è il mio libro di maggiore successo. Ed è stato tradotto in tre lingue. Il libro parte da un presupposto: la nostra biologia, come la biologia di qualsiasi essere vivente, ha come obiettivo quello di riprodursi per far andare avanti la specie. Ma allora perché l’uomo possiede e ama così tanto una cosa così apparentemente inutile alla sopravvivenza come la musica? Dai tempi di Darwin in poi ci sono stati dei tentativi di risposta. Darwin diceva che era legata al corteggiamento e alla riproduzione. In realtà, c’è forse un’analogia con il linguaggio. Per esempio potrebbe essere una forma di comunicazione emotiva utile a costruire legami sociali. Ma potrebbe anche essere una cosa che non ci ha dato un vantaggio evolutivo preciso: un effetto collaterale della nostra evoluzione cognitiva.

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